Radici da segare

Ovvero l’arroganza di chi pretende di sapere che cosa sono io.


Immagina di essere cresciuto in una famiglia fascista. Immagina di aver dovuto subire un’educazione a base di Dio-Patria-Famiglia, con tutto il contorno di nazionalismo, razzismo, sessismo, omofobia, suprematismo e nostalgia per «quando c’era Lui». Immagina poi di esserti emancipato da questa schifezza: hai studiato, hai viaggiato, hai conosciuto persone diverse, ti sei aperto al mondo. E ora consideri l’educazione ricevuta quel cumulo di stronzate che è. Immagina infine che qualcuno sostenga che no, non puoi liberarti del fascismo, perché quelle sono le tue radici e quindi tu sei e sarai sempre un po’ fascista. Ebbene, non ti sale il crimine?

Da alcune settimane sono impegnato nella raccolta di firme per l’iniziativa popolare «Ticino Laico», il cui scopo è separare lo Stato dalle Chiese cristiane cattolica e protestante, abolendo e sostituendo l’art. 24 della Costituzione del Canton Ticino. Lo so: rispetto all’Italia, devastata dagli effetti del Concordato e dalle infinite ingerenze clericali, qua ci va di lusso. Tuttavia pure in Svizzera i cristiani godono di privilegi inaccettabili. Perciò i Liberi pensatori ticinesi si sono imbarcati in quest’impresa. Sarà dura raccogliere 10 mila firme in due mesi, ma noi ci proviamo lo stesso. Se anche fallissimo, sarebbe comunque un’opportunità per far discutere.

Superfluo dire che ai clericali l’idea non è garbata punto, fino a farli sbroccare. Com’era prevedibile, i social media sono diventati terreno di polemica per i cattobigotti spalleggiati dai troll sovranisti, che non perdono occasione per mettere la testa fuori dalle fogne. Gettonatissima l’obiezione anti-islamica: eliminare i privilegi dei cristiani significa spalancare le porte all’islam. Una puttanata così colossale da non meritare nemmeno di essere demolita.

Più subdolo invece è l’argomento culturale: lo Stato deve privilegiare il cristianesimo perché sono giudaico-cristiane le radici della nostra cultura. Lo sostiene perfino chi si dichiara agnostico, quasi ateo. Ecco un esempio:

Sono agnostica (tendente all’ateo), sono per uno Stato laico, per l’abolizione del catechismo a scuola, ma ho comunque, volente o nolente, una cultura cristiana: non solo perché sono stata cresciuta da cattolica, ma perché attorno a me c’era e c’è, storicamente, culturalmente, il cristianesimo (e se vogliamo anche un po’ di ebraismo, se consideriamo l’Antico Testamento). Questo non è il male, è solo un dato di fatto.

A cui segue questo:

Secondo me le radici non si possono cambiare. Crescendo e cominciando a ragionare con la propria testa si può invece decidere se continuare a credere, cambiare religione o riconoscersi ateo. Io penso che religione e cultura siano due cose diverse; l’Europa, nel bene e nel male, è impregnata di cristianesimo da un paio di millenni (arte, musica, cultura, educazione e, ovviamente, religione).

Da lì alla conclusione che non possiamo non dirci «cristiani», come sosteneva Benedetto Croce, il passo è breve: il cristianesimo sarebbe una specie di rivoluzione

(…) così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane.
– Benedetto Croce

Di questa «rivoluzione» nella Storia umana noi saremmo gli eredi. Volenti o nolenti. Tanto che

(…) il Dio cristiano è ancora il nostro, e le nostre affinate filosofie lo chiamano lo Spirito, che sempre ci supera e sempre è noi stessi; e, se noi non lo adoriamo più come mistero, è perché sappiamo che sempre esso sarà mistero all’occhio della logica astratta e intellettualistica, immeritatamente creduta e dignificata come “logica umana”, ma che limpida verità esso è all’occhio della logica concreta, che potrà ben dirsi “divina”, intendendola nel senso cristiano come quella alla quale l’uomo di continuo si eleva, e che di continuo congiungendolo a Dio, lo fa veramente uomo.
– Benedetto Croce

Be’, voi ditevi un po’ quello che vi pare, ma non vi azzardate a dire quello che sono io, ché lo decido io. E io non sono né ebreo né cristiano: sono ateo. Inoltre, come decido io che cosa sono, così decido io anche quali sono le mie radici.

