Elogio della bestemmia

«Se non ci credi, perché lo insulti?». Sembra aver senso, no? Abbastanza senso, quanto meno, da rendere la bestemmia inaccettabile anche per un ateo. Eppure…


Capodanno 2016. Alle 23:59:01 del 31 dicembre 2015, durante la trasmissione «L’anno che verrà», in diretta di fronte a più di 5 milioni e mezzo di persone, sovrapposto alle immagini, fra i messaggi di augurio inviati dai telespettatori scorre un bestemmione. L’indomani apriti cielo: commenti indignati nei social, corsivi furibondi nei media, fino all’inchiesta interna alla RAI per scoprire chi ha lasciato passare il moccolo.

Natale 2016. Meno di un anno dopo la bestemmia televisiva, i social sono attraversati dallo sdegno per la diffusione della foto di tre giovani che, in un presepe a Bolzano, assumono pose poco rispettose nei riguardi di una pecora, Maria e Gesù: uno ingroppandosi l’animale, l’altro simulando una fellatio, la terza schiacciando il bambinello col piede. Diretti ai tre sciagurati, abbondano gli auguri delle morti più atroci, seguite dalle fiamme eterne. Ché bisogna avere rispetto per gli oggetti sacri della fede.

La blasfemia è l’ultimo tabù del linguaggio e del comportamento. Tutto è stato sdoganato, tranne la bestemmia.

La blasfemia è l’ultimo tabù del linguaggio e del comportamento. Tutto è stato sdoganato, tranne la bestemmia. Prendi l’apoteosi del trash televisivo: il Grande Fratello. In quella casa fanno di tutto: dicono volgarità, ruttano, scoreggiano, scopano sotto i tavoli, producono cazzate su scala industriale e il pubblico sghignazza… ma basta una sola bestemmia per scatenare l’indignazione e far espellere chi l’ha pronunciata. Si può far strame dell’intelligenza e del buon gusto dei telespettatori, ma guai a offendere le loro superstizioni.

Anche fra i non credenti molti si scandalizzano. Non augurano l’inferno, perché non ci credono. Tuttavia condannano la blasfemia, perché ferisce la sensibilità religiosa altrui. Ricordi «Charlie Hebdo», tre anni fa? Dopo il massacro, tutti solidali, tutti #JeSuisCharlie, tutti a disegnare matite spezzate e a condannare il fanatismo islamico e a difendere la libertà di espressione e di satira. Poi qualcuno ricordò anche le vignette su Maometto e arrivarono le dissociazioni: «Sì, certo, poveracci. Però, dai, un po’ se la sono cercata. Non si possono offendere milioni di musulmani». Pochi giorni dopo il massacro nella redazione, io condivisi su Facebook una vecchia copertina di «Charlie Hebdo» nella quale la Trinità cristiana era raffigurata a mo’ di trenino sodomitico. Fra i commenti qualcuno scrisse: «Io sono ateo, ma chi ha disegnato questa porcheria lo sbatterei in galera». Be’, scusa, ma allora ateo di ‘stocazzo.

Che cosa dice la legge sulla blasfemia? Nel Codice penale italiano, l’articolo 402 puniva con la reclusione fino a un anno chiunque vilipende la religione dello Stato pubblicamente. La sentenza della Corte Costituzionale n. 508/2000 ha dichiarato illegittimo quest’articolo per contrasto con gli articoli 3 e 8 della Costituzione. Eh, già: siccome non c’è più la «religione di Stato», non c’è più nemmeno alcunché da vilipendere. L’articolo 403 invece punisce con una multa da 1’000 a 5’000 euro chiunque pubblicamente offende una confessione religiosa mediante vilipendio di chi la professa. E già qui sembra esserci un privilegio per le religioni: esiste forse un articolo che protegga dalle offese i tifosi delle squadre di calcio? Se il vilipeso è un ministro del culto, la multa cresce fino a 6’000 euro: ah i privilegi del clero… Comunque fin qui sembra chiaro: finché non si dice qualcosa del tipo «I credenti sono coglioni» o «I preti sono stronzi», non c’è pericolo. C’è poi anche l’articolo 405, che punisce chi impedisce o turba le funzioni religiose nei luoghi di culto – e fin qui non c’è problema: nessuno ha il diritto di rompere i coglioni ai credenti in chiesa, in sinagoga o in moschea – ma pure nei luoghi pubblici. Significa che, quando si celebra una messa in piazza, nessuno può esporre striscioni di protesta contro i privilegi religiosi, per esempio. Alla faccia della libertà di espressione. Ma non solo: c’è ancora l’articolo 724, per il quale

Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la divinità o i simboli o le persone venerati nella religione dello Stato (1), è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 51 a euro 309. (…)

Poi però il Codice aggiunge:

La Corte costituzionale con sentenza 18 ottobre 1995, n. 440 ha dichiarato l’illegittimità del presente comma limitatamente alle parole «o i simboli o le persone venerati nella religione dello Stato».

Riassumendo: in Italia la bestemmia è ancora punita dal Codice penale, e si intende per bestemmia qualsiasi invettiva o parola oltraggiosa rivolta a una qualsiasi generica divinità. Mica solo Dio. Pure Allah. Pure Manitù. Pure il principe Filippo. Ma punita come? La bestemmia era prevista come contravvenzione ma, per effetto dell’articolo 57 del Decreto legislativo n. 507 del 1999, è stata ridotta a illecito amministrativo. Non si va in galera ma si paga una multa.

Riassumendo: in Italia la bestemmia è ancora punita dal Codice penale, e si intende per bestemmia qualsiasi invettiva o parola oltraggiosa rivolta a una qualsiasi generica divinità.

Dalla legge, passiamo al vocabolario. Apriamo il Treccani e troviamo che una bestemmia è una «espressione ingiuriosa e irriverente contro Dio e i santi e le cose sacre». Siamo sempre lì: le «invettive o parole oltraggiose» previste dall’articolo 724. Ebbene, il nocciolo della questione sta tutto qui: anche ammesso che sia chiaro chi è Dio, che cos’è una divinità, quali sono i santi e quali le cose sacre (e già su questo ci sarebbe da discutere, ma transeat), chi stabilisce che cos’è un’ingiuria o un’invettiva o una parola oltraggiosa? Insomma, che cos’è un’offesa rivolta a Dio? Dove sta il limite? Chi lo decide?

Lo decide il credente? Così siamo in balìa dell’arbitrio assoluto. Non solo dobbiamo sanzionare il «porco» qui e il «cane» là, ma ci tocca pure stare molto attenti a ogni forma possibile di critica, perché potrebbe essere considerata ingiuriosa. Prendi il musulmano fanatico, per esempio, secondo il quale la frase «Dio non esiste» è offensiva. Per lui pure lo studio critico del Corano è blasfemo. E anche il dubbio sulla storicità delle vicende della vita di Maometto. Addirittura la raffigurazione del Profeta. Puoi dargli torto? Davvero lui si sente ferito nella profondità della sua fede di fronte a quella frase, a quegli studi, a quel dubbio, a quell’immagine. Per tutelare la sua sensibilità, dobbiamo quindi censurare ogni espressione di ateismo? Dobbiamo vietare ogni indagine razionale sul Corano? Dobbiamo impedire ogni ricerca storica su Maometto? Dobbiamo negare il diritto anche solo di disegnarlo, Maometto, senza neppure l’intenzione di prenderlo in giro? Dobbiamo mettere a tacere Dawkins, Dennett, Harris, Onfray, Desalmand e ogni altro intellettuale ateo, perché nei loro libri sostengono l’inesistenza di Allah e milioni di musulmani potrebbero sentirsi offesi?

Lo decide il credente? Così siamo in balìa dell’arbitrio assoluto.

