Il suffragio universale di ‘stocazzo

«Una testa, un voto. E tutti i voti sono uguali»: ecco i due postulati di una delle peggiori iatture per l’umanità.


Ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi.
– Platone

Facciamo un Gedankenexperiment. Supponi di poter scegliere il sistema politico nel quale vivere: una monarchia assoluta nella quale il sovrano è intelligente, colto, razionale, laico, altruista, aperto, buono, oppure una democrazia a suffragio universale nella quale la maggioranza è stupida, ignorante, credulona, bigotta, egoista, gretta, immorale. Hai qualche dubbio? Io no. E, se anche ne avessi uno piccolo piccolo, questo saggio me lo spazzerebbe via. Perché questo non è un libro bello: questo è un libro stre-pi-to-so. Questa è l’ultima, definitiva parola sul suffragio universale: in apparenza una conquista della civiltà, in realtà una delle peggiori iatture per l’umanità, secondo solo alla sfiga dei monoteismi rivelati. Jason Brennan è il nuovo Platone. E scusa se è poco.

Jason Brennan è docente di strategia, economia, etica e politiche pubbliche nonché di filosofia alla Georgetown University e ci propone un classico saggio della migliore tradizione filosofica anglosassone. Pubblicato un paio di mesi prima di quell’8 novembre maledetto, «Against Democracy» coglie lo spirito del tempo, sembra profetico e convince: è ricco di definizioni, esempi, dati ricavati da ricerche sociologiche, esperimenti mentali e ragionamenti rigorosi, consequenziali e cogenti con i quali l’autore anticipa e smonta tutte le possibili obiezioni. Brennan dimostra il coraggio di ridiscutere l’assioma fondamentale delle moderne società liberali: la democrazia a suffragio universale è, se non proprio il sistema migliore, il meno peggio. E lo smantella.

«Against Democracy» è diviso in una lunga pars destruens di critica al suffragio universale e una breve pars construens finale, dove l’autore abbozza una possibile alternativa: l’epistocrazia. Prima di passare allo spiegone, elenchiamo i quattro postulati alla base del saggio, non sempre espliciti.

Quattro postulati: strumenti, informazione e razionalità, competenze, potere

1. La democrazia è uno strumento
La democrazia non è un sistema buono a prescindere da ogni altra considerazione. Non possiede un valore intrinseco dato per sempre. La democrazia è solo uno strumento per organizzare e gestire una società affinché sia pacifica, ordinata e finalizzata ad accrescere il benessere individuale e collettivo. In quanto strumento, la democrazia non può essere immune alla critica e va valutata sulla base dei suoi risultati. Se i risultati sono scadenti, la democrazia può, anzi deve essere sostituita con uno strumento migliore.

2. L’informazione è indispensabile per la democrazia
La democrazia è il sistema politico nel quale la maggioranza, a suffragio universale, decide. Se è una democrazia diretta, la maggioranza decide su tutto. Se è una democrazia rappresentativa, la maggioranza sceglie chi decide al suo posto nel Legislativo e nell’Esecutivo. Vince la maggioranza e tutti i voti sono uguali: questi due aspetti sono fondamentali, poiché senza di essi non si dà democrazia (sembra ovvio, ma col cazzo che è sempre vero, come vedremo). Per decidere, i cittadini devono essere informati e razionali. Devono cioè aver acquisito tutte le conoscenze indispensabili per valutare in modo critico tutte le opzioni da votare e tutte le persone da eleggere: senza informazione e senza razionalità non si ottiene una democrazia capace di produrre una società ordinata, sicura, ben amministrata con lo scopo di favorire il benessere della collettività e degli individui.

