Divini paradossi: l’onnipotenza

L’assoluto ha un problema: è assoluto, appunto. Da cui derivano non pochi casini. Ma Dio può risolverli, perché lui è onnipotente. O no?


Abbiamo un’ipotesi teorica: esiste una divinità trascendente dotata delle proprietà di onniscienza, onnipotenza e bontà. Abbiamo anche un’evidenza sperimentale: nella realtà immanente esiste il dolore innocente. Innocente perché viene subìto da chi non ha colpa e non è provocato dalla responsabilità di alcuno. L’ipotesi e l’evidenza sono incompatibili: è l’argomento della teodicea contro l’esistenza del Dio delle tradizioni abramitiche. Lo so: con ‘sta storia ti ho triturato le gonadi. Sicché non insisto oltre. Infatti voglio affrontare un’altra questione: l’ipotesi teorica, anche considerata da sola, regge? Insomma, in un mondo perfetto privo di sofferenza, potrebbe esistere un Dio onnipotente, onnisciente e buono?

L’Assoluto sembra innocuo. È assoluto, giusto? Perciò come potrebbe essere meno che perfetto? Invece il problema dell’Assoluto è proprio la sua assolutezza, che lo espone al rischio di paradossi. E allora sono cazzi.

Prendiamo il caso dell’onnipotenza, per cominciare. Il Dio della tradizione abramitica può tutto. Lo dicono le Sacre scritture sia dell’ebraismo sia del cristianesimo sia dell’islam.

Abram aveva novantanove anni quando il Signore gli apparve e gli disse: «Io sono il Dio Onnipotente ubbidisci a me e agisci giustamente (…)».
– Genesi 17,1

Allora il Signore mi rispose: «Io sono il Signore, il Dio di tutti gli uomini. Niente è troppo difficile per me. (…)».
– Geremia 32,27

Nulla è impossibile a Dio!
– Luca 1,37

Lode ad Allah, Creatore dei cieli e della terra, che ha fatto degli angeli messaggeri dotati di due, tre o quattro ali. Egli aggiunge alla creazione quello che vuole. In verità Allah è onnipotente.
– Sura 35,1

Ma, quando affermiamo che Dio può tutto, intendiamo proprio tutto? Tutto tutto? Dio può fare qualsiasi cosa?

Che l’onnipotenza divina sia problematica i teologi lo hanno capito da secoli. Tutti a chiedersi: «Dio può fare questo? Può fare quello? Se non può, è davvero onnipotente?».

Premessa importante: parliamo di potenza, di capacità, di possibilità, non di atti. Questi paradossi non si risolvono banalmente dicendo «Dio può, ma non vuole e quindi non fa». Per esempio, Dio non vuole impedire il dolore innocente. Ok, ma se volesse potrebbe: è questo che importa per definire la sua onnipotenza.

I primi paradossi dell’onnipotenza divina compaiono di fronte alla logica: Dio può violarla? Può infrangere il principio di non contraddizione? Può creare un cerchio quadrato? In generale, Dio può negare le conseguenze logiche di un sistema assiomatico?

Un secondo tipo di paradossi dell’onnipotenza deriva dall’autoreferenzialità: l’Assoluto si incasina sempre, quando viene applicato a sé stesso. Per esempio, Dio può creare un essere più potente di Dio stesso? Se non può, non è onnipotente. Se può, allora la sua potenza non è la massima assoluta, quindi non è onnipotente. Ed ecco un altro paradosso famoso: Dio può creare un sasso così pesante da non poter essere sollevato nemmeno da Dio stesso?

I paradossi dell’autoreferenzialità sono ben conosciuti e studiati dalla logica fin dai tempi di Epimenide, il cretese che mentiva anche quando diceva di mentire, e del barbiere di Russell, che radeva tutti quelli che non si radevano da soli. Anche in questi casi c’entra l’assoluto, che non ammette eccezioni: «sempre» e «tutti».

Il terzo tipo di paradossi dell’onnipotenza divina è quello della compatibilità con le altre peculiarità: Dio può compiere un atto in contrasto con la sua stessa natura divina? L’esistenza: Dio può annichilire sé stesso? L’onniscienza: Dio può ignorare qualcosa? La verità: Dio può mentire?

