Il Mistero e il mistero

Il mistero della scienza è una sfida per l’intelligenza. Il Mistero della fede è un insulto per l’intelligenza.


«La scienza pretende di spiegare tutto. La scienza vuole cancellare il fascino del mistero»: quante volte me lo sono sentito dire? Troppe. Specie da chi nel Mistero ci sguazza e ne va perfino orgoglioso. Sicché anche basta, dai: questa cosa non la si può più sentire.

I misteri sono lì e noi nutriamo la ragionevole speranza di riuscire a violarli. La Storia ci insegna che ne è sempre valsa la pena.

La scienza si nutre di mistero. Senza mistero non esisterebbe scienza. Perché questo è la scienza: un tentativo di fornire una spiegazione razionale ai fenomeni che ancora ne sono privi. E sono tanti, ché tante, tantissime sono le cose che non conosciamo. Per esempio la realtà alle scale inferiori alla lunghezza (1,6 x 10–35 metri) e al tempo (5,4 x 10–44 secondi) di Planck. Oppure l’origine della vita dalla materia inorganica. O ancora lo sviluppo della coscienza di sé dal cervello umano. Abbiamo sviluppato modelli imperfetti nel caso migliore e solo intuizioni incerte nel caso peggiore. Però ci lavoriamo: cerchiamo spiegazioni sotto forma di leggi semplici, eleganti, razionali e predittive.

I misteri sono lì e noi nutriamo la ragionevole speranza di riuscire a violarli. La Storia ci insegna che ne è sempre valsa la pena. Per poi – proprio in questo sta la meraviglia – andare a scontrarci con nuovi misteri, ossia nuove sfide intellettuali. Le nostre saranno risposte incerte, provvisorie, limitate: se nuove scoperte le smentiranno, allora cambieremo le risposte vecchie o addirittura le butteremo via, formulando risposte nuove. A propria volta incerte, provvisorie, limitate.

Quindi la scienza non pretende affatto di spiegare tutto. Però ha fiducia nella possibilità di riuscire a spiegare un po’ di più. E ci prova.

Ma è giusto? Non sarebbe meglio accettare e rispettare il mistero, così affascinante? Per esempio ammirare la bellezza di un arcobaleno senza tentare di darne una spiegazione scientifica? Capire la teoria della rifrazione della luce rende quell’arco colorato più dozzinale e indifferente? Lo sostengono tanti intellettuali di formazione umanistica. È una critica antica. In Italia trova un famoso precedente nel 1967, con la polemica fra Anna Maria Ortese e Italo Calvino. Scriveva lei:

(…) non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio; e nella tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e ansia. Mi domando perché. [1]

Rispondeva lui:

Chi ama la luna davvero non si accontenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. [2]

Richard Feynman propose il famoso esempio del fiore.

Sapere di più sull’arcobaleno, sulla Luna, sul fiore non intacca di un epsilon il fascino. Semmai lo aumenta.

È chiaro, no? Sapere di più sull’arcobaleno, sulla Luna, sul fiore non intacca di un epsilon il fascino. Semmai lo aumenta. E – aggiungo io – ci rende compartecipi di un’esistenza consapevole condivisa, poiché ogni essere umano è un pezzetto di universo che acquisisce coscienza di sé stesso. Poche azioni sono nobili in una vita umana quanto contribuire a questa coscienza svelando misteri sempre nuovi, in un’avventura intellettuale senza fine.

Agli antipodi è il Mistero della fede: quello è inviolabile per principio. Anzi, è la risposta di default a ogni domanda sulle assurdità e le incoerenze delle credenze religiose.

Come può Yahweh essere giusto ma ordinare la morte di migliaia di persone innocenti? Come può Dio essere buono, onnipotente e onnisciente ma permettere la sofferenza? Come può Dio essere uno ma anche tre? Come può Gesù essere Dio ma nel contempo anche uomo? Come può un pezzo di pane trasformarsi nel corpo di Cristo ma rimanere pane? Come può Allah essere misericordioso ma esortare a uccidere chi non crede in lui? Come può Allah essere giusto ma imporre la sottomissione della donna all’uomo? Insomma, come può Yahweh/Dio/Allah aver creato un universo antico miliardi di anni, esteso per decine di miliardi di anni-luce, contenente centinaia di miliardi di galassie, ciascuna con centinaia di miliardi di stelle, ma poi ridursi a occuparsi delle faccende di una specie di ominidi su un pianeta in orbita attorno a una stella mediocre in una galassia insignificante? In tutta questa meraviglia, come può Yahweh/Dio/Allah lasciare quegli ominidi nascere, crescere e crepare nel dolore? Come può Yahweh/Dio/Allah, signore e creatore di un cosmo immenso, dall’eleganza e dalla bellezza stupefacenti, essere interessato a premiare o punire quegli ominidi per i loro pensieri, le loro idee, i loro desideri, i loro atti, soprattutto quelli legati all’innocuo, naturale piacere fisico?

Traduzione: «Zitto e credi. Anche se ti sembra una cazzata, credici lo stesso. È così e basta».

