Basta Occam? Sì, ma…

«È più semplice»: e la metti via così. Ma davvero è più semplice? In che senso? E vale anche come prova dell’inesistenza di Dio?


Archiviato il Dio delle tradizioni abramitiche perché contraddittorio, assurdo e incompatibile con l’esperienza del dolore innocente, resta aperto il problema più generale del Dio filosofico. Un Dio che non è né onnisciente né onnipotente né buono, un Dio che se ne sbatte di te, che non ti vuole né bene né male, che non ti impone né ordini né proibizioni, che non ti premia né ti punisce. Un Dio che serve solo come risposta a una domanda: «Perché esiste qualcosa invece che nulla?». La risposta può essere causale – Dio è il creatore dell’universo – oppure teleologica – Dio dà uno scopo all’universo –, ma in ogni caso riduce Dio a un’ipotesi filosofica. Questo Dio esiste? Se esiste, possiamo dimostrarlo? Oppure non esiste? Se non esiste, possiamo dimostrarlo?

L’argomento più solido contro questo Dio è il rasoio di Occam.

Sul rasoio si dicono molte cose, e parecchie sono sbagliate.

  1. Anzitutto la paternità. Il rasoio viene attribuito a Guglielmo, filosofo francescano nato nel villaggio di Ockham nel Surrey alla fine del XIII secolo e morto nel 1347 dopo essere stato scomunicato dal Papa avignonese Giovanni XXII per le sue idee sulla povertà. Tuttavia un principio di parsimonia intellettuale era stato formulato, in forme diverse, da altri pensatori precedenti: Aristotele, Tolomeo, Maimonide, Grossatesta, Tommaso d’Aquino e Duns Scoto.
  2. Guglielmo non si è mai sognato di chiamarlo «rasoio»: questo nome gli è stato dato dal matematico irlandese William Rowan Hamilton nel XIX secolo.
  3. La frase «Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem» non è di Occam, ma del suo confratello francescano John Punch, vissuto nel XVII secolo. Nelle opere di Occam troviamo il principio in due versioni:

Numquam ponenda est pluralitas sine necessitate. (Non bisogna mai postulare una pluralità se non è necessario.)
– Guglielmo di Occam, «Quaestiones et decisiones in quattuor libros Sententiarum Petri Lombardi»

Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora. (Inutilmente si fa col più ciò che si può fare col meno.)
– Guglielmo di Occam, «Summa Totius Logicae»

Dopo Guglielmo, il rasoio gode di grande fortuna nella filosofia e nella scienza. Lo troviamo infatti anche nei «Principia» di Newton:

Regola I.
Non dobbiamo considerare più cause per i fenomeni naturali di quante sono sia vere sia sufficienti per spiegare le osservazioni. (…)
Regola II
Perciò agli stessi fenomeni naturali dobbiamo, fin dove è possibile, attribuire le stesse cause. (…)
– Isaac Newton, «Philosophiae naturalis principia mathematica»

Ed ecco che cosa dice Einstein in una lezione nel 1933:

It can scarcely be denied that the supreme goal of all theory is to make the irreducible basic elements as simple and as few as possible without having to surrender the adequate representation of a single datum of experience.
– Albert Einstein

Sembra comune buon senso, vero? Del resto lo usiamo tutti nella nostra vita quotidiana. Se d’improvviso si spengono tutte le luci in casa tua, quale spiegazione ti viene in mente per prima: è andata via la corrente elettrica oppure si sono bruciate tutte le lampadine? Se sei nel tuo studio a leggere e senti un rumore di zoccoli nella strada sotto casa, a quale fonte sonora pensi per prima: un cavallo oppure una zebra?

Il rasoio di Occam fa parte del bagaglio epistemologico di ogni scienziato. È un principio, perciò non lo si può dimostrare: lo si piglia per buono e basta. Inoltre non garantisce la verità delle conclusioni: ha solo valore euristico. Indirizza. Guida. Non vincola. Soprattutto si applica soltanto ai dati disponibili: fra più opzioni si privilegia la teoria più semplice, quella che fa uso di meno ipotesi e meno concetti, purché sia compatibile con le osservazioni compiute fino a quel momento. Nulla esclude che in futuro una teoria più complicata si renda necessaria quando verranno raccolti nuovi dati.

Vista l’utilità di questo principio di parsimonia ontologica nella scienza, possiamo estenderlo anche alla filosofia? In particolare, possiamo applicarlo al caso di una divinità trascendente?

Io stesso, per semplicità e – lo ammetto – con un certa superficialità, argomentando contro l’agnosticismo di principio applico spesso il rasoio di Occam nella stessa maniera a Dio e a ipotetiche entità leggendarie ma non trascendenti: Babbo Natale, la Befana, le fatine dei boschi, i troll delle caverne. L’ho fatto ancora qualche giorno fa in un commento su Facebook e sono stato – giustamente, direi – redarguito. Urge quindi un approfondimento.

Facciamo un esperimento mentale. Immagina di conoscere tutto quello che la scienza ha scoperto finora sull’universo: leggi non certamente vere ma almeno provvisoriamente non false – non dimentichiamo Popper! – che ci forniscono una descrizione razionale della realtà fisica. Immagina anche di non aver mai sentito parlare dell’ipotesi teologica: nessuno ti ha mai nemmeno accennato alla possibilità di un essere trascendente creatore dell’universo. Adesso poniti una domanda: sulla base di tutto ciò che conosci sulla realtà immanente, formuleresti in modo spontaneo l’ipotesi teologica? Insomma, se nessuno ti suggerisse che forse esiste un Dio trascendente, ci arriveresti da solo? Ebbene, se niente di ciò che sai sull’universo ti induce a immaginare l’esistenza di Dio… be’, allora non ha neanche senso parlarne. Magari Dio c’è, ma di fatto è come se non ci fosse.

Certo, la scienza non spiega tutto. Anzi, proprio in questo sta il suo fascino: è un’avventura intellettuale inesausta. Ci sono ancora dei grandi problemi scientifici aperti: non sappiamo che cosa c’è nell’universo, non sappiamo come è comparsa la vita, non sappiamo come si sviluppa la coscienza. Ma non è necessario scomodare una divinità: basta rimboccarsi le maniche, indagare, osservare, sviluppare modelli, metterli alla prova. Considerato il successo della scienza nel passato, possiamo dire con ragionevole sicurezza che presto o tardi riusciremo a risolvere anche questi problemi… per poi incontrarne altri, beninteso. In questo processo, Dio non serve e nemmeno dovrebbe venirci in mente.

Nulla di ciò che sappiamo ci dà una prova dell’esistenza di Dio. Perciò l’ipotesi teologica non è necessaria. Dunque applicando il rasoio di Occam possiamo concludere con certezza che Dio non esiste? No. Non con certezza: infatti l’assenza di una prova non è una prova dell’assenza. Non possiamo escludere Dio perché non possiamo escludere che in futuro una dimostrazione della sua esistenza – nuovi dati, nuove osservazioni, nuovi argomenti, appunto – venga scoperta.

In conclusione, sul Dio filosofico possiamo esprimere un ateismo agnostico: non è impossibile, ma fino a prova favorevole lo escludiamo per occamistica semplicità. Se qualcuno la pensa in modo diverso, sta a lui fornire quella prova. Altrimenti ‘sticazzi.

Choam Goldberg

(Foto: Moscarlop)


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