Il caso della bontà è il più interessante: Dio può compiere un atto malvagio? Può torturare un bambino? Attenzione: non ci stiamo occupando della teodicea. Di fatto sappiamo già che Dio tortura i bambini, quando li lascia agonizzare fra sofferenze atroci. E soprassediamo pure sulle innumerevoli porcate che Dio lascia compiere, ordina e addirittura compie lui stesso nei testi sacri. Ma non è questo il punto: a noi interessa che cosa Dio può o non può fare. Ebbene, Dio può o non può compiere un atto malvagio?

La questione è fondamentale e solleva il problema del fondamento dell’etica. Molti credenti sostengono che Dio è necessario per stabilire che cosa è bene e che cosa è male, ossia per fornire agli umani delle regole morali, perché altrimenti, per dirla con Dostoevskij, «senza Dio tutto è permesso». Costoro però non rispondono mai alla domanda fondamentale sull’etica divina: Dio vuole il bene perché è bene, oppure il bene è bene perché Dio lo vuole? Già Platone lo faceva chiedere a Socrate nell’«Eutifrone»: «il pio è amato dagli dei perché è pio, oppure è pio perché è amato dagli dei?». Nel primo caso, Dio è sottomesso al bene oggettivo, che è indipendente da lui e dunque gli è superiore. Nel secondo caso, qualsiasi cosa Dio voglia sarà comunque un bene: anche la tortura di un bambino. O forse Dio è lui stesso il Bene assoluto? Ma in tal caso Dio non è un essere dotato di volontà, bensì un concetto astratto.

Le soluzioni proposte dai teologi per i paradossi dell’onnipotenza seguono due strade. La prima parte da Agostino di Ippona con il «De civitate Dei» nel V secolo, passa per Anselmo di Canterbury con il «Proslogion» nell’XI, prosegue con Tommaso d’Aquino con la «Summa Theologiae» nel XIII e arriva fino al presente con Norman Geisler e William Lane Craig. In poche parole: l’onnipotenza di Dio esclude le contraddizioni logiche e le negazioni della natura divina. Questa soluzione si fonda sull’autorità delle Scritture.

«(…) E anche se noi non gli siamo fedeli,
egli rimane fedele,
perché non può mettersi in contraddizione con se stesso».
– 2 Timoteo 2,13

Dunque ci sono due atti di Dio, la promessa e il giuramento, che non possono essere modificati e nei quali è impossibile che Dio mentisca. (…)
– Ebrei 6,18

Superfluo dire che è una soluzione insoddisfacente. Se Dio è sottomesso alla logica, ne è condizionato e limitato. Peggio ancora per la necessaria compatibilità con la natura divina. Infatti ci sono azioni che perfino io, meschino e insignificante essere umano, posso compiere e che sono impossibili per Dio. Io posso mentire. Posso suicidarmi. Posso anche torturare un bambino. Dio non può nulla di tutto questo. Dunque io sono più libero e più potente di Dio? Un ben povero Dio.

L’altra soluzione è quella di Cartesio nelle «Meditationes de Prima Philosophia»: Dio può davvero tutto, senza limiti. E chi se ne fotte pure della logica, perché Dio ha creato anche quella, pertanto le è superiore e può violarla. Ma come è possibile? È presto detto: noi non riusciamo neppure a concepirlo, ma Dio sì, perciò credi e sta’ zitto. È il solito Mistero della fede. E io non sto nemmeno a ripetere che ne penso, va’.

Choam Goldberg

(Foto: Billerti)


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2 pensieri su “Divini paradossi: l’onnipotenza

  1. Scusa il lungo commento. Se non vuoi pubblicarlo, ti capirò 🙂
    Ipotizziamo che esista un creatore dell’universo onnipotente e onnisciente.

    Possiede esplicitamente entrambe queste caratteristiche.

    1) essendo onnisciente, in fase di creazione di un particolare universo egli conosce esattamente l’evoluzione dell’universo e di tutte le sue creature. In particolare, conosce la nostra storia personale passata e futura.

    Non ha importanza se le leggi della fisica siano deterministiche o meno in un particolare universo. Non ha importanza se esista il libero arbitrio o meno: l’onniscienza garantisce a questo creatore la perfetta conoscenza delle nostre azioni.