Ogni volta la risposta è la stessa: «Mistero della fede». Che significa: «Le risposte sono nella mente di Yahweh/Dio/Allah e ora tu non capisci perché non puoi capire, essere limitato quale sei. Solo al cospetto del Creatore ogni tua domanda troverà risposta e tutto verrà chiarito. Solo allora saprai e capirai». Traduzione: «Zitto e credi. Anche se ti sembra una cazzata, credici lo stesso. È così e basta». Anzi, quanto più clamorosa è la cazzata, tanto maggiori sono la fede e di conseguenza il merito acquisito agli occhi di Dio. Ché a credere nei fatti ragionevoli son capaci tutti. Già lo diceva Tertulliano all’inizio del III secolo d.C.:

(…) et mortuus est Dei Filius; prorsus credibile est, quia ineptum est. [3]
– Tertulliano, «De Carne Christi», V, 4

La scienza è un tunnel buio. Noi entriamo e con una piccola torcia gettiamo una luce intorno. Poi avanziamo in profondità, dove l’oscurità è più fitta. Abbiamo bisogno di torce più sofisticate e potenti e le inventiamo. Ci sarà sempre la tenebra davanti a noi, ma la affronteremo con torce nuove e migliori.

La fede è una porta sbarrata e inviolabile e noi dovremmo accettarla in silenzio. Secondo i credenti, Dio ci avrebbe fornito l’intelligenza e la curiosità per poi umiliarle costringendoci ad accettare il Mistero della fede. Perché imporci un destino così paradossale e crudele? Boh. Mistero della fede.

Choam Goldberg


Lettura bonus:

Un eccellente articolo di Edoardo Lombardi Vallauri su «MicroMega» dimostra quanto l’umiltà intellettuale sia solo un pretesto idiota per nascondere la profonda arroganza di chi invoca il Mistero della fede. Perché l’umiltà, quella vera, sta dalla parte di chi applica la ragione e pone le domande più scomode.

LE PAROLE DELLA LAICITÀ – Umiltà


[1]

Caro Calvino,
non c’è volta che sentendo parlare di lanci spaziali, di conquiste dello spazio, ecc., io non provi tristezza e fastidio; e nella tristezza c’è del timore, nel fastidio dell’irritazione, forse sgomento e ansia. Mi domando perché.
Anch’io, come altri esseri umani, sono spesso portata a considerare l’immensità dello spazio che si apre al di là di qualsiasi orizzonte, e a chiedermi cosa c’è veramente, cosa manifesta, da dove ebbe inizio e se mai avrà fine. Osservazioni, timori, incertezze del genere hanno accompagnato la mia vita, e devo riconoscere che per quanto nessuna risposta si presentasse mai alla mia esigua saggezza, gli stessi silenzi che scendevano di là erano consolatori e capaci di restituirmi ad un interiore equilibrio.
(…) Ora, questo spazio, non importa da chi, forse da tutti i paesi progrediti, è sottratto al desiderio di riposo, di ordine, di beltà, allo straziante desiderio di riposo di gente che mi somiglia. Diventerà fra breve, probabilmente, uno spazio edilizio. O un nuovo territorio di caccia, di meccanico progresso, di corsa alla supremazia, al terrore. Non posso farci nulla, naturalmente, ma questa nuova avanzata della libertà di alcuni, non mi piace. È un lusso pagato da moltitudini che vedono diminuire ogni giorno di più il proprio passo, la propria autonomia, la stessa intelligenza, l’autonomia, la speranza.
– Anna Maria Ortese, dicembre del 1967, dal «Corriere della Sera»

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[2]

Cara Anna Maria Ortese,
guardare il cielo stellato per consolarci delle brutture terrestri? Ma non le sembra una soluzione troppo comoda? Se si volesse portare il suo discorso alle estreme conseguenze, si finirebbe per dire: continui pure la terra ad andare di male in peggio, tanto io guardo il firmamento e ritrovo il mio equilibrio e la mia pace interiore. Non le pare di «strumentalizzarlo» malamente, questo cielo?
(…) Quel che mi interessa (…) è tutto ciò che è appropriazione vera dello spazio e degli oggetti celesti, cioè conoscenza: uscita dal nostro quadro limitato e certamente ingannevole, definizione d’un rapporto tra noi e l’universo extraumano. la luna, fin dall’antichità, ha significato per gli uomini questo desiderio, e la devozione lunare dei poeti così si spiega. Ma la luna dei poeti ha qualcosa a che vedere con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in un modo nuovo tante cose.
Gli exploits spaziali sono diretti da persone a cui certo questo aspetto non importa, ma esse sono obbligate a valersi del lavoro di altre persone che invece si interessano allo spazio e alla luna perché davvero vogliono sapere qualcosa di più sullo spazio e sulla luna. Questo qualcosa che l’uomo acquista riguarda non solo le conoscenze specializzate degli scienziati ma anche il posto che queste cose hanno nell’immaginazione e nel linguaggio di tutti: e qui entriamo nei territori che la letteratura esplora e coltiva.
Chi ama la luna davvero non si accontenta di contemplarla come un’immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. Il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa ad un grado di precisione e di evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare…
– Italo Calvino, dicembre del 1967, dal «Corriere della Sera»

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[3]

(…) e il Figlio di Dio è morto; è assolutamente credibile, perché è assurdo.

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