Certo, vedo anch’io i campanili svettare ovunque nei panorami europei. Sono affascinato dalle cattedrali gotiche francesi, dalle pievi romaniche umbre, dalle sinagoghe mitteleuropee. Mi emoziono leggendo Dante, ammirando Caravaggio, ascoltando Bach. Riconosco la finezza filosofica di Agostino d’Ippona, Mosè Maimonide, Tommaso d’Aquino, Søren Kierkegaard. Ma queste vette dell’architettura, della letteratura, della pittura, della musica e della filosofia nel passato europeo non solo non bastano per indurmi a credere nel Dio di Abramo, ma neppure per farmi riconoscere nella cultura giudaico-cristiana: se l’ebraismo e il cristianesimo sono le radici dell’Occidente, allora, al di là di Bach e delle sinagoghe mitteleuropee, mi fanno schifo.

Schifo? Addirittura? Già: schifo.

Potrei argomentare con l’elenco delle nefandezze commesse in nome del monoteismo abramitico. Persecuzioni, crociate, inquisizioni, torture, roghi, guerre di religione: avrei solo l’imbarazzo della scelta. Ma so quale sarebbe la replica, la stessa usata per difendere ogni assolutismo: «però ha fatto anche cose buone». E allora? Hitler ha risollevato l’economia tedesca e nel giro di pochi anni ha trasformato la Germania, devastata dalla crisi, in una potenza mondiale, ma era forse meno abominevole per questo? Allo stesso modo, i (pochi) meriti della fede giudaico-cristiana la rendono meno spregevole di quanto sia? Infatti il mio schifo ha ragioni più profonde, che precedono e spiegano tutte le nefandezze.

In tre millenni, i monoteismi abramitici hanno sviluppato, perfezionato e propagandato una visione della realtà fondata non sul pensiero critico, bensì sulla credenza dogmatica: è vero perché è Vero, perché sta scritto nel Libro che è Parola di Dio, perché lo dice il Sommo sacerdote ispirato da Dio, quindi tu credi e taci, non domandare, non dubitare, non criticare, soprattutto non pensare. La fede cieca è una virtù, tanto maggiore quanto più assurda e demenziale è la credenza:

Natus est Dei Filius; non pudet, quia pudendum est: et mortuus est Dei Filius; prorsus credibile est, quia ineptum est.
– Tertulliano, «De Carne Christi»

Da lì, dal dogmatismo ottuso, compiaciuto e orgoglioso, derivano in modo inevitabile tutta l’intolleranza e la violenza. Infatti chi possiede la Verità rivelata dal Dio abramitico, che ordina ai suoi fedeli di annunciarla al mondo, si sente in diritto, anzi pensa di avere il dovere non solo di comunicarla a chi non la conosce, ma perfino di imporla a chi la conosce ma la rifiuta e quindi vive nel peccato. I fanatici e gli estremisti non sono degli squilibrati, bensì persone che prendono sul serio la propria fede e la portano alle inevitabili conseguenze.

Il dogmatismo è un abominio indegno, un insulto all’intelligenza e alla ragione umane. Per questo i monoteismi abramitici sono la peggiore sciagura della Storia della cultura umana. Per questo le radici giudaico-cristiane dell’Occidente mi fanno schifo, nonostante la bellezza delle cattedrali gotiche, di Dante e di Caravaggio. Per questo mi sento erede piuttosto delle altre radici dell’Occidente, importanti almeno quanto la cultura giudaico-cristiana: i filosofi che hanno preceduto Cristo oppure che, dagli albori dell’Illuminismo fino al presente, hanno sviluppato il proprio pensiero in contrapposizione all’ebraismo e al cristianesimo. Democrito. Socrate, Platone e Aristotele. Epicuro. Lucrezio. Ipazia. (Fra Ipazia e Spinoza ci sono quasi 13 secoli di vuoto: vorrà dire qualcosa? Pensaci.) Spinoza. Hume. Diderot. Feuerbach. Marx. Nietzsche. Freud. Russell.

Sì, certo, i campanili sono ovunque. Dalla finestra del mio studio vedo una croce svettare sulla cima di una montagna. E da ragazzino ho celebrato il Bar mitzvah. Però, quando parlate delle «nostre radici giudaico-cristiane», parlate per voi e solo per voi. Perché io le mie le ho segate, con gioia e con orgoglio, tanto tempo fa.

Choam Goldberg

(Foto: Lisa McCarty)


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