«Le leggi naturali bastano»

L’argomento è risaputo: i miracoli sono la prova dell’esistenza di Dio. Davvero? Luigi Garlaschelli li studia da una vita e…


L’uomo della Sindone: non il soggetto spiattellato sullo straccio medievale, bensì colui che ne ha creato una copia (quasi) conforme. Ma anche l’autore di una versione moderna del sangue di san Gennaro, che si scioglie non per miracolo ma per tissotropia. E pure colui che ha estratto la spada conficcata nella roccia nell’abbazia a San Galgano. Luigi Garlaschelli, con la pipa e il pizzetto mefistofelico, è noto per tutto questo e molto altro, di solito associato ai miracoli. No, anzi: al paranormale religioso, come preferisce chiamarlo lui. Infatti Garlaschelli è membro della prima ora del CICAP e non dimentica che in origine quella P finale nell’acronimo si riferiva al paranormale, mentre oggi allude al più ampio ambito delle pseudoscienze.
Ora, il CICAP sulla religione ha sempre sorvolato, da un punto di vista filosofico: sull’esistenza di Dio il Comitato non si è mai espresso. Peraltro si può capire questa scelta: Dio non può essere oggetto di indagine scientifica. Ma i suoi presunti miracoli sì. E all’interno del CICAP proprio nelle indagini sui fenomeni miracolosi si è specializzato il chimico organico Garlaschelli, oggi in pensione e già professore dell’Università di Pavia, ma pure prestigiatore dilettante e prolifico scrittore di saggi. Prolifico e assai utile quando si discute coi bigotti. Infatti, se ti capita la sfiga di incrociare uno di quelli che «Fior di scienziati atei hanno dovuto riconoscere i miracoli di Lourdes!», la risposta migliore è suggerirgli di leggere «Lourdes. I dossier sconosciuti», di Garlaschelli, e solo dopo se ne riparla.

Gigi, tu sei ateo o agnostico?

La divisione fra atei e agnostici genera discussioni infinite anche nell’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti, alla quale io sono stato iscritto. Oggi non lo sono più: fra sherlockiani, esperantisti eccetera, dovrei iscrivermi a troppe associazioni. Però con l’UAAR collaboro ogni volta che me lo chiedono. Comunque l’ateismo lascia l’impressione di una sicurezza un po’ dogmatica. D’altronde l’agnosticismo si limita a ignorare la questione perché la considera insolubile. Mah. Io mi definisco tranquillamente ateo. Però voglio aggiungere che nutro simpatie pastafariane. (Ride.)

Hai ricevuto un’educazione religiosa?

Sono cresciuto in una famiglia tradizionale, dove si votava per la Democrazia Cristiana e si andava a messa ogni domenica. Ho seguito il catechismo e ho ricevuto tutti i sacramenti. Poiché ero un ragazzino diligente e studioso, ho vinto due medaglie d’oro, per due anni consecutivi, quando ho partecipato alle gare di conoscenza del catechismo. «Chi ci ha creato?». Dio. «Chi è Dio?». E ancora: «Che cosa vuol dire “creare”?». Ero bravo. Il terzo anno, siccome avrei vinto di nuovo, mi hanno dato un diploma e mi hanno nominato «araldo del vescovo». (Ride.)

Perciò hai attraversato una deconversione.

Come dice Piergiorgio Odifreddi, uno può essere credente solo finché non raggiunge l’età della ragione. Mio padre morì a 52 anni, quando io ne avevo 17, e ricordo che la fede mi aiutò a superare quel brutto periodo. Partecipai a un pellegrinaggio a Lourdes, provando anche una certa emozione. Però iniziai anche a pormi delle domande. Per esempio: per quale motivo dovrei credere? Ricordo di averlo chiesto a un prete, che mi diede la solita risposta sulla fede come dono di Dio. Ma a me non bastava, e a quel punto cominciai a ragionare con la mia testa. Ci fu anche un episodio quasi fantozziano. Un sacerdote amico di mio padre mi convocò nel suo studio presso il seminario di Pavia per farmi tutto un discorso sui pericoli della filosofia, che avrei incontrato di lì a poco proseguendo i miei studi, e mi rammentò che avrei sempre dovuto tenere salda la mia fede. Io gli risposi che, se le prove di Dio stavano nei miracoli, allora anche i medium sembravano produrre fenomeni soprannaturali. Come vedi, già quand’ero molto giovane mi interessavo di queste cose. Lui mi rispose che quelli erano fenomeni di origine diabolica. (Ride.) Comunque in un periodo compreso fra la fine del liceo e l’inizio dell’università mi sono avvicinato ad altre forme di pensiero, ad altre idee filosofiche. Ho letto Freud e Marx. A metà dei miei studi universitari già mi invitavano ai dibattiti, dove venivo presentato come non credente.