3. Gli esseri umani non sono uguali fra loro per competenze
La democrazia è figlia dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. Ricordi? «Liberté, égalité, fraternité». Tutto codificato nel 1789 nella «Déclaration des Droits de l’homme et du citoyen»: un caposaldo della civiltà occidentale, da cui 150 anni dopo derivò anche la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. A fondamento di questi documenti c’è un’idea preziosa, nuova e rivoluzionaria per quell’epoca: gli esseri umani nascono uguali e devono godere degli stessi diritti. Non importa il colore della pelle, il sesso, il censo, la fede religiosa, le opinioni politiche o gli orientamenti sessuali: i diritti fondamentali devono essere garantiti a tutti senza discriminazioni. La «Déclaration» lo dice chiaro: «Les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droits» (art. I). Ma attenzione al seguito: «Les distinctions sociales ne peuvent être fondées que sur l’utilité commune». Ed ecco l’articolo sulla democrazia (gli errori nel francese moderno si trovano nella versione originale): «La loi est l’expression de la volonté générale; tous les citoyens ont droit de concourir personnellement, ou par leurs représentans, à sa formation; elle doit être la même pour tous, soit qu’elle protege, soit qu’elle punisse. Tous les citoyens étant égaux à ses yeux, sont également admissibles a toutes dignités, places et emplois publics, selon leur capacité, et sans autre distinction que celles de leurs vertus e de leurs talens» (art. VI) Si badi bene: «selon leur capacité»! Nella Dichiarazione del 1948 questa precisazione scompare: «La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione» (art. 21.3).
Ora, che gli esseri umani nati uguali diventino poi diversi crescendo è un fatto indiscutibile. Non si sta parlando di bellezza, intelligenza o talento, bensì di competenze, conoscenze, cultura. È ovvio: nessuno sa tutto. Un giornalista non sa sostituire uno sciacquone come un idraulico, che non sa progettare un grattacielo come un architetto, che non sa trapiantare un cuore come un cardiochirurgo, che non sa risolvere un integrale come un matematico, che non sa montare un motore come un meccanico, che non sa costruire una libreria come un falegname, che non sa far atterrare un aereo come un pilota, che non sa scrivere un articolo come un giornalista. Ciascuno di noi è portatore di saperi specializzati. Siamo tutti complementari e preziosi. Tuttavia alcuni saperi sono indispensabili per amministrare la collettività. Come fai a decidere sui diritti o l’economia o la scienza o la tecnologia o la fiscalità o il lavoro o la difesa o i rapporti internazionali se non ci capisci un cazzo? Servono pure razionalità e spirito critico: questi dovrebbero essere caratteristiche di ciascuno. Difatti da sempre i fautori della democrazia difendono l’educazione universale perché desiderano un corpo elettorale il più possibile informato e razionale per essere pronto a partecipare al dibattito politico. Tutte le Costituzioni del Novecento prevedono per lo Stato l’obbligo di prendersi cura della formazione dei cittadini, fornendo loro delle competenze almeno basilari. La prima Costituzione sovietica del 1918 imponeva a tutti addirittura la frequentazione dell’intero percorso scolastico: del resto era scontato, per chi voleva creare una nuova civiltà fondata sulla democrazia diretta capillare attraverso i soviet. In compenso, una moderna democrazia rappresentativa ambisce a formare quanto meno quella élite di cittadini competenti e preparati per decidere a ragion veduta in rappresentanza di tutti gli altri. Per arrivarci, la tradizione liberal-democratica ha dato grande importanza ai partiti. Anche Togliatti disse che «i partiti sono la democrazia che si organizza».

4. Il voto è una forma di potere
Ci sono due tipi di diritti. Anzitutto i diritti fondamentali: la tutela della persona, le libertà di opinione, di espressione, di riunione, di associazione, di movimento, il rispetto della proprietà privata, l’uguaglianza di fronte alla legge eccetera. Questi sono condivisi da tutti e nessun essere umano può esserne privato (fatta eccezione per le libertà revocate a causa di una condanna penale). Poi ci sono i diritti civili: la libertà di votare e di essere eletto. Questi invece non sono diritti universali: non sono concessi ai cittadini minorenni né agli stranieri. Ma proprio il diritto di voto è molto critico, perché concede a ogni votante un potere su tutti gli altri. Un potere minuscolo finché si vuole, ma reale: con il tuo voto, tu deciderai che cosa io potrò fare o non fare, chi potrò o non potrò sposare, se potrò o non potrò avere la tua stessa cittadinanza, se dovrò pagare tante o poche tasse, se potrò guadagnare tanto o poco e anche se potrò vivere o se dovrò morire (se mai un giorno ti verrà chiesto di esprimerti sulla pena di morte) e se dovrò vivere o se potrò morire (se mai un giorno ti verrà chiesto di esprimerti sull’eutanasia). Non c’è bisogno di scomodare Ben Parker per ricordare come il potere sia sempre inseparabile dalla responsabilità. Sicché, se tu voti, lo devi fare in modo responsabile. E, per essere responsabile, devi essere informato e razionale, appunto.

La pars destruens: la democrazia com’è davvero, purtroppo

Nel suo saggio, Brennan considera le democrazie non come dovrebbero o potrebbero essere in un mondo ideale, ma come sono nel mondo reale, con il materiale umano a disposizione. Materiale che lui suddivide in tre categorie.

1. I vulcaniani
Sono impegnati: si interessano di politica, perciò votano. Sono informati: si documentano, leggono, ascoltano tutti gli argomenti. Sono razionali: non votano «di pancia», ma sulla base di riflessioni argomentate di valore intersoggettivo. Sono critici: soppesano con rigore le ragioni pro e contro ogni tesi, con particolare sospetto verso le loro stesse convinzioni. I vulcaniani sono l’élite dei cittadini ideali.

