Devastante

Un ottimo bignamino ateo, per spiegare ovvietà che però tanto ovvie non sono.


«Lo scopo di questo libro non è dimostrare l’inesistenza degli dei»: questo spiega Harrison proprio all’inizio. E qui sta quel suo pizzico di ipocrisia. Infatti il suo saggio sembra animato dalla più ampia apertura agli argomenti dei credenti. Sembra solo, però. In apparenza. Ché di fatto, invece, è uno dei libri più devastanti perché, smontando le ragioni della fede, argomenta a favore dell’ateismo. Ed è più efficace, nella sua semplicità, di certi tomi di Dawkins e di Dennett, per dire. Forse anche perché è più ordinato e schematico.

Leggendo i 50 motivi, l’impressione frequente nel lettore ateo e razionale è quella di una grande ingenuità. Vien voglia di dirgli in continuazione: «Ma no, dai! È ovvio! Non puoi pensare di dover spiegare ‘ste cazzate!». Poi ci rifletti un po’, visualizzi alcuni credenti di tua conoscenza e infine concludi che no, ha ragione lui: con certa gente bisogna ridursi a spiegare perfino le banalità. Sicché sì, certo: è un buon libro sull’ateismo. Chiaro, completo. Forse un po’ troppo insistente sul creazionismo e l’intelligent design, come spesso sono i libri scritti negli Stati Uniti, dove imperversa quella peste culturale, ma senza dubbio un ottimo bignamino schematico ateo. Scorrevole, colloquiale, mai noioso, con capitoli brevi adatti anche a una lettura frammentata. Ben fornito di esempi tratti dalla storia e dall’esperienza personale dell’autore e con una bibliografia capitolo per capitolo, ricca ma non tanto sterminata da perdercisi.

Gli argomenti di Harrison si suddividono in quattro categorie, mescolate fra loro.

Anzitutto quelli che contestano un’evidenza fattuale. Per esempio le religioni come fonti di bellezza e di bontà o qualche fatto naturale come prova dell’esistenza di Dio o gli atei come persone immorali e pericolose.

Poi gli argomenti che riconoscono un fatto, ma ne dimostrano la totale insignificanza per la questione teologica. Per esempio l’adesione alla fede da parte di miliardi di persone o di alcuni soggetti molto colti e/o molto intelligenti.

E ancora quelli che rispondono a un’esigenza o a un’esperienza interiore, reale ma insufficiente per dimostrare l’esistenza di Dio. Per esempio le sensazioni di benessere o di pienezza suscitate dalla fede.

Infine gli argomenti teologici e filosofici di grande spessore. Per esempio la totale insensatezza nel pretendere dagli atei la dimostrazione della non esistenza di Dio: quante volte ci toccherà ripetere che no, perdìo, non c’è simmetria? Oppure la formidabile demolizione della missione redentrice di Gesù Cristo dai peccati umani: quel capitolo da solo vale il prezzo di tutto il volume.

Non è un libro esente da difetti. Talvolta è ripetitivo: di motivi Harrison ne propone 50, ma la tira lunga per far cifra tonda e ne avrebbe potuti accorpare parecchi e scendere a 40 o forse perfino a 35. Non solo: una delle magagne principali sta senza dubbio nell’inconciliabilità fra le innumerevoli religioni, ma Harrison ci torna sopra un po’ troppo spesso. E sorvola invece troppo sull’argomento definitivo contro qualsiasi fede in una divinità buona e onnipotente: l’esistenza del dolore. Infine, la traduzione soffre di qualche errore (per esempio «editor» è il direttore di una testata, non l’editore). Ma sono difetti minori e perdonabili in un libro nel complesso ben scritto e convincente. Da far leggere a ogni credente, per poi vedere di nascosto l’effetto che fa.

Choam Goldberg

Guy P. Harrison, «50 motivi per cui si crede in Dio, 50 ragioni per dubitarne», Nessun Dogma