Eppure io capisco Samanta

Si fa presto a dire «empatia». Perché non proviamo a empatizzare anche con una bigotta?


La vicenda è nota a chiunque sia aggiornato sulle polemiche religiose. In breve: una tizia si fa fotografare a Pontida mentre espone un cartello con la scritta «Se non vuoi il crocifisso torna al tuo Paese», l’Assemblea generale della Pro Civitate Christiana la cazzia sul sito di «Avvenire», la tizia, che scopriamo chiamarsi Samanta N., s’incazza e replica piccata e infine si becca la risposta del direttore di «Avvenire», Marco Tarquinio. Beghe fra cattolici, verrebbe da dire. Chissenefrega.

Invece questa polemica un po’ scema ha trovato spazio anche fra i non credenti. Infatti alcuni hanno manifestato la propria compiaciuta sorpresa nel trovarsi in sintonia con taluni cattolici: quelli che hanno bastonato Samanta. La quale in tutta la faccenda agli occhi degli atei fa la figura della bigotta fanatica e intollerante e perciò incoerente col messaggio cristiano. Quindi vai con l’indignazione e le risposte scontate: «L’Italia è un Paese laico: se ti piacciono tanto i crocifissi vai a vivere in Vaticano!». Giusto.

Diciamolo chiaro: Samanta, con la sua replica sconclusionata, non dice nulla – ma proprio nulla – di difendibile. Ma possiamo davvero biasimarla?

«Prima di giudicare una persona cammina nei suoi mocassini per tre lune», dicono i nativi americani. Traduzione: non puoi giudicare qualcuno se non sai come si sente. E dunque come si sente Samanta? Vogliamo provare a chiedercelo?

Accerchiata. Samanta si sente accerchiata.

La fede non è il frutto di una riflessione razionale. Sì, lo so: le prove dell’esistenza di Dio, gli argomenti ontologico, cosmologico, teleologico e via discorrendo… Stronzate. Stronzate non solo per noi atei, che le demoliamo con facilità. Ma stronzate anche per i credenti: nessuno di loro ha fede in Dio perché Sant’Anselmo avrebbe dimostrato che l’esistenza dell’essere più perfetto è connaturata alla sue essenza. Ma va’ là: loro ci credono perché questo gli hanno insegnato da piccoli. Ci credono perché gliel’hanno detto prima mamma e papà e poi una suora così dolce all’asilo e pure un prete tanto bravo quando da adolescenti frequentavano l’oratorio. Dai, non ci vuole molto a immaginare l’ambiente dal quale salta fuori una Samanta. Per questo lei adesso sente vivo dentro di sé il messaggio di Gesù trasmesso dalla Chiesa cattolica, la sua Chiesa, l’unica Chiesa. Lo sente davvero, senza stare a ragionare su san Tommaso e Cartesio e Kant e Kierkegaard. Non si pone il problema della teodicea: con ogni probabilità lei nemmeno sa che cosa sia, la teodicea. In compenso Samanta sa – e lo sa con la stessa certezza con cui sa di esistere – che è giusto e buono e santo ogni insegnamento della Chiesa: niente aborto, niente contraccezione, niente omosessualità, fede cieca e senza dubbi nel Magistero, perché «extra Ecclesiam nulla salus». Forse Samanta immagina che milioni di atei italiani non vogliono il crocifisso e non sono meno italiani di lei. Ma non le importa: lei possiede la Verità. E, per chi possiede la Verità, chi invece la rifiuta è un nemico. Anzi, peggio: è un agente del Nemico. Perciò Samanta ha ragione quando cita il Vangelo:

Chi non è con me è contro di me. (…)
– Luca 11,23 / Matteo 12,30

Allora come può sentirsi Samanta in questa società dove l’aborto è legale, i preservativi e la pillola si comprano in farmacia, i culattoni vanno in televisione e pretendono di sposarsi e adottare i bambini, e i musulmani possono costruire le loro moschee di merda? Accerchiata: ecco come si sente. Accerchiata e incompresa. Accerchiata e perfino perseguitata. Quindi si aggrappa al suo simbolo, contro chi ha «aperto agli atei, ai musulmani, ai gay, ai protestanti, a Lutero… cioè a coloro che molto spesso sputano al Crocifisso e non riconoscono il Salvatore».

Noi, che a differenza di Samanta non andiamo a Pontida a osannare Salvini, ripetiamo che bisogna provare empatia per i migranti. Empatia: la capacità di «sentire dentro», ossia di immaginare la condivisione dello stato esistenziale altrui. E ribadiamo che non è una colpa essere nati in un posto disgraziato e voler sfuggire dalla guerra, dalla persecuzione, dalla fame: è solo sfortuna e sarebbe potuta capitare a chiunque di noi. Ma si fa presto dire «empatia» e «sfortuna». Vogliamo sperimentare un briciolo di empatia anche per Samanta? Vogliamo ammettere che la sfiga di nascere in un contesto familiare e sociale propenso alla credulità e di subire un lavaggio del cervello fin dall’infanzia sarebbe potuta capitare a noi?

Io per Samanta sono un orrore: giudeo, frocio, senzadìo e comunista. Fossi anche negro, ai suoi occhi sarei l’abominio supremo. Eppure Samanta – la bigotta Samanta, la fanatica Samanta, l’intollerante Samanta – io la capisco. Bada: non la giustifico. Però la capisco.

Poi – è ovvio – il loro crocifisso i cattobigotti se lo possono anche infilare su per il culo. Ma questa è un’altra storia.

Choam Goldberg


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