2. Gli hobbit
Sono indifferenti: della politica non gli frega niente, perciò di solito non votano. Sono superficiali: non hanno opinioni o, se le hanno, non le sanno argomentare né gli interessa farlo. Sono la massa degli astensionisti. Gli hobbit sono innocui.

3. Gli hooligan
Sono impegnati: si interessano di politica, perciò votano. Sono ignoranti: non leggono e non si informano o, se leggono e si informano, lo fanno senza approfondire, limitandosi a poche fonti di parte e accontentandosi di argomenti superficiali e spesso solo di slogan. Sono irrazionali: votano «di pancia», per istinto, senza riflessione. Sono creduli: con stupefacente facilità si bevono bufale, panzane, fake news, complotti, in particolare quelli compatibili con i loro pregiudizi. Gli hooligan sono la massa pericolosa perché ignorante ma partecipe.

Le tre categorie non sono impermeabili fra loro: un hobbit può diventare un hooligan o un vulcaniano e viceversa. Inoltre la distinzione non è netta, ma ci sono sfumature fra una categoria e l’altra. Però almeno a grandi linee, secondo Brennan, i tre insiemi più rappresentativi sono questi.

In una società ideale esistono solo i vulcaniani. In una società un po’ meno ideale esistono solo i vulcaniani e gli hobbit: pazienza, ché tanto i secondi non fanno danni. Purtroppo nella società reale esistono pure gli hooligan. Se fossero una modesta minoranza, potremmo ignorarli. Ma non è così: sono la maggioranza. Brennan lo documenta con ampia dovizia di dati e cifre. Nemmeno a farlo apposta, pochi giorni fa mi è capitato sotto il naso un articolo del giornalista James Surowiecki pubblicato sul n. 1192 di «Internazionale». Ecco cosa scrive riguardo alle convinzioni sulla pubblica amministrazione statunitense:

Fortunatamente per Trump, la maggior parte degli elettori non ha idea di come il governo spenda il denaro, e molti sostenitori del presidente sono convinti che si possa risanare il bilancio semplicemente riducendo le assunzioni, rendendo più efficiente la pubblica amministrazione ed eliminando qualche ministero. In un sondaggio condotto nel 2013 sugli spettatori di Fox News, il 49 per cento ha dichiarato che «tagliando gli sprechi e le frodi» si sarebbe potuto cancellare la maggior parte del debito pubblico. Secondo altri sondaggi molti statunitensi sono convinti che più del 25 per cento del budget federale sia destinato agli aiuti all’estero (in realtà è meno dell’1 per cento), che il 10 per cento serva per pensioni e benefit (oggi è il 3,2 per cento) e che il 5 per cento vada alla tv e alla radio pubbliche (in realtà è lo 0,01 per cento). La spesa relativa ai sussidi alimentari e per la casa è quattro volte inferiore a quanto si pensa.
La sociologa Arlie Hochschild, autrice di un libro sui repubblicani di classe operaia, ha documentato altri pregiudizi. Molte delle persone con cui ha parlato credevano che i dipendenti del governo federale fossero il 40 per cento dei lavoratori statunitensi, quando in realtà sono poco più del 2 per cento. «Pensano che il governo sia pieno di sprechi e parassiti», spiega Hochschild.

Questa massa di somari, votando ed eleggendo, determina la politica fiscale, la disponibilità e la gestione delle risorse della collettività. Con le loro idee cretine, i loro pregiudizi e la loro pigrizia mentale, gli hooligan condizionano le esistenze di tutti, anche di chi è informato e critico e razionale. Ed è così ovunque. C’è da stupirsi poi della Brexit e dell’elezione di Donald Trump? Alle nostre latitudini, ormai alla deriva nella grettezza, nell’egoismo e nell’ur-fascismo, c’è da stupirsi se greggi di pecoroni abboccano alle fesserie sparate dal bimbominkia e danno credito alle stronzate della merda verde domenicale?

Questi asini sono pericolosi, non solo per sé stessi ma per l’intera società. Per ciascuno di noi. Per me. Per te. Sono pericolosi ma utili, con la loro ignoranza e la loro credulità, perché manipolabili. Prosegue infatti Surowiecki:

Non è difficile capire come sono nati questi pregiudizi. Per decenni il Partito repubblicano e i mezzi d’informazione di destra hanno ripetuto che il governo è corrotto e regala denaro ai nullafacenti. Anche se misure come il blocco delle assunzioni non avranno alcuna conseguenza sul deficit, i sostenitori di Trump non capiscono che si tratta di stratagemmi per distrarli da altre misure molto meno populiste, come i tagli alle tasse che andrebbero soprattutto a vantaggio dei ricchi.
«Quando gli elettori di Trump sentono che il loro paladino vuole ridurre i dipendenti federali si convincono che fa sul serio», spiega Hochschild. Queste manovre diversive permetteranno a Trump di dire agli elettori che sta mantenendo le promesse, anche se i conti pubblici non saranno mai risanati. Come farà a risolvere il problema del bilancio? Semplice: farà finta di averlo risolto.

