Il buco nero? Ma ‘sticazzi…

«Puttanate»: così ho definito la «foto» del buco nero in M87. Forse ho un po’ esagerato. Perciò serve uno spiegone.


Avvertenza:
Questo articolo non contiene ragionamenti cogenti né argomenti convincenti. È solo l’espressione di una sensazione molto soggettiva e forse molto sbagliata.

La scienza è una straordinaria avventura intellettuale. Diciamolo: la più straordinaria della Storia di Homo sapiens. Di più: con la sua capacità di autocorrezione, con la sua critica sistematica, con il suo antidogmatismo, con il suo costante richiamo al confronto con l’evidenza osservativa, la scienza è il migliore antidoto alle religioni e alle altre superstizioni. Sicché ben venga ogni nuovo risultato: un altro prezioso elemento nell’edificio della nostra conoscenza razionale dell’universo. Solo che c’è elemento ed elemento: c’è il muro portante e c’è la maniglia della porta dello sgabuzzino. E mica si può mettere tutto sullo stesso piano, dare a tutto la stessa importanza.

Dopo la laurea in fisica, ho lavorato come giornalista scientifico per quasi 20 anni, prima di rompermi i coglioni e passare a un altro tipo di giornalismo. Ho scritto per riviste, quotidiani, siti d’informazione. Sono stato caposervizio in redazione e autore di trasmissioni radiofoniche. Ho pure insegnato divulgazione all’università. Perciò di notizie come la «foto» del buco nero me ne sono viste passare davanti centinaia: una volta è l’acqua su Marte, un’altra l’esopianeta roccioso di tipo terrestre, un’altra ancora un nuovo corpo ai confini del sistema solare, dopo è il turno del bosone di Higgs, poi di nuovo l’acqua su Marte – ma quanta cazzo di acqua c’è su Marte? – e infine arriva l’asteroide che forse nel 2028 colpirà la Terra anzi no, scusate. Ogni volta è la scoperta del secolo, la nuova rivoluzione scientifica, il risultato memorabile. Ogni volta te la ritrovi in apertura col titolone. Ogni volta, dopo una settimana e spesso anche meno, quella scoperta non se la caga più nessuno, sostituita da qualcos’altro: proprio com’è successo anche con la «foto» del buco nero, di cui non si parla più perché tutti sono impegnati a commentare l’incendio di Notre-Dame.

All’inizio della carriera mi emozionavo anch’io. Col tempo, invecchiando, ho acquisito una certa assuefazione, fino all’indifferenza. Ora mi trovo – in modo definitivo, penso – nella «fase ‘sticazzi». E il sensazionalismo ingiustificato mi fa girare i coglioni.

Sì, lo so: sono risultati formidabili. Possibili solo grazie allo sforzo congiunto di migliaia fra i cervelli migliori del mondo, usando strumenti straordinari al confine delle possibilità tecnologiche, con il lodevole fine ultimo di ampliare la conoscenza umana. Meraviglioso. Ma ripeto: ‘sticazzi.

Nel 1905 Albert Einstein pubblica la teoria della relatività ristretta e nel 1916 la teoria della relatività generale. Negli Anni Venti e Trenta vengono sviluppate dapprima la meccanica quantistica e poi la teoria quantistica dei campi. Georges Lemaître nel 1927 in via teorica e Edwin Hubble nel 1929 con l’osservazione confermano l’espansione dell’universo. Nel 1964 si scopre la radiazione cosmica di fondo. Nel 1999 viene rivelata l’accelerazione dell’espansione dell’universo. Ecco, queste sono scoperte rivoluzionarie, solo per restare nell’ambito della fisica. Tant’è che oggi occupano non libri, ma intere biblioteche. Quanto spazio meriterà la «foto» del buco nero nella Storia della scienza del XXI secolo? Una noticina a fondo pagina, dico io. Infinitamente meglio di qualsiasi stronzata religiosa, ma pur sempre cronaca scientifica spicciola: roba da poco, in confronto alle vere rivoluzioni.

A me non interessano tanto le conferme, perché sono rassicuranti ma non stimolanti. L’acqua su Marte? Era molto probabile. L’esopianeta di tipo terrestre? Da un pezzo si sospettava che ne esistessero. Il bosone di Higgs? Bello, eh, ma era previsto dalla teoria. E ora il buco nero in M87: che cosa ci dimostra? Che esistono i buchi neri? Lo sapevamo già. Che ce n’è uno gigante in quella galassia lì? Supponevamo anche questo. Che intorno ai buchi neri esistono dischi di accrescimento? Uh, che novità. E dunque?

Dunque rimane il sensazionalismo per risultati affascinanti ma in fondo solo conferme di cose note. Le grandi agenzie scientifiche li promuovono e li pompano perché – sarebbe ipocrita negarlo – hanno un costante bisogno di finanziamenti. Ora, il marketing ci sta tutto: lo capisco benissimo e lo giustifico pure. Il pubblico incolto sente parlare di quest’affare enorme e vorace in una galassia lontana 55 milioni di anni-luce – «Che sono taaanti tanti!» – e si emoziona. Le bocche spalancate fanno «Oooh!» e i cervelli dietro le bocche pensano – giustamente, sia chiaro – che i soldi per queste ricerche non sono buttati. Io però sono un vecchio fisico cinico e stronzo e non mi emoziono più per queste… queste puttanate, ecco. Sì, l’ho detto, esagerando. Quindi ‘sti grandissimi cazzi, appunto.

«Ma dunque nulla, proprio nulla di nulla ti emoziona?», potresti chiedermi tu. Come ho spiegato, non mi interessano tanto le conferme. Preferisco semmai le confutazioni. O almeno i problemi aperti. E soprattutto le scoperte inattese e per questo stupefacenti. Per dire, l’ultima notizia scientifica che mi ha fatto sobbalzare è stato l’annuncio dei neutrini superluminali nel 2011. Peccato che si trattasse di un errore sperimentale. Ma se fossero stati confermati… sai il divertimento dopo? Sai la sfida intellettuale? Sai la rivoluzione nelle fondamenta della fisica?

Vuoi sapere che cosa mi eccita davvero adesso? Il fatto che, dopo il bosone di Higgs, con il Large Hadron Collider non si trova un cazzo di quanto previsto e sperato: quello sì è un problema sul quale fondersi i neuroni. O il fatto che non ci sia alcun consenso sulla natura della dark energy. O il fatto che non siamo ancora capaci di conciliare la meccanica quantistica e la relatività generale, mentre la teoria della stringhe, splendida sul piano formale, dopo 50 anni non ha portato una sola evidenza sperimentale univoca. O il fatto che dopo quasi un secolo siamo sempre qua a farci le seghe mentali sull’interpretazione della meccanica quantistica. È necessaria la coscienza per far collassare la funzione d’onda? Magari esistono gli universi paralleli? Boh.

Questa roba non produce immagini spettacolari per il pubblico, non lascia a bocca aperta il popolo bue, ma rappresenta il confine, la sfida, l’«Hic sunt leones» della conoscenza. Altro che il buco nero di ‘sta minchia.

Choam Goldberg

(Foto: ESO)


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