Ti sei mai sentito discriminato per il tuo ateismo, sul piano personale o professionale?

Di fatto no, anche perché io non sono mai stato un estremista, un mangiapreti. Avevo e ho le mie opinioni e, se qualcuno me le chiede, non le nascondo. Tuttavia non cerco il conflitto. Però sono stato attaccato per gli studi svolti con il CICAP, quando mi sono occupato di miracoli. In quel caso l’accusa di ateismo sottintendeva che io ero prevenuto e i miei risultati non erano attendibili. D’altra parte mi hanno accusato di nefandezze anche peggiori.

Per esempio?

Durante un’intervista mi è stato chiesto se un finanziamento ricevuto dall’UAAR potesse aver influenzato i miei risultati sulla Sindone. Io ho risposto che ovviamente no, come scienziato io non mi lascio condizionare, e anzi ho aggiunto che se pure la Chiesa cattolica volesse finanziare le mie ricerche io non avrei alcun problema, ché tanto io faccio i miei studi e ottengo i risultati che devo ottenere, non quelli che vorrebbe farmi ottenere chi mi finanzia. Ebbene, dopo la pubblicazione dell’intervista sono stato accusato di essere un mercenario, anzi una puttana venduta a chiunque la paghi. Ho dovuto scrivere una rettifica per spiegare che cosa intendessi, ma ‘sta storia mi è stata rinfacciata più volte. Spero che non succeda più.

In che modo la tua ricerca o il tuo lavoro ha determinato o rafforzato il tuo ateismo?

Anzitutto io sono un chimico. Da scienziato, ho imparato che i fenomeni si verificano perché esistono delle leggi naturali. Quindi non serve invocare una divinità per spiegare qualcosa che, al momento, sembra miracoloso: le leggi naturali bastano. Non è un caso se la stragrande maggioranza degli studiosi di «scienze dure» è atea o agnostica: sanno che la realtà può essere spiegata usando le particelle elementari, le reazioni chimiche, il DNA. Ma io sono anche uno studioso di fenomeni paranormali e, nel caso del paranormale religioso, le mie competenze mi hanno sempre consentito di trovare spiegazioni razionali. In modo indiretto questo ha rafforzato il mio ateismo. È chiaro che, se non hai gli strumenti intellettuali necessari, di fronte a un fenomeno inspiegato ti viene spontaneo pensare al miracolo. Se invece hai conoscenze e spirito critico, la scoperta di una giustificazione naturale dello stesso fenomeno ti conferma che il soprannaturale è superfluo.

L’esistenza di Dio è argomento di discussione con altre persone?

Non spesso. Anzi quasi mai. Non ne vale la pena: questi confronti si concludono sempre con un nulla di fatto. Se il tuo interlocutore è molto ingenuo, te la cavi con qualche battuta poco impegnativa. Se invece è molto ferrato, finisci per discutere di epistemologia e il confronto diventa lungo e sfiancante. E comunque inutile. Infatti alla fine tutti rimangono della propria opinione. Perciò di solito non mi imbarco nemmeno in queste discussioni. Devo però aggiungere che, poiché ciascuno di noi si circonda di persone con cui di solito è in sintonia, non si presenta spesso l’occasione. Del resto io lascio che le cose che faccio e che scrivo parlino per me.

Come giustifichi oggi il tuo ateismo? Se dovessi spiegare a qualcuno perché non credi in Dio, quale argomento gli proporresti? Uno e uno solo: il più convincente.

Guarda, io non sono un teologo o un epistemologo: sono solo un droghiere in pensione. (Ride.) Però posso dirti che Dio è un tappabuchi invocato quando non si riesce a spiegare qualcosa. Una volta non si sapevano spiegare l’arcobaleno, il tuono e il fulmine e pertanto si inventavano delle divinità per spiegare quei fenomeni. Poi l’indagine razionale della realtà ha chiarito la loro origine naturale. Insomma, più avanza la scienza e meno c’è bisogno di Dio. Lo constatiamo anche con la Sindone.

Che c’entra la Sindone?

I sindonologi ragionano proprio così: siccome qualche caratteristica della Sindone al momento non è spiegabile o riproducibile, allora per forza dev’essere miracolosa. Può essere l’ingiallimento delle fibre o la sovrapposizione dei rivoletti di sangue sui capelli. Noi sappiamo riprodurli con metodi moderni, ma non ancora con quelli del 1300. Secondo i sindonologi, siccome sono inspiegabili e non riproducibili allora devono essere opera di Dio. In realtà nessun oggetto, nemmeno la Gioconda di Leonardo, è riproducibile al livello microscopico che loro pretendono per la Sindone, anche perché quella ha avuto almeno 700 anni di invecchiamento naturale, quasi impossibile da riprodurre anche per il miglior falsario moderno. Vale per tutti i fenomeni paranormali: chi trova un evento che non sa spiegare invoca gli spiriti o la telecinesi. Difatti parliamo di paranormale religioso proprio perché i miracoli sono fenomeni paranormali.

