R.I.P. Choam

Essere razionali significa anche saper pensare alla propria morte. E prepararla per aiutare chi sopravvive.


Succede: muore una persona che ami. È parte della universale esperienza umana del dolore. Già devastante di suo, questa prova è resa più terribile dalle domande. Quelle filosofiche, certo. Dov’è ora? Se non più come persona, può ancora sopravvivere nel mio pensiero e nel mio ricordo? Ma non solo. Infatti, mentre tu vorresti startene in solitudine a metabolizzare il tuo lutto, altre questioni più prosaiche reclamano la tua attenzione. Preferiva la tumulazione o la cremazione? Con quale cerimonia? Laica o religiosa? E la bara come la voleva? E i fiori? Oppure niente fiori?

Se provi a parlarne con qualcuno, di solito ottieni grandi toccamenti di coglioni, ampi sventolamenti di corna e la ricerca spasmodica di ferro da toccare. La morte è tabù più del sesso. Specie la propria. Risultato: chi resta deve arrangiarsi come può. Che è – se ci rifletti – un atto di grande egoismo da parte di chi defunge. Ma non sarebbe meglio organizzarsi prima?

Ora, io non dico che considerare la propria dipartita sia un’attività piacevole. Però è necessaria, se non altro per senso di responsabilità. Anche questo significa essere razionali: rendersi conto che tanto, che tu ci pensi o meno, comunque quell’evento prima o poi si verificherà e dunque bisogna aiutare chi rimarrà. Io l’ho fatto: all’età di 45 anni ho organizzato il mio funerale.

Sono andato presso una ditta di onoranze funebri e ho chiesto un preventivo. «Per chi?», mi ha chiesto il funzionario, già pronto a farmi le condoglianze. «Per me», ho risposto io. A quel punto gli si è dipinta in faccia una via di mezzo fra lo sconcerto, il dispiacere e l’imbarazzo. Supponeva – presumo – che io fossi un malato terminale. Quando l’ho tranquillizzato spiegandogli che sono sanissimo e mi sto solo organizzando in anticipo, si è rilassato. Però ha aggiunto che sono il primo caso del genere che gli capita. Mi ha squadernato davanti i cataloghi e mi ha mostrato i modelli di bare e di urne. Per entrambe ho scelto il modello più economico. La bara perché tanto finirà in fumo e non vale la pena spendere un centesimo più del minimo. E l’urna idem, perché comunque le ceneri verranno poi disperse in montagna. Ho anche precisato che non voglio alcuna cerimonia e che la mia morte dovrà essere comunicata al di fuori della famiglia soltanto dopo la cremazione. Mi sono fatto spedire un preventivo e l’ho allegato al testamento, alle disposizioni sui trattamenti di fine vita e al file con tutte le mie password. Così, quando morirò, Alessandro e Sofia dovranno solo aprire questo dossier e consegnarlo ai becchini. Poi tutto si svolgerà senza che loro debbano pensare ad altro. Riceveranno l’urna, andranno in montagna e restituiranno i miei atomi alla natura. E dovranno pensare solo a smazzarsi il lutto.

E sai che c’è? Da quando ho pianificato le mie esequie, mi sento molto più leggero.

Choam Goldberg

(Foto: Stephencdickson)


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