Insomma, l’insipienza e l’irrazionalità sono tanto più gravi e pericolose in quest’epoca di post-verità, di fake news e di fatti alternativi, diffusi dai caporioni populisti, resi virali dai social media e infine trangugiati dai «webeti» descritti da Mentana e dalle «legioni di imbecilli» di cui parlava Eco. Mette solo tristezza e angoscia osservare questo sfacelo e poi andare a rileggere Dewey: chi desidera partecipare alla democrazia deve possedere alfabetizzazione, competenze culturali e sociali, pensiero indipendente e predisposizione alla condivisione. Sigh.

La competenza è indispensabile per tutto, ma non per la politica?

Questa mandria di ignoranti manipolabili dovrebbe essere resa innocua. Ma come? Sostituendo la democrazia a suffragio universale con l’epistocrazia: vota chi sa, decide chi è razionale. Se Dewey ha ragione, se quelle virtù sono necessarie all’esercizio della democrazia ma gli hooligan sono sempre più numerosi e sempre meno recuperabili, allora chi non le possiede va escluso.

Sia chiaro: l’epistocrazia è una forma di elitismo e Brennan non lo nega. Anzi, difende l’elitismo della competenza con argomenti efficaci. Per esempio, chiede se sarebbe giusto costringere una persona a finire sotto i ferri di un chirurgo incompetente. No: è palese. Eppure la maggioranza è ignorante, irrazionale e credulona e nondimeno le sue decisioni impongono vincoli e obblighi per tutti. Sicché non si capisce per quale motivo pretendere una competenza per l’esercizio del voto dovrebbe essere più inaccettabile della pretesa di una competenza comprovata con un esame per consentire l’esercizio della professione a un medico, a un architetto, a un avvocato, a un docente, a un elettricista, a un falegname, a un ristoratore. Io, ignorante in medicina, affido il mio corpo a un medico, la cui competenza è dimostrabile. Allo stesso modo, affido il mio lavandino a un idraulico, la mia auto a un meccanico, la mia casa a un architetto, il mio divorzio a un avvocato, l’educazione di mia figlia a un docente: tutte persone che io non potrei sostituire perché hanno competenze diverse dalle mie, migliori delle mie nei loro rispettivi campi. Dunque per quale motivo non affidare la res publica e con essa il mio destino politico, economico, sociale solo a chi può dimostrare le adeguate competenze?

Brennan è molto convincente:

Concerning almost any topic inside or outside politics, some people have superior judgment to others. Despite disagreement, diversity, and self-serving cognitive biases, we can and do form justified true beliefs that some people have superior judgment to others. I justifiably believe my surgeon brother-in-law has superior medical judgment than I do. I justifiably believe my information systems technician brother has superior judgment about computers than I do, and my plumber has superior judgment about pipe fitting. I justifiably believe that Quantas pilots have superior judgment about piloting than I do. And while I no doubt suffer from some degree of confirmation and self-serving bias, perhaps I justifiably believe that I—a named professor of strategy, economics, ethics, and public policy at an elite research university, with a PhD from the top-ranked political philosophy program in the English-speaking world, and a strong record of peer-reviewed publications in top journals and academic presses—have superior political judgment on a great many political matters compared to many of my fellow citizens, including to many large groups of them. If I didn’t believe that about myself, I’d feel like a fraud every time I teach a political economy course.
Note that such judgments (that on some topic, one person knows more and has better judgment than the other) need not carry with them the further judgment that some people are better than others, tout court. I think my plumber is better at plumbing than I am, but I don’t think he is better than I am, period. I think I’m better at economic reasoning than my plumber, but I don’t think I’m better than he is, period.

Di fronte a tanta forza persuasiva si può solo tacere ammirati.

Discriminazione? Ma va’ là

Ma ti pare che l’hooligan tace? Figuriamoci. Cosa gli dà più fastidio nell’epistocrazia? La discriminazione. Perché alcuni dovrebbero votare e altri no? Perché il voto di alcuni dovrebbe pesare più del voto di altri? Così l’hooligan si sente escluso, non capisce, non ammette la propria ignoranza e la propria credulità, s’incazza. E obietta: «Ma chi cazzo sei tu per stabilire se io posso o non posso votare?».

