Lucido e cogente

Un libro che fallisce uno dei suoi scopi. Ma lo fallisce bene. E lo scopri solo alla fine.


Aikin e Talisse sono due filosofi statunitensi. Atei dichiarati, soffrono dello stigma sociale del loro sciagurato e bigotto Paese, dove chi non crede in Dio dev’essere per forza uno stronzo degenerato e immorale: questa la convinzione dello statunitense quadratico medio. A dimostrarlo – raccontano i due autori – le demenziali Costituzioni di alcuni Stati. Scopriamo così, per esempio, che in Tennessee un ateo non può avere un impiego negli uffici dell’amministrazione pubblica e che in Arkansas non può nemmeno deporre in tribunale. Poi dice la democrazia americana. ‘Stocazzo. Sicché Aikin e Talisse si sobbarcano l’ingrato compito di dimostrare ai loro concittadini come un ateo possa essere una persona non solo civile e onesta, ma anche dotata di un senso morale, sebbene privo di un fondamento divino.

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Devastante

Un ottimo bignamino ateo, per spiegare ovvietà che però tanto ovvie non sono.


«Lo scopo di questo libro non è dimostrare l’inesistenza degli dei»: questo spiega Harrison proprio all’inizio. E qui sta quel suo pizzico di ipocrisia. Infatti il suo saggio sembra animato dalla più ampia apertura agli argomenti dei credenti. Sembra solo, però. In apparenza. Ché di fatto, invece, è uno dei libri più devastanti perché, smontando le ragioni della fede, argomenta a favore dell’ateismo. Ed è più efficace, nella sua semplicità, di certi tomi di Dawkins e di Dennett, per dire. Forse anche perché è più ordinato e schematico.

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