Colpa, peccato, perdono

Eredità cattoliche. Ci sono persone che ci hanno costruito la sofferenza di una vita.


La religione fa danni: se non ne fossimo convinti non saremmo qui a scrivere e a leggere questo blog. E i danni sono spesso meno evidenti ma più profondi di quanto possiamo immaginare, come ci racconta Susanna Labirinto, teologa atea.


1. Senso di colpa e senso del peccato

I catechisti e i teologi usano questo accostamento per dirti che il senso del peccato va oltre la tua colpa e ti permette di riconciliarti con te stesso/a grazie al fatto che Dio ti ama. Se accetti che la tua non è solo una colpa «umana» ma che la vera ferita l’hai inferta al tuo rapporto col Padre, gioisci! La novità è che Lui ti ama comunque, ti perdona e grazie a questo perdono sei libero/a.

Cazzo.

Cazzo, cazzo, cazzo.

Non mi viene altro: cazzo, che violenza.

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Spiritualità orizzontale

Sono atea e rivendico la dimensione della spiritualità come patrimonio dell’essere umano e non delle religioni.


Si fa presto a dire «spiritualità». Ed è un attimo confonderla con «religiosità». Meglio evitare, quindi. Ma Susanna Labirinto, teologa atea, non è d’accordo: possiamo – dobbiamo – riappropriarci di una parola.


La spiritualità non è appannaggio delle religioni. Non si è atei «ma» spirituali: se si ritiene di aver voglia di sottolineare la propria personale attenzione alla dimensione spirituale del proprio personale modo di guardare la vita, si deve poter dire che ci si ritiene «spirituali» senza dover specificare «ma non religiosi». Questo in teoria.

In pratica, come dice Choam Goldberg citando Jerry Coyne: «Nel momento stesso in cui tu dici di essere spirituale, le persone automaticamente cominciano a pensare che tu sei religioso». Chi sono le persone che cominciano a pensare così? Ci viene da dire: «Tutti». Ma sappiamo che non è mai «tutti».

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«Ma che ti frega di Dio?»

Se esiste, mi riguarda. Se non esiste, la sua credenza va estirpata, perché provoca danni immensi.


Dopo alcuni mesi che ci frequentavamo, prima di andare a convivere e poi di sposarci in Francia, Alessandro mi fece notare quanta importanza io dessi alla religione. In ogni viaggio insieme lo trascinavo a visitare chiese e sinagoghe. Leggevo testi sacri e libri di teologia. E non perdevo occasione per riflettere sulla questione teologica. «E che cazzo!», sbottò a un certo punto. «Ti occupi di Dio più di un prete o di un rabbino! Ma perché lo fai?». Alessandro, che è agnostico, aveva e ha ragione. La sua è una domanda legittima, che mi sono sentito porre spesso: «Se sei ateo, che ti frega di Dio? Perché te ne occupi?». D’altronde non sono l’unico ateo a interessarmi al problema teologico. Ed è risaputo che, in media, gli atei sulle religioni ne sanno assai di più del credente quadratico medio.

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Solo un racconto – Disaffezione: perché?

Autenticità, rispetto, accudimento, relatività: bisogni ai quali la Chiesa non sa rispondere.


Con l’ultima puntata della serie, Susanna Labirinto, teologa atea, va al fondo delle ragioni del proprio allontanamento dal cattolicesimo. Fino all’ateismo.


Dietro la scelta di non stare più dentro la Chiesa ci sono ragioni e bisogni. Una delle interpretazioni (cattoliche) più diffuse del fenomeno dell’ateismo/agnosticismo in Italia è quella legata all’individualismo: non saprei citare la fonte, mi viene da associare l’aggettivo «esasperato». Chi lascia la Chiesa vuole essere al centro della propria vita e non entrare in relazione con la comunità. L’abbandono è legato alle norme – è chi vuole peccare che se ne va – e all’idea stessa che una prospettiva soggettiva (soggettivismo esasperato) fa stare «comodo» il pigro ex-cattolico.

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Solo un racconto – Disaffezione: a cosa?

Dalla fede all’ateismo: si spezzano i legami con i luoghi, i riti, le norme, le parole.


Nel secondo articolo di questa serie, Susanna Labirinto, teologa atea, prosegue nella narrazione della perdita della propria fede.


Quando non mi sento più a casa in una chiesa, quando non sento la necessità di pregare, non mi riconosco nell’etica, non riconosco le figure della gerarchia come significative, quando parlo un’altra lingua: ecco che capisco che sono uscita dalla Chiesa e non ci tornerò.

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Solo un racconto – Latenza

Si può essere teologi e atei? Si può. E si può voler raccontare la delicata fase della transizione.


Finora L’Eterno Assente è stato territorio di un unico autore. Con questo articolo in tre puntate il blog apre ai contributi di altri. Susanna Labirinto, teologa atea, racconta come e perché ha perso la fede. E che cosa la fede e la Chiesa rappresentano ancora per lei.


Nella vita di molti di noi c’è stata la Chiesa cattolica. Credo di poter affermare che la quasi totalità delle persone che conosco e frequento o che ho conosciuto e frequentato ha ricevuto il battesimo.

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La mia vita da senzadìo

In primo piano

Vocestruggente racconta la propria Storia per «Io senza Dio».


Ho sempre avuto un’opinione chiara sulle favole: mandano messaggi, creano immagini, insegnano la compassione, abituano a riconoscere gli orchi. La religione pretende che tu creda al suo racconto assurdo e che obbedisca alle sue «leggi», non ti aiuta a crescere, non ti protegge, anzi ti spaventa e ti insegna a odiare il diverso.

Per me, quella di Dio è una favola brutta: il tizio è un vecchio spione, Gesù bambino è un cosino di plastica con gli occhietti azzurri appoggiato su muschio secco con altre cosine di plastica e un fiume di carta stagnola. Non mi dà emozioni, non mi insegna qualcosa.

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