Che ci faccio qui?

Riflessioni in un monastero francescano.


«Per me l’esistenza di Dio non è un problema. Per me è un’esperienza inesprimibile con le parole. Un’esperienza interiore ineffabile. Ma reale»: ascolto questa clarissa mentre mi sorride al di là della grata, in un monastero francescano fra le colline umbre. La conosco da anni, ma ancora riesce a stupirmi. Non per ciò che dice, ma per il modo in cui lo dice: sereno, tranquillo. E mi chiedo che ci faccio qui.

La mia memoria corre al 24 giugno del 1982, a quella lunga passeggiata con un coetaneo, a quella discussione sui massimi sistemi: la prima volta in cui ho detto, a un’altra persona ma soprattutto a me stesso, «Dio non esiste». Certo non sono diventato ateo quel giorno, perché la convinzione stava maturando dentro di me da tempo. Cresciuto in una famiglia dalla religiosità tiepida, ero comunque circonciso. Avevo anche accettato il Bar Mitzvah, sebbene senza particolare convinzione né entusiasmo. Poco dopo mi avevano travolto da un lato la consapevolezza e l’accettazione della mia omosessualità e dall’altro la morte del più caro dei miei amici. Tuttavia è stato in quel giorno di inizio estate che per la prima volta ho avuto il coraggio del coming out filosofico: «Io sono ateo». I miei argomenti erano sia razionali sia emotivi.

Nulla nel mondo intorno a me mi costringeva a postulare l’esistenza di un Creatore. Ci sono molti fenomeni che la scienza ancora non chiarisce in modo compiuto, dall’origine dell’universo fino alla comparsa della vita e alla natura della coscienza. Però invocare una divinità per spiegarli significa inventare un Dio tappabuchi destinato a spostarsi sempre un po’ più in là, dove la luce della ragione scientifica non è ancora giunta a proiettarsi. Un ben povero Dio.

D’altro canto non di sola razionalità era fatto il mio ateismo. A chi mi accusava di non comprendere le «ragioni del cuore» di chi crede, le ragioni suscitate da quella «esperienza interiore ineffabile», rispondevo che il mio, di cuore, mi spingeva proprio nella direzione opposta. Il problema della sofferenza innocente suscitava in me una ribellione viscerale, la ribellione di Ivan Karamazov:

«Non è che non accetti Dio, Alioscia: ma semplicemente Gli restituisco, con la massima deferenza, il mio biglietto».
– F. Dostoevskij, «I fratelli Karamazov»

Sicché nella mia ribellione contro la divinità non c’erano razionalità né riflessioni filosofiche e neppure spiegazioni scientifiche: era questa la mia «ragione del cuore». Un’esperienza interiore, ma tutt’altro che ineffabile.

Dopo 36 anni dal mio coming out, nulla è cambiato. E tutto è cambiato. Sono sempre ateo, per gli stessi motivi di allora. Tuttavia sono un ateo diverso.

Sedicenne, ero un ribelle ingenuo e ignorante. Entravo nelle sinagoghe, nelle chiese e nelle moschee per scrutare i credenti e, nel mio intimo, disprezzarli. «Io sono libero», sogghignavo. «Libero dalle pastoie della superstizione, dalle catene che imprigionano il libero pensiero e che questi sciocchi superficiali si trascinano dietro fin dall’Antichità e dal Medioevo». E lì mi fermavo.

Lo sciocco superficiale ero io. Ma non stupido. Non mi ci è voluto molto per capire che sì, certo, Dio non esiste, però le domande rimangono. Anzi, la Domanda: «Perché?». Ovvero: «Che cosa ci sto a fare qui? Che senso ha la mia vita?». Ecco: il senso, appunto. Loro, prostrati di fronte al Mistero, almeno un senso lo prendevano dalla Rivelazione. Ma io? Io… niente: il mio senso me lo dovevo costruire da solo. Così per qualche anno il mio ateismo ingenuo è stato anche un ateismo insoddisfatto, quasi triste. Mi sentivo monco. Avrei voluto credere, ma non potevo. Poi ho capito tre cose.

Anzitutto che la ricerca del senso è una sfida improba. E che, proprio per questo, possiede un’intrinseca, grande nobiltà. Non c’è una strada segnata: il mio cammino me lo devo tracciare io, giorno dopo giorno, con i miei mezzi modesti. Ma miei: questo è l’importante. Come essere umano sono fragile, limitato nel tempo, nello spazio e nelle capacità. Eppure con queste miei mani e questo mio cervello posso, anzi devo fondare un mio senso esistenziale. Sarà sempre un work in progress, una verità relativa aperta alla revisione e al ripensamento, ma sarà la mia verità. Non sarà mai una Verità assoluta e definitiva che un Dio mi cala dall’alto. Ecco la nobiltà, in senso leopardiano e camusiano, della sfida:

Il faut imaginer Sisyphe heureux.
– Albert Camus, «Le mythe de Sisyphe»

È una sfida nobile e antica:

Point n’est besoin d’espérer pour entreprendre, ni de réussir pour persévérer.
– Carlo il Temerario, poi ripreso da Guglielmo di Orange-Nassau

Fattomi carico della sfida, ecco il secondo passaggio: mi sono fermato a riflettere sulla mia negazione di Dio. Mi sono chiesto che cosa stessi negando. Ben presto ho raggiunto la consapevolezza di un fatto sconcertante: l’ateismo puro è impossibile.