Puoi escludere la possibilità di iniziare a credere in Dio?

Anche in questo caso ti do la stessa risposta data da noi scettici riguardo al paranormale: a priori non si può escludere nulla. Però servono delle prove convincenti.

Ecco, le prove, appunto: che genere di prova considereresti convincente per accettare l’esistenza di Dio?

Una visione? Ma se anche mi comparisse davanti Gesù Cristo levitante e mi invitasse a credere in lui, io potrei pensare che è un’allucinazione, che qualcuno mi ha drogato, che sono vittima di una psicosi. Il Premio Nobel Kary Mullis racconta di aver incontrato un procione fosforescente che lo ha salutato. Per lui l’esperienza è reale, ma da lì a dire che esistono i procioni fosforescenti e parlanti ce ne corre. Magari c’entra piuttosto la quantità di LSD di cui Mullis ha fatto uso per lungo tempo. Certo, se tutti gli astronomi del mondo osservassero le stelle riorganizzarsi in cielo per comporre una frase religiosa… Però una singola esperienza individuale, anche se è la mia esperienza, non può essere considerata una prova.

L’esistenza umana può avere un senso anche senza Dio?

Dipende da che cosa intendi con «avere un senso». Noi siamo un prodotto dell’evoluzione. Come ogni organismo vivente, siamo mossi dagli istinti di sopravvivenza e riproduzione: mantenerci in vita e diffondere il nostro patrimonio genetico. Il senso della vita è che non c’è un senso: siamo costretti a vivere dall’evoluzione. E, se pure ci fosse Dio, che cos’avrebbe a che fare con il senso della vita?

In quel caso sarebbe Dio a darci quel senso. Lui ci avrebbe creati, lui saprebbe e ci direbbe per quale motivo esistiamo.

Eh, ma divinità diverse dicono cose diverse. Tutto dipende da dove e da quando nasci e dall’educazione che ricevi.

Quale senso dai tu alla tua esistenza? Ti limiti a sopravvivere e riprodurti?

Come tutti. Ma se vuoi andare oltre, dare alla vita un altro senso, quel senso lo scegli tu. C’è una vignetta bellissima che raffigura due scienziati in laboratorio mentre uno dei due dice all’altro: «Nella vita ci dev’essere qualcos’altro oltre a svelare i misteri dell’universo». (Ride.) Mi ci riconosco. Io ricavo le mie soddisfazioni dalla comprensione del mondo in cui viviamo. Siamo animali, ma abbiamo sviluppato, come strumenti di sopravvivenza, anche l’intelligenza e la capacità di comprendere. È una pulsione naturale, e io la sento molto. Poi c’è anche chi si sceglie come scopo della vita il sesso o il cibo. D’altronde pure quelle sono pulsioni naturali. Ma non solo: siccome gli esseri umani sono animali sociali, uno scopo meritevole può essere il bene che possiamo fare ai nostri simili.

Così arriviamo alla questione morale: Dio non è necessario nemmeno per garantire un comportamento morale degli esseri umani?

La nostra comune natura umana dovrebbe farci riconoscere l’umanità dei nostri simili. Certo, la Storia è piena di esempi che contraddicono questa pulsione: gli umani si sono sempre ammazzati fra loro, fra l’altro spesso nel nome di qualche Dio. Tuttavia una morale laica, umana, non religiosa si è sviluppata anche prima dei monoteismi abramitici. È una morale naturale.

Dunque esiste una morale naturale?

Se ne discute fin dal ‘700. Abbiamo innumerevoli esempi di filosofie che propongono una morale senza credere in una divinità. Penso allo stoicismo o all’epicureismo, fin dall’Antichità. Se volessi riassumerla in una sola battuta, potrebbe essere: «Non fare agli altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te». Che poi è il nucleo fondamentale anche della morale dei monoteismi abramitici.

Se dovessi demolire la fede di un credente, quale argomento gli proporresti?

Gli porrei una sola domanda: con tutte le divinità possibili, come puoi essere sicuro di non sbagliarti credendo proprio nel tuo Dio?

È un argomento molto forte. L’ho sempre pensato anch’io. Se io credessi nel Dio che mi è stato trasmesso dalla mia famiglia, dalla mia società… be’, che culo, allora: sono nato proprio nel posto giusto, dove si venera l’unico vero Dio.

Esatto: la relatività delle credenze religiose, che cambiano nel tempo e nello spazio, dovrebbe suscitare sospetto nei credenti. Sei nato qui, perciò credi nel Dio che si venera qui. Se fossi nato là, crederesti nel Dio che si venera là. Allora come puoi essere sicuro della tua fede?

