Il presepe, la «nostra cultura»?

Difendiamo le nostre tradizioni dall’invasione islamica? Ma anche no.


E anche questo Natale ce lo siamo levati dai coglioni. Per 11 mesi non sentiremo parlare di Gesù bambini, canzoncine religiose, ipocrite bontà di circostanza. Soprattutto non sentiremo parlare di presepi e non dovremo sorbirci le consuete polemiche.

In Italia il presepe lo ficcano nelle scuole, negli ospedali, negli uffici pubblici, in tutte le istituzioni pubbliche. Che però, essendo dello Stato, dovrebbero essere laiche. E spesso fanno pure di peggio: statue della Madonna nelle Elementari e perfino Messe nei Palazzi di giustizia.

Se fai notare che no, non è il caso, e magari presepi e Madonne e Messe ciascuno dovrebbe tenerseli in casa propria, la reazione è sempre la stessa: «Non dobbiamo rinunciare alla nostra cultura solo per rispettare gli islamici stranieri. Se ne stessero a casa loro!».

Se fai notare che no, non è il caso, e magari presepi e Madonne e Messe ciascuno dovrebbe tenerseli in casa propria, la reazione è sempre la stessa: «Non dobbiamo rinunciare alla nostra cultura solo per rispettare gli islamici stranieri. Se ne stessero a casa loro!».

Primo: il vero presepe è morto. Morto e sepolto. Da un pezzo. Le attuali rappresentazioni sono un misero tentativo di ripetere una tradizione defunta. I suoi estimatori non saprebbero nemmeno ricostruire il simbolismo delle figure. Ma allora di che cosa stiamo parlando? Di un plastico ferroviario?

Secondo: la «nostra cultura»? Ma «nostra» di chi? Sarà semmai la loro cultura. Io nei simboli della religione cristiana non mi riconosco. Non sono i miei simboli. Nella Storia della mia cultura ci sono, com’è ovvio, Paolo di Tarso, Agostino, Tommaso, Cartesio. Ma ci sono soprattutto Democrito, Epicuro, Socrate, Lucrezio, Spinoza, La Mettrie, Helvetius, d’Holbach, Feuerbach, Marx, Nietzsche, Russell, Freud, Camus e Sartre. E no, i credenti non hanno il diritto di sostenere che anch’io non posso non dirmi cristiano. Perché lo decido io, non loro, che cosa io sono e che cosa dico di me stesso.

Terzo: l’islam non c’entra niente. M’importa una sega dell’islam. Il giorno in cui i musulmani pretenderanno di esporre nelle scuole i versetti del Corano, io sfanculerò pure loro. Oggi però c’è il presepe. E io non ce lo voglio, perché sono ateo. Ateo ed europeo. La mia casa è qui. La mia cultura è qui. Lo Stato è anche il mio Stato e dev’essere laico per rappresentare tutti: cristiani, ebrei, musulmani, pastafariani e atei. Se poi qualcuno vuole delle immagini religiose, non c’è problema: se le espone e se le venera nella sua chiesa, nella sua sinagoga, nella sua moschea, nella sua casa.

Choam Goldberg