La mia risposta di epistocratico seguace di Jason Brennan è ovvia: «Chi cazzo sei tu, con la tua ignoranza e i tuoi pregiudizi, per stabilire attraverso il tuo voto, disinformato e irrazionale, quali proibizioni e quali obblighi devono condizionare la mia vita? Chi cazzo sei tu, ottuso cattobigotto, per decidere che io, gay, non posso sposare l’uomo che amo o che io, malato terminale, non posso porre termine alla mia vita in modo dignitoso nel pieno rispetto della mia libertà? Chi cazzo sei tu, ignorante sull’amministrazione dello Stato, per decidere che è giusto tagliare le tasse ai ricchi e poi ridurre i sussidi a me, disoccupato perché quegli stessi ricchi hanno delocalizzato le loro aziende?».

Brennan è più educato:

I can point to the average voter and reasonably ask, «Why should that person have any degree of power over me?» I can similarly turn to the electorate as a whole and inquire, «Who made those people my boss?» As we saw in chapter 2, most of them have little sense of what’s going on. Why should I be subject to the rule of hobbits and hooligans?

Già ora non esiste la democrazia

C’è però un argomento ancora più forte a favore di un’epistocrazia: già ora non viviamo affatto in una democrazia a suffragio universale, per motivi molto più idioti dell’ignoranza degli uni e della conoscenza degli altri. E nessuno si lamenta. Anzi, nessuno ci pensa proprio. Sorpreso? Non ci credi? Te lo dimostro subito.

I minorenni non hanno diritto di voto: gli esseri umani con meno di 18 anni non sono abbastanza competenti o maturi per partecipare all’amministrazione della collettività. Perché 18 anni? Così: è una convenzione. Sembra piuttosto insensato concedere il voto a un bimbetto di 4 anni. Ma a un adolescente di 17 o anche solo di 15 anni? Quanti ragazzini sono più curiosi, informati, razionali e maturi di tanti adulti? Qualcuno c’è: piccoli vulcaniani crescono. Eppure l’incompetenza e l’immaturità presunte sono un argomento sufficiente per escluderli dal voto, insieme alla totalità dei minorenni. Perché allora l’incompetenza e l’immaturità comprovate non dovrebbero essere un argomento sufficiente per escludere una bella fetta di maggiorenni?

Ma non finisce qui: spesso non vince la maggioranza, ma la minoranza, e ciò accade perché i voti non sono tutti uguali. Un caso clamoroso: l’elezione di Donald Trump. Lui ha preso 2 milioni di voti in meno di Hillary Clinton, ma lei ha perso e lui ha vinto. Pertanto gli Stati Uniti non sono una democrazia. Ti rendi conto? Il guardiano del mondo esporta con la guerra una cosa che non possiede e non applica nemmeno in casa propria.

Come dici? «Già, ma noi siamo in Svizzera, e qui invece…». No. Qui un cazzo. Qui è la stessa cosa: pure in Svizzera i voti hanno pesi diversi. Prendi il caso del Consiglio degli Stati: ogni Cantone elegge 2 rappresentanti. Quindi il Canton Ticino, con 350 mila abitanti, manda a Berna due consiglieri, come il Canton Glarona, con 40 mila abitanti. Dunque il voto di un glaronese vale quasi 9 volte il voto di un ticinese. Oppure considera le elezioni cantonali. Alcuni partiti possono scegliere i propri rappresentanti nel Parlamento cantonale con i circondari. Conseguenza: bastano pochi voti raccolti in una valle periferica per essere eletto in Gran Consiglio al posto di un altro candidato con molti voti raccolti a Lugano. In conclusione la maggioranza non vince e i voti non sono tutti uguali.

Ora forse tu replicherai: «Sì, ma queste particolarità elettorali sono caratteristiche di uno Stato federale e servono a proteggere le peculiarità locali». Ma sai che c’è? Chissenefrega. Giustificale come ti pare: non m’interessano le ragioni storiche, culturali, politiche. Se non vince la maggioranza e se i voti non pesano tutti in modo uguale, allora quella non è una democrazia. Non chiamarla democrazia. Chiamala come vuoi, ma non democrazia.

Se già non viviamo in una democrazia, perché allora l’epistocrazia dovrebbe essere tanto ripugnante? Perché il peso maggiore dato al voto di un cittadino informato dovrebbe essere più riprovevole del peso maggiore dato al voto di un cittadino di Glarona? In fondo non c’è merito nel vivere a Schwanden invece che a Novaggio, giusto? Puro culo. In compenso c’è merito eccome nell’essere competente e razionale.

