La mia vita da senzadìo

Vocestruggente racconta la propria Storia per «Io senza Dio».


Ho sempre avuto un’opinione chiara sulle favole: mandano messaggi, creano immagini, insegnano la compassione, abituano a riconoscere gli orchi. La religione pretende che tu creda al suo racconto assurdo e che obbedisca alle sue «leggi», non ti aiuta a crescere, non ti protegge, anzi ti spaventa e ti insegna a odiare il diverso.

Per me, quella di Dio è una favola brutta: il tizio è un vecchio spione, Gesù bambino è un cosino di plastica con gli occhietti azzurri appoggiato su muschio secco con altre cosine di plastica e un fiume di carta stagnola. Non mi dà emozioni, non mi insegna qualcosa.

La mia vita senza Dio è stata di battaglia: toccava scontrarsi con famiglia, scuola, amichettə che andavano all’oratorio e a messa mentre io no.

I miei andavano a messa la domenica, da bambini, ma non avevano grande stima dei preti e delle suore e neppure di Dio, perché i primi erano belli grassi, mentre Dio non si faceva mai vedere quando loro avevano fame e rimanevano senza i padri durante la guerra. Io e mio fratello riceviamo qualche infarinatura religiosa per convenzione, ma in casa mia non si prega. Quando il prete passa per la benedizione, mia madre gli ricorda che Dio le aveva portato via l’amatissimo fratello troppo presto e che per questo lei è arrabbiata con Dio. E poi, con che coraggio il prete chiede soldi a noi, che si mangia solo grazie ai turni di nostro padre e al doppio lavoro di mia madre, risparmiando perfino sui fondi del caffè? Ma ci avevano fatti battezzare, ci fanno fare la prima comunione e la cresima, con sacrificio, perché coi preti tocca sempre tirare fuori i soldi, perché tutti lo fanno.

Mio fratello e io ci siamo dichiarati atei già da bambini, dapprima dicendo di non credere in Dio e poi, una volta sentita quella parola, «ateo», ne adottiamo la definizione. Siamo ribelli in una famiglia ribelle per rabbia. Noi siamo «addirittura» atei e non ne facciamo certo mistero. Anzi, facciamo coming out in ogni occasione, anche a scuola, anche con le zie di mia madre, per vedere se davvero morirebbero di crepacuore. No, figuriamoci: niente infarto. Però veniamo esclusi dal giro delle mance.

Il professore di Musica alle Medie è un prete, il tipo che ti sorride e ti dice «Brava, ottimo compito, tutte le note e le battute erano corrette», ma non ti dà più di 6 e mezzo perché non hai disegnato la madonna accanto al pentagramma, mentre la tua compagna di banco ne ha disegnata una bellissima, con il manto di un azzurro così celestiale da meritare un 9. Il prete entra in classe per insegnare Musica, ma noi ci si deve alzare in piedi, fare il segno della croce e dire la preghiera. Io mi alzo in piedi, lo guardo negli occhi e non muovo un dito, con le labbra serrate. Credo che voglia piegarmi a suon di voti mediocri. Ma non potrebbe darmi insufficienze: studio già chitarra classica e canto e suono senza problemi.

Ciò che allora capisco è che, se non partecipi attivamente a quella vita, se non preghi, se non vai a messa, se non frequenti le attività della parrocchia, per il paese tu non esisti. Sì, ti vedono, ti parlano di ciò che fanno in parrocchia, di che cosa ha fatto il don, della suora nuova, dei rami di ulivo… ma non ti ascoltano perché tu parli un’altra lingua, nella quale le parole Dio, don, suora, oratorio, preghiere, papa, messa non ci sono. Stai parlando del documentario sugli animali che hai visto in televisione, di quello sullo spazio, sui pianeti e sulle stelle lontane, stai parlando dell’età dell’universo, di Piero Angela e delle scoperte scientifiche, del fatto che hai scoperto che ti piace leggere, che sei arrivata al quarto anno di chitarra classica… La biblioteca del paese? La bibliotecaria è una volontaria ed è una delle «educatrici» all’oratorio femminile. Inutile chiedere un libro: lei arriva con testi su Dio e i miracoli.

