«Il senso sta nel cercare il senso»

Dio non profuma. E nemmeno puzza, per la verità.


Ricordo il primo, grande amore della mia vita. Avevamo 22 anni io e 21 François. Durò giusto il tempo del suo Erasmus: un anno. Rientrato a Lione, mi scaricò per un altro, dopo qualche tira-e-molla a distanza. Soffrii per sei mesi, poi pian piano il dolore svanì. Niente di eccezionale: ordinaria amministrazione sentimentale da ventenni. Non starei a parlarne qui se François non mi avesse lasciato qualcosa che non mi ha più abbandonato: il ricordo del suo profumo. Ancora oggi, quasi un quarto di secolo dopo, quando mi passa accanto un uomo con quel profumo non solo mi torna in mente François, non solo mi sento come se lui fosse presente, ma insieme riemerge ogni emozione. Come se tutto fosse appena accaduto. Meraviglioso e devastante. Perché questi scherzi fa l’olfatto, il più profondo dei nostri sensi. «Il senso perfetto», lo definisce Anna D’Errico nel proprio blog.

I cinque sensi – ma in realtà sono di più – agiscono come «finestre» sul mondo. Di solito pensiamo che quelli essenziali siano la vista e l’udito. Quale peggiore sciagura della cecità o, per chi ama la musica, della sordità? Il tatto è imprescindibile per ogni esperienza sessuale. Il gusto veicola il godimento del cibo. Invece l’olfatto… sì, è comodo, ma niente di che. Alcuni odori sono gradevoli, altri rivoltanti. Dovessimo sacrificare uno dei sensi, con ogni probabilità sceglieremmo l’olfatto, il più negletto e sottovalutato. Be’, sbaglieremmo: l’olfatto è il più «animale» dei sensi. Ed è anche il daimon, la vocazione di Anna D’Errico. Tant’è che, se si potesse delineare la figura professionale del «divulgatore dell’olfatto», le si attaglierebbe alla perfezione.

Anna ha studiato biologia, ha conseguito un dottorato in neuroscienze, ha fatto un post-doc alla SISSA di Trieste e oggi vive a Francoforte e lavora al Max Planck Institute of Biophysics e alla Goethe University. Segnata dalle estati nella campagna salentina, fra la terra rossa, gli ulivi e le rose di sua madre, è cresciuta annusando il mondo. Oggi per Anna l’olfatto è una professione, con la ricerca e la divulgazione, fra festival, conferenze, blog, articoli e ora, appena uscito per Codice, un libro: «Il senso perfetto», candidato al Premio Galileo. In più mescola l’esperienza olfattiva con il teatro danza, che pratica come performer indipendente. C’è però una cosa che Anna, fra odori, profumi e puzze, non ha mai trovato: Dio.

Anna, tu sei atea o agnostica?

Atea. Durante la fase di transizione, cioè negli anni dell’adolescenza, mi sono definita agnostica. Probabilmente dovevo ancora capire che cosa fossi davvero. Nel tempo si è poi consolidata la consapevolezza dell’ateismo.

Hai ricevuto un’educazione religiosa?

Sì, ma i miei genitori non erano molto praticanti. Come la maggior parte delle persone in Italia, sono cresciuta in un ambiente cattolico ma tiepido, popolato di credenti che non vanno in chiesa tutte le domeniche, al massimo nelle feste comandate. Ho ricevuto tutti i sacramenti. Tieni conto che vivevo in un paesino della Bergamasca e per un periodo abbiamo abitato in una casa accanto alla chiesa. Quand’ero bambina, verso gli 8-9 anni, le mie amichette erano religiosissime e venivano da famiglie molto credenti, spesso con zii preti: è una realtà sociale comune nella Bergamasca, dove la presenza cattolica è molto forte. E a dire il vero a quei tempi anch’io ero sinceramente credente e così, viste le mie amicizie, ho finito anch’io per essere inglobata in quell’ambiente. Ho pure fatto la chierichetta. (Ride.). Poiché andavo in chiesa troppo spesso, a un certo punto perfino mia madre si è preoccupata. In realtà era per me probabilmente un riferimento sociale, visto che le mie amicizie ruotavano intorno alla chiesa, ma la mia fede era autentica, e mi faceva stare bene, devo dire.