Ma la democrazia almeno funziona? Anche no

Secondo molti, la democrazia, sebbene lontana dall’ideale e popolata e amministrata in maggioranza da un branco di somari, comunque funziona. Qualsiasi alternativa è peggio. Che altro, del resto? Una monarchia? O perfino una dittatura, magari? No, grazie: s’è già visto come va a finire. Meglio questa mezza schifezza. Che poi tanto ha i suoi meccanismi per neutralizzare gli hooligan.

Uno è l’astensionismo. È un’opinione molto diffusa: chi non capisce di solito non s’interessa, non vota e non fa danni. È vero, ma solo per gli hobbit. Se ci fossero solo loro e i vulcaniani, tutto andrebbe bene e Carlo avrebbe ragione. Purtroppo però esistono gli hooligan: quelli sono ignoranti e pieni di pregiudizi, però votano lo stesso. Quindi no, l’astensionismo aiuta un po’, ma non basta.

Altro argomento: la democrazia funziona perché, fra il voto e l’implementazione della legge votata, molti meccanismi, influenze e compromessi snaturano almeno in parte la scelta reale del popolo. Il sistema della rappresentanza, gestito da persone più competenti e razionali dei propri elettori, introduce nella democrazia un po’ di epistocrazia. Il popolo non se ne accorge? Macché: il popolo è ignorante, mica si informa. Il popolo, come sosteneva Rousseau, è libero un solo giorno, ossia il giorno delle elezioni, e l’indomani ridiventa schiavo. E non se ne rende conto. Perciò la democrazia funziona perché… beh, di fatto perché non funziona. Non come dovrebbe se fosse davvero una democrazia, almeno. In realtà è già una forma blanda di epistocrazia. In ciò aiutata dai partiti.

Già, i partiti: orientano l’elettorato, stemperano gli estremismi, selezionano una classe dirigente competente. Alla fine, i partiti migliorano l’esito del voto e dell’elezione. Brennan lo riconosce ma, dati alla mano, mostra quanto l’effetto sia modesto.

Io aggiungo una mia considerazione: i partiti tradizionali contano sempre meno. Anzi, sono screditati. Dici «partito» e di solito l’interlocutore quadratico medio reprime una smorfia di disgusto o commenta con il luogo comune: «Sono tutti uguali. È tutto un magna magna». Siamo nel pieno del rifiuto delle élite, ormai considerate casta privilegiata a prescindere. Nel calderone finisce tutto: l’élite politica, appunto, ma poi anche l’élite economica e perfino l’élite culturale, intellettuale, scientifica. Il cittadino quadratico medio non si fida più e sente la necessità, più che di essere rappresentato, di rispecchiarsi tale e quale, nel bene e nel male, con i pregi e con i difetti. Soprattutto con i difetti, dei quali è addirittura orgoglioso. Nasce così il populismo: una personalità forte, carismatica e di solito molto ricca fonda un movimento o manipola un partito già esistente e pretende di rappresentare quel «popolo» (mitico, com’è ovvio) unico e infallibile, depositario di ogni ragione e di ogni bene e possessore della superiorità morale. «Lo voto perché è come me», pensa l’hooligan. «Lui mi capisce. E io capisco lui». Poi non importa se nei fatti quel capopopolo è un plutocrate, un coglione, uno stronzo, un corrotto, un infame, un razzista, un sessista, un fascista. Non importa, perché dice all’hooligan quello che l’hooligan vuole sentirsi dire: «Tutte le élite sono corrotte. Il nemico è sempre qualcun altro, per esempio il frontaliere o il migrante o lo zingaro o il negro o l’ebreo. Gli intellettuali sono dei fighetti spocchiosi e ti disprezzano, ma tu sei migliore di loro. Tu sei membro del popolo e il popolo ha sempre ragione». Così il caporione populista offre all’hooligan soluzioni semplici per problemi complessi. Semplici e sbagliate. In questo modo bypassa i partiti, anzi si contrappone ai partiti, e arriva al vertice fottendosene e sfruttando l’ignoranza e il fanatismo degli hooligan ai quali titilla le budella. Trump docet: Trump l’ignorante, Trump il volgare, Trump l’estremista. Trump arrivato lì proprio perché ignorante, volgare ed estremista come gran parte dei suoi elettori, che in lui si riconoscono. D’altronde si chiama «democrazia rappresentativa» perché rappresenta, giusto? In questo disastro, quanto ha contato il Partito repubblicano, con il suo stile, la sua storia, la sua cultura, i suoi intellettuali? Zero. Quanto hanno contato i McCain e i Romney che, per quanto conservatori, sono persone colte e decenti? Zero. Hanno vinto l’ignoranza e l’indecenza. C.V.D.