E poi accade che mio fratello si fidanza e si sposa. Con una cattolica praticante, in chiesa. Lentamente ma progressivamente e senza battute d’arresto, mia cognata e la sua famiglia trasformano mio fratello, l’ateo che litigava coi preti alla Scuola superiore, il mio unico alleato contro la marea cattolica che a ogni festa comandata cercava di sommergerci. Lo trasformano in un tiepido credente da messa di mezzanotte a natale, da segno della croce ai funerali, da battesimo dei figli con candela in mano, fino alla capitolazione: lo sento recitare a voce alta il «padre nostro» al funerale di nostra madre. Io arrivo in ritardo, non voglio entrare in chiesa. Però un’amica mi dice che tanto non cambia nulla, mia madre aveva voluto comunque un funerale religioso e io sto solo facendo i capricci della bambina abbandonata. Non sono in grado di litigare, sono affranta e lei mi fa entrare portandomi sottobraccio. Mia cognata controlla che i suoi recitino tutte le preghiere e si segnino ogni volta che viene richiesto, sempre le mani giunte. Loro eseguono. Mio fratello esegue. Il tradimento è completo.

Una volta ho problemi sul lavoro. Capo de’ Capis è una creatura chimerica, padre-padrone e prete mancato, con un crocifisso semplice, modesto, appeso alla parete alle sue spalle. Lo vedo alla sua scrivania mentre mi allunga il regalo di natale dell’ufficio ai dipendenti «anche se Lei non se lo merita». Avevo ahimè peccato di superbia non partecipando al rito sacro della cena di natale (colica biliare dolorosissima). «Avevo anche dei biglietti per un concerto della Sagra Malatestiana, ma so che Lei non frequenta l’ambiente…». Poi inizia il mobbing e sono costretta ad andarmene.

Quel maledetto Dio guardone sembra trovarsi davvero dappertutto, perché questa gente invasata se lo porta ovunque. Non puoi sfuggire ai «Buona Pasqua» e ai «Buon Natale», ai «Dio vede e provvede». Non puoi evitare lo sguardo di chi si aspetta lo stesso augurio, anzi lo pretende, e ti tocca augurargli comunque qualcosa per educazione. Che so, «Buone feste. Buone vacanze. Buon Qualcosa».

Una persona atea che viva con coerenza, senza compromessi, senza finzione spesso non è integrata. Spesso vive in una dimensione parallela, specie se è una persona con un minimo di cultura e di attenzione per la realtà. Io ho questa impressione di vivere in una realtà parallela a quella dei credenti: ogni volta che sono tentati di ascoltarmi, il loro mondo vacilla.

Ogni sera io e la mia vicina di casa portiamo i cani a fare l’ultimo giro della giornata. Lei è religiosa, cattolica praticante, laureata in Arte sacra e in un altro paio di strani indirizzi da istituti privati religiosi – la vita ha davvero il senso dell’umorismo – e insegna in una scuola cattolica dove ogni mattina alla prima ora ci sono dieci minuti di preghiera e una sera alla settimana tutti i docenti si collegano on line col preside per un’ora di preghiera insieme. Mi parla di santa Caterina da Siena nonostante il mio sorrisino pietoso, mentre aspetto che il cane finisca di pisciare, mentre le dico che Caterina era schizofrenica.

Un Dio immaginario regola le loro vite reali e purtroppo anche le vite di noi non credenti. Il mondo soffre in attesa della resurrezione, ed è la più grande bugia che si possa immaginare. L’intelligenza dovrebbe prevalere sul plagio. Queste persone sono state derubate della possibilità di essere libere e di scegliere. E noi con loro. Penso che la religione sia un crimine contro l’umanità. E mi sta sul cazzo che la mia vita senza Dio venga considerata, quando va bene, minore, marginale, fastidiosa, mentre è invece la dimensione naturale dell’essere umano: quella della realtà.

Stamane ero in spiaggia col cane. Incrocio una suora e lei attacca bottone: «Che tragedia! Dio ci ha donato tutta questa bellezza, ma l’uomo la distrugge, uccide i bambini…». Vorrei tanto darle una sberla per riportarla alla realtà e poi dirle tutto ciò che avrei da dire su Dio e le altre cazzate. Invece le sorrido e le dico di godersi la passeggiata al mare. Perché sono una persona mite, sono atea, non devo indottrinare nessuno. E la suora, da lontano: «Ah, buona Pasqua!».