Perché esiste qualcosa invece che nulla? «Perché Dio lo ha voluto», risponde il credente. «Perché dietro l’esistenza dell’Immanente c’è un preciso atto di volontà del Trascendente». Allora perché esiste Dio? «Perché sì», è la replica di chi ha fede. «Perché Dio esiste per definizione, perché è l’Essere Ontologicamente Necessario». Apro l’Antico Testamento:

(…) – Io sarò sempre quello che sono! (…)
– Esodo 3,14

Un passo di sconcertante modernità e raffinatezza filosofica: nel Pentateuco c’è il Dio della prova ontologica che Sant’Anselmo avrebbe formulato nell’XI secolo. Ma ai miei occhi questo Dio è superfluo. Per quale motivo spiegare la ragione dell’esistenza della realtà con un Dio che si autogiustifica? Non sarebbe più semplice, più elegante, più onesto fermarsi un passo prima e alla domanda «Perché esiste qualcosa invece che nulla?» replicare «Perché sì, perché l’universo esiste per definizione, perché è l’Essere Ontologicamente Necessario»? Come Laplace a Napoleone, a chi mi chiede «Dov’è Dio?» io rispondo «Non ho bisogno di questa ipotesi». L’ateismo diventa un’applicazione del rasoio di Occam.

Tuttavia, a pensarci bene, non è più un vero ateismo. Infatti, se l’universo è ontologicamente necessario, allora l’universo è Dio. Non un Dio personale, non un Dio di amore che si preoccupa della mia sorte, che mi ha pensato e voluto e creato. E nemmeno un Dio onnipotente e onnisciente. Ma di sicuro, siccome possiede la necessità ontologica, l’universo condivide se non altro questa proprietà del divino. Da Parmenide fino a Spinoza per arrivare a Einstein e Hawking, nella storia della cultura occidentale molti filosofi e pensatori hanno elaborato questa forma sofisticata di panteismo.

Nondimeno io continuo a definirmi ateo nel mio conversare abituale. È più semplice. Di solito come Dio si considera quello delle tradizioni abramitiche: una figura trascendente, benevola, onnipotente e onnisciente. La credenza in quel Dio ci è stata tramandata insieme ai riti da compiere per rendergli omaggio. È il Dio del rabbi che mi chiamò alla Aliyah quando avevo 13 anni. È pure il Dio che, per la clarissa oggi di fronte a me, è una «esperienza interiore ineffabile». Ebbene, quel Dio lì non è il mio Dio. Anzi, sono proprio sicuro che quel Dio lì non esiste, non può esistere. Perciò per me è più semplice dichiararmi ateo tout court e semmai precisare il mio criptopanteismo se il confronto sugli argomenti si fa serrato. Ma che dire quando, appunto, diventa profonda la discussione? Ecco quindi la mia terza riflessione: devo ribaltare la prospettiva.

Spesso, quando affermo di non credere in Dio, qualcuno mi chiede perché. All’inizio, nella fase ingenua del mio ateismo, accettavo la domanda e mi dilungavo sulle ragioni: il rasoio di Occam, la teodicea… Non mi mancavano gli argomenti. Però sempre mi toccava giocare in difesa: ero io a dovermi giustificare. Qualcuno sorrideva con aria di superiorità e dichiarava che, non potendo io dimostrare l’inesistenza di Dio, ero un uomo di fede al pari di qualsiasi bigotto. Ma in breve tempo ho capito che l’accusa di fideismo mossami dai credenti e perfino dagli agnostici non regge. Questo gioco non funziona così e io non devo mai difendermi, giacché non esiste alcuna simmetria fra fede e ateismo.

Non si può pretendere dall’ateo una prova che Dio non c’è. Infatti è impossibile. Chi ne dubita immagini di dover dimostrare a un bambino cocciuto che Babbo Natale non esiste: scoprirà che non può, perché non avrà mai la certezza che in qualche angolo remoto dell’universo non ci sia un tizio obeso su una slitta trainata da magiche renne volanti. Questo paragone fra il Signore e Creatore dell’universo e una squallida icona del consumismo può offendere la sensibilità dei bigotti e può apparire superficiale, ma di fatto non cambia la sostanza filosofica della questione: non si può dimostrare che qualcosa – qualsiasi cosa – non esiste. L’onere della prova spetta sempre a chi sostiene l’esistenza. Perciò ora, a chi mi chiede per quale motivo non credo in Dio, rispondo: «Perché, dovrei?». Ovvero: forniscimi una buona ragione per pensare che Dio esista, e io lo farò. In assenza di questa buona ragione, è più semplice ritenere che non esista.