La pars construens: l’epistocrazia

Insomma, la democrazia a suffragio universale è una ciofeca. Sarà pure meglio di una dittatura, ma i trumpismi, i lepenismi, i leghismi e in generale tutti i populismi ur-fascistoidi sono lì a dimostrare i potenziali disastri. Non sono una minaccia per la democrazia, come molti sostengono, ma un naturale sviluppo della democrazia e del suffragio universale. Che fare, dunque? L’epistocrazia è la risposta. Ma come? Premesso che la conoscenza dev’essere resa accessibile a chiunque senza alcuna discriminazione, purché l’interessato dimostri desiderio e impegno per acquisirla, Brennan avanza qualche proposta.

Prima possibilità: un bell’esame di cultura generale per accedere al voto. Oppure per accedervi senza costi: chi supera l’esame vota gratis, gli altri pagano una cifra sostanziosa. O magari con un incentivo in denaro: chi supera l’esame riceve una bella sommetta, gli altri no, anzi pagano. O ancora un voto ponderato, il cui valore cambia in funzione delle competenze dimostrate. Brennan propone di far contare anche il titolo di studio, ma in tutta sincerità, nel vedere a piede libero certi idioti con il diploma, non mi sembra una discriminante utile. Oppure c’è il sistema di López-Guerra: prima si effettua un’estrazione a sorte di un sottoinsieme del corpo elettorale e poi si impone agli estratti una formazione obbligatoria. Interessante, ma cosa facciamo se poi quelli non studiano?

Seconda possibilità: il concilio epistocratico, per appartenere al quale bisogna superare un esame molto severo. Rimane la democrazia a suffragio universale, ma il concilio ha il potere di porre dei veti o di revocare le leggi decise dalla maggioranza o dai suoi rappresentanti. Questa soluzione si presta ad applicazioni su più livelli: molti concili epistocratici, anche piccoli, anche con estrazione a sorte. D’altronde alcune Corti supreme e/o costituzionali, incaricate fra le altre cose di bloccare le leggi volute dal popolo o dai suoi rappresentanti, sono già una forma di concilio epistocratico, e nessuno si scandalizza. Certo, questo sistema rallenta i tempi di implementazione delle leggi, ma non è un difetto. Quante decisioni democratiche demenziali sono state prese sotto la pressione dell’urgenza? Un momento di riflessione e di critica da parte di persone competenti farebbe solo bene.

Ma veniamo al vero problema dell’epistocrazia: ammesso che si imponga un esame, ammesso che si evitino abusi, raccomandazioni, corruzioni, chi accidenti si assume il ruolo dell’esaminatore? Chi stabilisce la competenza altrui? E con quali standard? Il problema sembra insolubile, ma Brennan se ne esce con una risposta sconcertante: gli standard di competenza vengono stabiliti… a suffragio universale!

Eh? Cosa? Come? Prima ci dimostri che il suffragio universale fa schifo e poi lo recuperi per stabilire le modalità di selezione di chi potrà votare?

Ebbene, sorprende ma ha un certo senso. Infatti l’irrazionalità e l’ignoranza degli elettori provocano danni nei singoli casi reali, non sui massimi sistemi. Puoi constatarlo anche nel microcosmo delle vite individuali. Pensaci: chiunque sa bene come dovrebbe essere il proprio partner ideale, ma poi molti falliscono nella scelta del partner reale. Siamo tutti bravi a definire gli standard teorici, ma siamo pessimi nell’applicare quegli standard alle persone concrete. In modo analogo i cittadini sanno quali competenze in teoria dovrebbe avere chi poi dovrà decidere, ma in maggioranza sono pessimi nella pratica, cioè nella valutazione delle persone reali. In teoria tutti sanno di non dover votare ladri e corrotti, ma poi tutti faticano a stabilire chi fra i candidati è un ladro e un corrotto… e difatti poi i ladri e i corrotti vengono eletti. Tutti sanno che l’aspetto fisico non dev’essere determinante per votare un candidato… ma poi la maggioranza finisce per votare soprattutto persone attraenti. Ecco perché Brennan è fiducioso e ottimista: le regole per selezionare chi farà parte dell’élite e voterà oppure chi apparterrà al concilio epistocratico potranno essere stabilite a suffragio universale.

Mah. Io invece sono pessimista. E più mi guardo in giro e più divento pessimista.