Dio però potrebbe non essere quello di una Rivelazione. Potrebbe essere il Dio dei deisti: il demiurgo trascendente, che ha creato l’universo e poi se ne è disinteressato. O magari il Dio di Spinoza: Deus sive Natura.

Su questo Dio non ho gli strumenti per dirti qualcosa di intelligente. (Ride.) Anche Odifreddi dice che Dio è la Natura. Del resto l’universo funziona in un modo meraviglioso e incredibile. Nessuno sa perché. D’altro canto la scienza non deve capire perché, ma spiegare come.

È utile demolire la fede altrui, oppure ciascuno è libero di credere quel che vuole?

Può essere utile, ma io preferisco lavorare sui tempi lunghi. Mi sembra un po’ sterile impegnarsi in piccole battaglie individuali e personali, sprecare del tempo per litigare con qualche credente becero: se anche riuscissi a fargli cambiare idea, ne avresti convinto soltanto uno. Sarebbe meglio agire su scala più ampia, per esempio aumentando le ore di scienze nelle scuole e i contributi alla ricerca scientifica.

Quindi pensi che la società sarebbe migliore se il numero di non credenti fosse maggiore?

Sicuramente. Non ci sarebbero interferenze irrazionali nell’azione politica. E sarebbe più semplice progredire verso un’etica laica e non trascendente.

Come giudichi l’azione degli atei militanti, che divulgano l’ateismo spesso con uno stile aggressivo e con l’intento di demolire la religione?

È un’azione utile e importante, sebbene purtroppo venga giudicata male. Prendiamo ancora Odifreddi, per esempio. Molti lo considerano antipatico e lo accusano di avere un ego smisurato. Io però non lo trovo né odioso né pomposo. E per la verità neanche particolarmente aggressivo. L’aggressività gli viene attribuita soltanto perché dice cose fastidiose per i credenti. Quando ho scoperto Odifreddi, ho pensato: «Ecco un Umberto Eco che ha fatto il liceo scientifico!». (Ride.) «Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)» è un’opera molto utile e rimane nei limiti del dibattito civile. In generale non mi piace chi insulta in modo gratuito, ma si tratta di una questione di tono, non di contenuti. Dall’illuminismo in poi, ci sono stati filosofi e liberi pensatori che hanno negato le credenze religiose e sono stati odiati dai bigotti. D’altronde in Italia chiunque non sia cattolico è facile che sia detestato. Allora io dico: ben vengano costoro, perché queste idee, queste critiche devono circolare.

Siamo di fronte a un rinascimento religioso?

Sul lungo e termine e su ampia scala le credenze religiose diminuiscono e la razionalità si diffonde. C’è una correlazione diretta fra l’avanzamento delle conoscenze scientifiche e la mancanza di fede in una divinità. Non è un caso se la maggior parte degli scienziati è composta da non credenti, mentre la religiosità è maggiore nei Paesi in cui la cultura scientifica è meno diffusa. Comunque anche nell’Occidente la religione si sta ritirando, seppure lentamente. Purtroppo però ci sono dei rigurgiti, che sconfinano nella superstizione. Penso al caso del sottosegretario che ha accusato Satana di essere colpevole del riscaldamento globale. O allo scandalo suscitato dalla conduttrice che ha invocato Satana in uno sketch durante il Festival di Sanremo. Ricordiamo allora come nel 1865 l’ode «A Satana» di Carducci celebrasse l’intelletto umano e la razionalità. Quella però era l’epoca in cui si pensava che le «magnifiche sorti e progressive» avrebbero spazzato via la necessità della religione. Purtroppo non è andata così. Un secolo e mezzo dopo, ci ritroviamo con una Chiesa arroccata su posizioni tradizionaliste e conservatrici, becere e oscurantiste, forse come reazione alla secolarizzazione.

Sei preoccupato?

Sul breve periodo non c’è da stare allegri. Ma sono anche fiducioso sul lungo termine. Spero che la tradizione dei pensatori come Carducci, Darwin, Marx, Freud, Russell non si perda e che il processo di allontanamento dalla religione non si fermi, che sia lento ma inarrestabile. Ho ancora fiducia nella ragione.

Come potrebbe essere combattuto il rigurgito religioso?

Per definizione, il 50% delle persone ha un’intelligenza superiore alla mediana: loro possono produrre gli anticorpi culturali, loro possono far prevalere la ragione. È una battaglia politica e sociale: bisogna far ragionare le persone, educarle al pensiero razionale, diffondere affermazioni corrette da un punto di vista scientifico. Bisogna usare la libertà di espressione, finché c’è, per diffondere il pensiero logico e razionale.

Choam Goldberg


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