Messa così, sembra una chiusura. Infatti la buona ragione non c’è. Non ancora, almeno. L’ho cercata a lungo. Ho parlato con molte persone di fede. Sono tornato a confrontarmi con il mio rabbi. Oggi a Perugia mi trovo di fronte a questa clarissa. Ho compulsato i Libri della Rivelazione abramitica. Ho letto ponderosi tomi di filosofia. Eppure mai ho incontrato una riflessione, un ragionamento, un’argomentazione che mi costringessero ad ammettere l’esistenza di un Trascendente. Ho sempre sentito soltanto le loro «ragioni del cuore». Ossia: «Per me è un’esperienza». E vabbe’. Per me invece l’esperienza è l’ateismo. E dunque? Inoltre, di fronte al dramma della sofferenza innocente, ogni volta mi sono sentito rispondere «Mistero!»: un inaccettabile insulto alla mia intelligenza.

Ciononostante, le mie domande rimangono aperte e il dialogo possibile. Anzi, se un dialogo è possibile, è proprio fra chi crede e chi è ateo.

Mi piace ancora frequentare talvolta, come semplice osservatore, i riti religiosi. La Messa cattolica è – come negarlo? – una cerimonia affascinante. Stronzate, eh. Però stronzate suggestive. Ci vado non più con l’antica arroganza adolescenziale, ma con una certa curiosità. Osservo chi crede e mi chiedo in che cosa crede davvero. Me lo chiedo e glielo chiedo: non mi limito a guardare le persone, ma mi avvicino e pongo loro delle domande. Ne vengono fuori strane idee e buffe incertezze. Fra coloro che si sono appena accostati all’Eucarestia, pochi sanno che cos’è la transustanziazione. Molti fanno spallucce, sorridono e dichiarano che quel pezzo di pane è un simbolo. Ritengono la verginità di Maria un bizzarro mito del quale sorridere. E per loro l’Immacolata Concezione è il concepimento di Gesù. Io ascolto e non commento ma, dentro di me, trasecolo. Argomenti per i quali in due millenni sono stati versati fiumi di inchiostro e di sangue sono ridotti, nel pensiero di molti cattolici contemporanei, a questioni insignificanti. Tutto è annacquato in un blando teismo fondato su una ritualità un po’ vuota e su un indistinto bisogno di spiritualità che, per puro caso, si esprime nella tradizione culturale cattolica. La fede religiosa è qualcosa di cui si prende atto la domenica a Messa, per abitudine, e nei grandi momenti di transizione della vita: il matrimonio, la nascita di un figlio, il lutto. Per non parlare delle prescrizioni morali: «Lo so, il Papa dice che non si deve praticare la contraccezione, ma… non siamo mica matti! Io un altro figlio non posso permettermelo!». Insomma non c’è riflessione profonda né sul senso della vita né sul significato dei riti. Perfino quando la religione diventa un tema di attualità perché ci si confronta con fedi importate, il pensiero rimane in superficie. Come il cristianesimo è il campanile, la Messa domenicale, il crocifisso negli edifici pubblici, così l’Islam è il minareto, il velo femminile, la preghiera in ginocchio per strada, il terrorismo. Ben pochi rilevano le differenze teologiche, l’insistenza sul monoteismo, l’interpretazione letterale della Scrittura, la diversa sensibilità spirituale: quanti sanno che Islam significa «sottomissione»?

Qual è allora l’interlocutore di chi davvero vive la propria fede come una risposta alle istanze spirituali supreme? Non il «cattolico della domenica», al quale poco o nulla importa della ricerca di un significato esistenziale. L’ateo sì, invece. La sua conclusione è opposta. Ma per l’ateo – non bisogna dimenticarlo – la verità è in fieri e aperta al cambiamento. Soprattutto, le domande sono condivise, ineludibili e urgenti. L’ateo, nella propria negazione, riconosce in modo consapevole il problema del senso. Prima ancora di rispondere, si interroga: ecco la base comune sulla quale si gioca la possibilità del dialogo. Poi, beninteso, si può discettare all’infinito e il confronto può rivelarsi più o meno fecondo e portatore di un arricchimento reciproco. Ma solo con chi si pone le domande ci si può incamminare alla ricerca delle risposte.

Mi volto verso la finestra. Il mio sguardo spazia sulle colline dell’ubertosa campagna umbra. E penso che oggi san Francesco, prima che con il Saladino, vorrebbe parlare con me. E a me piacerebbe parlare con lui.

Ora so che ci faccio qui.

Choam Goldberg


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