Un’obiezione grave e importante

Fra le molte obiezioni possibili, Brennan non se ne nasconde una pesante come un macigno: siccome le persone già avvantaggiate sono in media più competenti di quelle svantaggiate, l’epistocrazia tenderà a favorire le prime e i loro interessi. Per esempio, nel sottoinsieme degli elettori competenti o dei membri del concilio epistocratico, i maschi bianchi ricchi saranno più rappresentati delle donne di colore povere. Non per razzismo, ma perché, quando vai a verificare le competenze reali, i primi sono più informati delle seconde: la vita, le occasioni, il privilegio di nascita e di ricchezza – quindi in sostanza il puro culo – hanno dato loro un vantaggio. Lo stesso Brennan ammette che, se fosse lui a preparare l’esame, lo supererebbero soprattutto maschi bianchi di classe medio-alta, ma non perché lui sia sessista, razzista o classista, bensì perché esistono ingiustizie sociali, economiche e culturali.

Come replica Brennan a questa obiezione? Per cominciare, rileva un’ipotesi nascosta, secondo la quale in generale le persone votano sempre in funzione del proprio interesse. Ma questo è vero per i piccoli gruppi, non per quelli più grandi, dove in generale si vota in funzione dell’interesse collettivo. In secondo luogo, si suppone pure che gli svantaggiati sappiano non solo qual è il loro interesse, ma anche quali sono le politiche migliori per raggiungerlo. Ma questo non è vero, poiché gli svantaggiati sono, appunto, incompetenti. La tesi di Brennan è allora che, invece di insistere affinché possano votare subito gli incompetenti, bisognerebbe prima di tutto eliminare le discriminazioni: trattare la malattia, non i sintomi. Siccome però i votanti informati e quelli disinformati hanno convinzioni molto diverse sul modo migliore per eliminare queste discriminazioni, in realtà togliere il diritto di voto all’80% dei bianchi potrebbe essere la soluzione migliore per aiutare i neri.

Non facciamo pasticci

Brennan riconosce il pericolo potenziale: pur constatando i limiti della democrazia a suffragio universale, è sconsigliabile mettersi a pasticciare con i sistemi politici, specie quelli mai sperimentati prima. Per usare una perla di saggezza popolare: «Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova». Perciò dovremmo tenerci questo sistema, che pur con tutti i suoi limiti e difetti produce una società ordinata e sicura. Ci vuole cautela.

Questa è la risposta di Brennan:

Democracy, as we practice it, is unjust. We expose innocent people to high degrees of risk because we put their fate in the hands of ignorant, misinformed, irrational, biased, and sometimes immoral decision makers. Epistocracy might be able to fix this problem. If epistocracy works better, we should go with epistocracy instead.
But epistocracy might not work better. Or it might be that trying to transition to epistocracy is too costly or dangerous— we can’t get there from here. In the end, then, the best argument for democracy is Burkean conservativism. Democracy is not a fully just social system, but it’s too risky and dangerous to attempt to replace it with something else. Burkean conservativism tells us to be careful, but we also have to be careful with Burkean conservativism. Burkean conservativism warns us that attempts to make things better might make things worse. It’s true that the world is complicated and our experiments may blow up in our faces. But we can repeat this line of reasoning for any proposed change.

Insomma, la cautela va bene, ma senza esagerare. A esser troppo cauti non si va mai da nessuna parte. Pure la democrazia si è imposta nella Storia perché a un certo punto si mise da parte la cautela, peraltro con conseguenze non incoraggianti, specie all’inizio. Quando si cominciò a parlare di democrazia in epoca moderna, con l’Illuminismo, il diritto divino dei monarchi assoluti era lo standard per le società dell’epoca: società ingiuste, oligarchiche sulla base del sangue e del censo, ma a modo loro funzionanti. La democrazia sembrava un’utopia. Quella a suffragio universale un vero delirio: «Anche i poveri? Anche le donne? Anche i negri? Ma siete matti?». Poi venne il 1789 e un primo embrione di democrazia. E dopo il 1789 venne il Terrore, che di quella nascente democrazia non fu un bel biglietto da visita. Tuttavia la democrazia alla fine ha vinto e le monarchie assolute sono scomparse, quanto meno nei Paesi civili (e no, l’Arabia Saudita e la Corea del Nord non sono Paesi civili). Vorrà dire qualcosa?

Ma si può fare davvero?

Brennan non è un sognatore. Non lo dice in modo esplicito, ma si capisce: per lui l’epistocrazia è sì possibile e anche desiderabile, ma non è davvero implementabile. Non è un’opzione realistica. Mica puoi togliere così, da un giorno all’altro, il diritto di voto a milioni di persone e sperare pure nella loro gratitudine. L’epistocrazia rimane però un esperimento mentale interessante, se non altro per evidenziare tutti i difetti delle democrazie reali. Difetti le cui conseguenze terrificanti sono sotto gli occhi di tutti.

Choam Goldberg

J. Brennan, «Against Democracy», Princeton University Press

(Foto: Rama)

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