Poi c’è stata la deconversione. Graduale oppure improvvisa?

Graduale ma costante. Al liceo ho iniziato a studiare filosofia e a pormi domande, a riflettere. E mi sono accorta di quanto i dogmi e le credenze cattolici stridessero con molte mie idee razionali. Perciò ero sempre meno convinta. Oltre a ciò, vedevo il comportamento di molti fedeli e degli stessi sacerdoti. Constatavo spesso l’ipocrisia di alcuni comportamenti nel proclamare la povertà da un lato e nel cogliere ogni occasione per lucrare dall’altro. Ho visto perfino gente sollecitare la donazione di vestiti usati e poi lamentarsi perché il materiale ricevuto non era di marca o di alta qualità. Tutto questo mi ha sempre urtata molto, fino al rigetto. Per cui la prima cosa a saltare è stata la fiducia nella Chiesa cattolica.

Io ho parlato con tante persone atee. È sorprendente per quante fra loro sia comune quest’esperienza. Certo, siamo persone razionali e sappiamo che il comportamento indecoroso dei credenti non dimostra che Dio non esiste e di conseguenza non può essere prodotto come argomento a favore dell’ateismo. Tuttavia è l’ultimo chiodo sulla bara della fede.

A me colpì molto la morte di un’amica di famiglia, alla quale ero molto legata. Era stata lasciata dal marito e in seguito si ammalò e venne a mancare. Ebbene, il prete sollevò dei problemi perché lei era separata e stava per divorziare, quindi non poteva essere considerata meritevole di un funerale religioso. Ecco, quella goccia fece traboccare il vaso del mio legame con la Chiesa e anche del mio ateismo.

E nella tua famiglia come fu accolto il tuo ateismo?

Bene. I miei genitori non sono mai stati molto dogmatici e io sono sempre stata libera di fare le mie scelte.

Ti sei mai sentita discriminata per il tuo ateismo, sul piano personale o professionale?

No. Fra i miei amici ci sono sia credenti sia atei e il mio ateismo non è un problema. In ambito scientifico poi l’ateismo è abbastanza comune.

La tua ricerca o il tuo lavoro ha determinato o rafforzato il tuo ateismo?

Sì, abbastanza. La consuetudine con il metodo scientifico mi porta a riconoscere l’assenza di prove plausibili dell’esistenza di Dio. Per questo mi sconvolge un po’ incontrare alcuni scienziati credenti: la fede mi sembra incompatibile con la scienza.

Ti capita di manifestare in modo esplicito il tuo ateismo?

Dipende dalle situazioni. Talvolta, su alcune questioni religiose, di fronte a certe esternazioni, mi capita di fare battute sarcastiche perché divento insofferente. Però, se nessuno me lo chiede, tendo a non parlarne. Non ne vedo il motivo. Peraltro spesso è già chiaro come la penso. Anzi, sai che c’è? Mi stanca perfino un po’. Nelle persone religiose constato un pattern nel modo di descrivere la propria fede. Hanno spesso, nella mia esperienza, un tono di condiscendenza. È il solito ritornello: secondo loro, a me manca la spiritualità. Sembra quasi che io mi debba giustificare. Arrivano addirittura a volermi riconvertire, e questo mi urta molto. Insomma, è raro che il confronto non sia sterile, che la discussione non sia superficiale. E comunque non cambia niente. Perciò alla fine mi annoio, ecco. Spesso lascio perdere e neanche comincio a discutere.

Come giustifichi oggi il tuo ateismo? Se dovessi spiegare a qualcuno perché non credi in Dio, quale argomento gli proporresti? Uno e uno solo: il più convincente.

