Prima ottenerlo, poi abolirlo

Il matrimonio gay è una grande conquista civile. Ma per portare la libertà alle sue conseguenze bisognerà arrivare infine a eliminarlo.


La Costituzione italiana non dice alcunché sul genere delle persone nell’istituzione del matrimonio. Controllare per credere: nell’articolo 29 non ce n’è traccia. Nemmeno il Codice civile lo specifica, però poi si riferisce agli sposi come «marito» e «moglie». Sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione confermano la giurisprudenza: il matrimonio fra persone dello stesso sesso sarà impossibile finché il Parlamento non lo consentirà modificando la legislazione. Da cui il compromesso della legge Cirinnà nel 2016 per creare almeno le unioni civili. Non è molto, ma è meglio di nulla. E si spera che in futuro… eh?

No. Anzi sì: si spera. Il matrimonio gay sarebbe un enorme progresso. Ci mancherebbe. Eppure non sarebbe la soluzione ultima e definitiva. E alla fine dovremmo abolirlo. Perché?

Poniamoci anzitutto una domanda: che cosa non ci piace del matrimonio com’è ora? Ovvio: la restrizione alla differenza di genere. Noi vorremmo rimuovere questa limitazione, così da permettere di sposarsi anche agli omosessuali. Però attenzione: nel matrimonio attuale ci sono altre restrizioni. Per esempio il numero: gli sposi possono essere solo due. E poi la durata: il vincolo è permanente, almeno finché non viene rescisso con una nuova decisione esplicita. E ancora: i diritti e i doveri, solo quelli e non altri.

Ora, il matrimonio è né più né meno che un contratto. Nell’ordinamento attuale lo Stato stabilisce la legittimità solo di quel tipo specifico di contratto, con forma e parti contraenti e diritti e doveri ben definiti. Quando chiediamo l’estensione alle coppie dello stesso sesso, noi desideriamo solo ampliare le combinazioni delle due parti contraenti. Ma è troppo poco. Intuisci dove voglio arrivare?

La domanda da porsi, se si vuole essere libertari e razionali, è la seguente: che accidente c’entra lo Stato con le relazioni affettive fra le persone? Come può pretendere lo Stato di stabilire che cosa è permesso e che cosa è proibito fra adulti consenzienti?

Infatti questo e solo questo dovrebbe essere il principio guida in una visione laica, razionale e rispettosa della libertà individuale: fra adulti consenzienti tutto è permesso. Tutto. E «tutto» significa davvero tutto tutto. Con una precisazione fondamentale: siccome le relazioni affettive possono portare alla procreazione e gli eventuali figli non sarebbero consenzienti perché non avrebbero chiesto loro di essere coinvolti nel contratto, i loro diritti fondamentali devono essere tutelati. Poi però, al di fuori di questa condizione imprescindibile, il matrimonio dovrebbe sparire. Ogni matrimonio: quello etero e anche quello omo. Per essere sostituito da una totale libertà nella stipula di contratti fra gli esseri umani.

Potremmo avere matrimoni a termine: tu e io ora ci amiamo, ma in futuro chissà, perciò firmiamo un contratto a 5 oppure a 11 oppure a 23 anni, e alla fine ci si ripensa e magari lo si rinnova e magari no. Potremmo avere anche matrimoni poligamici: quattro uomini e tre donne desiderano unirsi e quindi firmano un contratto fra privati, con l’elenco ben chiaro dei diritti e dei doveri di ciascuno/a. Insomma, tutte le combinazioni diventerebbero praticabili. Com’è ovvio, anche il matrimonio eterosessuale monogamico, celebrato in chiesa e vincolante finché morte non separi i coniugi. Per quelli che lo vogliono. E solo per loro.

Choam Goldberg


Lettura bonus:

Against marriage – Aeon
Una lunga riflessione sul matrimonio come contratto. Conclusione: la liberalizzazione dei contratti non sarebbe la panacea. Però parliamone, dai.


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