E no, non è una pippa mentale. Non è un caso limite e inverosimile. Secondo il Freedom of Thought Report 2017 dell’International Humanist and Ethical Union (IHEU), in 12 Paesi chi non crede in Dio è condannato a morte. Non c’è bisogno di offendere la divinità: basta dire che non esiste per rimetterci la pelle. E in molti altri posti sono i credenti stessi a farsi giustizia da sé, uccidendo chi è ateo, consapevoli di farla franca perché la polizia e i magistrati non li condanneranno: sono ormai decine gli intellettuali linciati solo per aver espresso opinioni critiche su Dio e sulla fede. Perché? Ovvio: perché così si offende Dio e chi ci crede.

Una precisazione importante: la proprietà privata altrui va sempre rispettata. Per esempio, i tre balenghi di Bolzano sono senza dubbio da condannare, ma per un motivo estraneo alla religione: hanno danneggiato delle statue dipinte a olio, opere d’arte di cui non erano proprietari, opere che hanno dovuto essere asportate e ripulite dalle macchie di fango e di vin brulé. Insomma il piede sul Bambin Gesù lo poso solo se la statua è mia. Se non è mia, devo rispettarla come oggetto di proprietà altrui. Non ci vuole un genio per capirlo. Però attenzione: se la statua è mia e lo faccio a casa mia, sono affari miei. Se voglio disegnare cazzi sulle mie ostie consacrate o sulla mia copia del Corano o sui miei rotoli della Torah, nessuno me le deve impedire.

Ribadito il rispetto per la proprietà altrui, adesso anche basta con ‘sta storia della sensibilità religiosa ferita. Basta perché non è chiara, non è limitata, quindi si presta all’abuso e può portare a estremi inaccettabili di intolleranza.

L’ho già detto: non si devono offendere le persone, ma le loro idee si possono criticare, attaccare, demolire e pure sfottere. Anche le idee religiose. Anzi soprattutto le idee religiose. E chissenefrega se il credente si offende. D’altronde io, per esempio, mi sento offeso dalla diffusione di un libro nel quale si invita a uccidere gli infedeli. E dunque? Dovrei pretendere la censura del Corano? Ma figuriamoci: posso sempre ignorarlo. (In realtà preferisco percularlo, ma questa è un’altra storia.)

Obiezione: «La fede tocca corde emotive profonde. Come ti senti se qualcuno ti dà del figlio di puttana? Non ti offendi, se vuoi bene alla tua mamma?». Obiezione cretina, va da sé. Anzitutto perché, a differenza dell’Amico immaginario nell’Alto dei Cieli, mia madre è una persona fisica esistente, i cui diritti sono tutelati dalla legge, perciò chiunque ne infanghi la reputazione sostenendo che pratica il meretricio si becca una denuncia. D’altronde i casi sono due: o davvero mia madre esercita la prostituzione, e in tal caso io posso vergognarmene ma non posso negarlo, oppure – come di fatto accade – non la esercita, e allora chissenefrega.

Che t’importa di ciò che dice la gente?
– Richard P. Feynman

Se un credente si sente disturbato da una frase, non la legga. Se lo urta un’immagine, non la guardi.

Poiché non è chiaro il limite né chi lo definisce, poiché la sua proibizione si basa sull’arbitrio e si presta all’abuso, la blasfemia dev’essere un diritto. Per difendere il quale ci sono una campagna e una giornata internazionale.

Se un credente si sente disturbato da una frase, non la legga. Se lo urta un’immagine, non la guardi. Ma soprattutto non rompa i coglioni con la scusa dell’offesa personale, che è solo un meccanismo di difesa da ogni critica e un tentativo di limitare la libertà di espressione.

Choam Goldberg

Human beings have rights and are entitled to respect. Books and beliefs don’t and aren’t.
– Ali A. Rizvi

The moment you declare a set of ideas to be immune from criticism, satire, derision, or contempt, freedom of thought becomes impossible.
– Salman Rushdie

(Foto: mali maeder)