Con la mia formazione di scienziata, non vedo alcun segno della sua presenza. Non ci sono prove. Non è dimostrato né dimostrabile.

In sostanza, applichi il rasoio di Occam.

Di fatto sì. Poi i credenti ti rispondono con la manfrina che Dio c’è ma non si fa vedere, perciò ci vuole la fede e qualche volta si arriva a disquisizioni teologiche un po’ più alte, ma il punto per me rimane: il rasoio di Occam taglia la questione. Soprattutto, mi riconosco nella posizione espressa da Paolo Attivissimo e gliela rubo: Dio, se anche esiste, siccome non si manifesta è irrilevante nell’economia della mia esistenza. Che ci sia o non ci sia non mi cambia proprio nulla.

Puoi escludere la possibilità di iniziare a credere in Dio?

Guarda, non si può mai dare niente per sicuro. Tutto può succedere. Ma adesso mi sento di poterlo escludere con sicurezza.

Che genere di prova considereresti convincente per accettare l’esistenza di Dio?

Pensa che quand’ero bambina ho perfino desiderato che mi apparisse la Madonna. Mi sembrava una bella esperienza. (Ride.) Oggi, se succedesse, come neuroscienziata interpreterei il fenomeno come un sintomo psichiatrico.

Anche se l’apparizione coinvolgesse più persone?

Potrebbe essere un’allucinazione collettiva. Noi umani siamo bestie suggestionabili e le percezioni e l’autosuggestione fanno strani scherzi. Dovrebbe essere un’esperienza non solo collettiva ma pure oggettivabile e misurabile. Ma probabilmente anche in quel caso si troverebbe una spiegazione razionale e non soprannaturale.

L’esistenza umana può avere un senso anche senza Dio? In particolare, quale senso dai tu alla tua esistenza?

È una questione sulla quale mi sono interrogata molto. E ho concluso che ciascuno dovrebbe essere libero dare il proprio senso alla propria esistenza. Ci sono persone che non si pongono la domanda e vivono benissimo. Buon per loro. Nel mio caso il senso sta proprio in questa ricerca del senso.

In che senso?

(Ride.) Il senso sta nel riflettere, nel pormi domande, nel cercare di comprendere, di conoscere, nel costruire un mio percorso. E anche nell’occuparmi, nel mio piccolo, di ciò che mi fa stare bene in quel momento e può essere di qualche utilità per me e magari per chi mi sta intorno. Senza la pretesa di capire tutto o di salvare il mondo.

Dio non è necessario nemmeno per garantire un comportamento morale degli esseri umani?

In teoria no, non dovrebbe essere necessario. Il comportamento etico e il rispetto dell’esistenza altrui dovrebbero esserci a prescindere dalla credenza in Dio. Il problema è che non credo gli esseri umani abbiano un senso etico connaturato, ma che debbano svilupparlo. E siccome cultura, educazione, senso etico non sono ereditabili geneticamente, è fondamentale avere un impianto sociale ed educativo forte per poter trasmettere le conquiste sociali e della conoscenza alle generazioni future. Spesso nella Storia è successo anche grazie alla religione, che ha fornito leggi e precetti chiari e semplici. Il cervello umano ha bisogno di chiarezza e semplicità: bianco e nero, questo si può fare e quello no, questo è bene e quello è male. Il successo delle religioni si spiega anche con la loro semplicità etica. Naturalmente a certi livelli si trovano riflessioni filosofiche e teologiche avanzate, ma è sempre stata una faccenda elitaria, la versione «digerita» e «venduta» alle masse è sempre stata in una forma semplice da recepire e seguire. D’altra parte se anche oggi sui social e nei media funzionano «Le 5 regole per…» o «Le 10 cose che devi fare per…» è proprio per un principio analogo. La sfida sta nel superare questo schema ed esercitare lo spirito critico, e per questo Dio non serve.

Se dovessi demolire la fede di un credente, quale argomento gli proporresti?