Vocestruggente

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6 pensieri su “La mia vita da senzadìo

  1. Vissuta ogni esperienza raccontata, con anche una forte “sofferenza in più”, per la forte sensibilità e attrazione, provata sin dalla giovane età, verso lo scambio di affettività, calore umano, e reciproco sentimento di gratitudine, dono della “salutare sessualità”, negata dalla Religione Cattolica, con la “demenziale” identificazione del sesso=peccato.

  2. Racconto bellissimo, grazie per avere condiviso la tua esperienza. E’ piena di spunti e riflessioni. Io sono diventateo ateo solo qualche anno fa, cosi’ che, i miei anni da bambino erano in linea con i dettami socio-cattoloci. Da adulto riesco a gestire la situazione molto meglio, anche perche’ non vivo piu’ in Italia.
    Mi e’ piaciuta molto la tua chiusura, che non vuoi indottrinare nessuno, pensa che bello, se tutti fossimo libere di credere o non credere in quello che vogliamo, e vivere insieme solo perche’ siamo persone con un obiettivo comune.

  3. E’ una testimonianza che colpisce nel profondo, una lunga tregenda che porta anche un profondo tormento. Un abbraccio…

    • Da ragazzina non avevo compreso quanto sia profondamente discriminante la nostra società cattolica, essi parlano un loro linguaggio, come qualsiasi tribù, gruppo, squadra, si capiscono, si mandano segnali… e ci escludono.
      Non sarebbe gravissimo se l’esclusione in famiglia non fosse tanto dolorosa e invalidante, non sarebbe gravissimo se il mondo del lavoro non ne venisse influenzato (penso alla Compagnia delle Opere), non sarebbe gravissimo se le loro scelte politiche non pesassero sui diritti civili di tuttə… Invece, lo è.
      Grazie per il commento, ciao.

      • Mi riconosco molto nel tuo racconto, anche dolorosamente. Compreso il veder cambiare le persone per assimilazione da una cultura pervasiva e aggressiva.
        Mi unisco all’abbraccio di Raffaele (un po’ più su).

        Hai colto e riportato molte cose.
        Ne sottolineo una che mi sta molto a cuore: la discriminazione.

        La religione cattolica è una ideologia esclusiva e discriminante e fonda contesti sociali a loro volta esclusivi e discriminanti, a partire dall’aggregazione giovanile e dal modello di trasmissione dell’ideologia (l’indottrinamento prima dei bambini e poi dei ragazzi: una pratica assurda e assurdamente accettata come innocua).
        Di fatto crea una separazione identitaria che condiziona e agisce a vari livelli e con varie intensità. Hai voglia, poi, di parlare di inclusione nelle scuole.
        E hai voglia, poi, di gestire senza strappi, qualora fosse un legittimo bisogno e/o una volta dissolto l’incantesimo, la fuoriuscita da una “bolla” del genere, soprattutto in un periodo di formazione, ricerca e definizione come l’adolescenza.

        Questo aspetto andrebbe studiato da tutte le discipline sociali, problematizzato e dovrebbe costituire uno dei motivi di dialogo serrato col mondo religioso da parte del mondo laico. Non per creare contrapposizione ma per ridurre le distanze: i cattolici non sono abituati a riflettere sulle ripercussioni della loro ideologia e credo che molti di loro possano comprenderne le problematicità anche senza rinunciare all’idea che esista un dio. Non c’è più nessun motivo per educare le persona all’appartenenza identitaria religiosa, ne per concedere ad una confessione un massiccio potere politico, economico e sociale. Abbiamo tutti gli strumenti per imparare a convivere senza discriminare e per perseguire senso e felicità insieme, sia in presenza del bisogno di credere a qualcosa di soprannaturale, sia in presenza di una visione naturalistica del mondo.

        Spero che storie come la tua (che è anche la mia) e le tante lette qui possano un po’ alla volta emergere sempre di più e aiutare a far riflettere e cambiare.

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