Non mi interessa demolire la fede altrui. Del resto provarci finisce per avere l’effetto opposto. È un meccanismo psicologico ben noto: quando cerchi di contrastare una forte credenza in qualcuno, gliela consolidi. Quindi il tentativo è controproducente.

Dunque per te ciascuno è libero di credere quel che vuole?

Ma sì, è giusto che chiunque creda ciò che vuole. D’altronde la spiritualità è individuale. Alcune persone poi hanno proprio bisogno di credere. Da neuroscienziata, lo trovo un fenomeno psicologico e antropologico affascinante. Anche se la fede provoca problemi sociali. Pensa per esempio a certe religioni, a certe credenze e alle loro influenze sulle legislazioni degli Stati.

Pensi che la società sarebbe migliore se il numero di non credenti fosse maggiore?

Decisamente sì. Sono pessimista e non ho molta fiducia nella natura umana. La mia esperienza nell’osservare gli effetti della religione mi insegna che spesso la fede e – a dire il vero – anche tutti i fanatismi tirano fuori il peggio delle persone.

Non stai contraddicendo quanto dicevi prima, ossia che la religione può servire per fornire un quadro morale semplice?

No, perché rimane vero che alcuni ne hanno bisogno per avere una guida morale, ma che poi siano coerenti è tutto un altro discorso. Il caso che conosco meglio, perché ho vissuto in mezzo a loro, è quello dei cattolici. Il cattolicesimo fornisce sì un quadro morale semplice e anche condivisibile, ma proprio in nome della religione molti cattolici sono abili nel trovare eccezioni e giustificazioni delle violazioni delle loro stesse regole. Un comportamento che trovo comunque profondamente umano.

Come giudichi l’azione degli atei militanti, che divulgano l’ateismo spesso con uno stile aggressivo e con l’intento di demolire la religione?

Non sono ancora giunta a un’opinione chiara. Spesso «di pancia» mi trovo d’accordo con loro: approvo quello che dicono e che fanno. Vedo l’utilità della loro azione di contrasto delle religioni monoteiste, soprattutto quando diventano moleste e limitano la libertà di chi non vi aderisce. D’altro canto, per le ragioni di cui parlavo prima, mi rendo conto che attaccare la religione ottiene come risultato solo l’irrigidimento dei credenti. Pertanto non so fino a che punto possa giovare l’ateismo militante.

Siamo di fronte a un rinascimento religioso? Sei preoccupata? Come potrebbe essere combattuto?

Può essere che io non sia informata, ma non mi pare. Anzi, semmai mi pare il contrario. Per esempio, mi sembra di assistere a un declino dell’adesione alla Chiesa cattolica. Però un declino non abbastanza veloce per i miei gusti.

Non ti preoccupano nemmeno personaggi fanatici come Pillon e Fontana? Neppure in loro vedi un rinascimento religioso?

No. È un rinascimento ma non è religioso, bensì nazionalista o fascista. Sono ideologie che sono collegate con la fede o che spesso la usano, ma che sono altro. La questione dunque non è religiosa, ma identitaria, culturale, secondo me.

Neanche l’estremismo islamico ti preoccupa?

Quello invece un po’ sì, devo dire. Ma mi preoccupa come, più in generale, mi preoccuperebbe se ci fosse ancora in giro la Santa Inquisizione. Se in Europa non ci fossero stati l’illuminismo e determinati eventi storico-culturali, probabilmente saremmo anche noi in una situazione analoga. E per questo senso trovo straniante che nel 2020 esistano ancora e siano così diffuse le grandi religioni monoteiste. Questo è preoccupante, ma soprattutto sintomo di poco senso critico e razionale. Eppure sono fiduciosa perché, anche se in minoranza, c’è chi lotta e resiste: per i diritti civili, per il progresso, per la cultura. Voglio vedere se e come cambierà la situazione. Diciamo che sono più curiosa di quanto sia preoccupata, ma so che dobbiamo resistere.

Choam Goldberg


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