    L’onniscienza di per sé non è incompatibile con il libero arbitrio o con le leggi della fisica.

    2) essendo onnipotente, il creatore può anche scegliere di creare un universo differente in cui le azioni degli esseri umani siano differenti, e in cui il risultato delle nostre azioni sia differente.

    3) se esistessero dei vincoli in fase di creazione, il numero degli universi possibili sarebbe finito. Ma qualsiasi vincolo si possa immaginare, un creatore onnipotente per definizione può aggirare o ignorare quel vincolo.

    I possibili universi tra cui scegliere sono dunque infiniti.

    4) tuttavia, in universi differenti, le azioni degli esseri umani possono essere differenti. Dunque selezionando uno specifico universo, il creatore ha anche selezionato il destino ultimo di tutte le sue creature.

    Introduco una seconda ipotesi: esiste il libero arbitrio

    5) per ogni scelta compiuta da una creatura senziente, posso immaginare due universi perfettamente identici, in cui l’unica differenza è la scelta specifica compiuta da quella particolare creatura senziente. Ad esempio, posso immaginare un universo perfettamente identico al nostro, in cui stamattina ho scelto di mettermi una camicia azzurra anziché bianca.

    Posso farlo per ogni specifica scelta, incluse le scelte che hanno un differente valore morale.

    6) in realtà per ogni scelta possibile il creatore ha selezionato esattamente un esito, quello che si verifica nell’universo creato; dunque la scelta rimane potenziale: non verrà mai espressa una scelta alternativa, perché non abbiamo la facoltà di selezionare l’universo in cui vivere.

    7) ne deriva che la combinazione di onnipotenza e onniscienza è incompatibile con l’ipotesi del libero arbitrio.

    Introduciamo un’altra ipotesi: il creatore è perfettamente morale. Anzi, egli è la sorgente della morale – solo lui può definire cos’è giusto e cos’è sbagliato.

    Egli compie cioè le scelte giuste in base ad una morale definita dal creatore stesso.

    Non è possibile che una sua scelta sia sbagliata, qualsiasi sia il significato dato alla parola “sbagliata”.

    8) essendo perfettamente morale, l’universo che ha selezionato rappresenta la scelta perfetta: ci sono infiniti possibili universi a disposizione, ma ha scelto questo. Di conseguenza, questo è il migliore degli universi possibili.

    Ricordate che in base al punto (3), non c’è alcun vincolo in fase di creazione. Se il creatore definisce una metrica arbitraria in base alla quale classificare gli universi, questo universo rappresenta un massimo globale della funzione, non un massimo locale. In questo senso, è il migliore in assoluto.

    9) non c’è limite nemmeno al grado di perfezione. Un creatore onnipotente può sempre creare un universo migliore di quello appena concepito. Dunque in base alla sua morale questo universo è infinitamente perfetto e non può essere altrimenti. Un essere umano potrebbe in teoria concepire un universo differente, ma questo universo deve essere necessariamente peggiore di quello scelto dal creatore.

    10) l’universo selezionato dal creatore è perfettamente morale, dunque un universo differente deve avere un grado di moralità inferiore. Se i due universi si differenziano per una singola scelta compiuta da un essere umano, quella scelta deve essere morale nell’universo creato, e immorale nell’universo alternativo scartato dal creatore.

    11) pertanto gli esseri umani sono perfettamente morali nell’universo selezionato, in qualsiasi circostanza, qualsiasi azione essi compiano. Non esiste alcun modo di definire un’azione come immorale. Se in un universo un essere umano compie un’azione immorale, un creatore onnisciente ne è già a conoscenza ed essendo onnipotente può sempre selezionare in fase di creazione un universo alternativo in cui quella particolare azione immorale, e soltanto quella, non ha luogo (punto 3). Dunque ogni singola azione deve necessariamente essere morale, nel contesto del miglior universo concepibile da un creatore perfettamente morale.

    Ne deriva che:

    12A) qualsiasi morale definita dall’uomo è imperfetta e incompatibile con quella del creatore. Una morale definita da esseri umani deve dichiarare alcune azioni come immorali. Invece la morale del creatore ha già definito tutte le azioni realmente compiute da tutti gli esseri umani come morali ancor prima che accadano, nel momento preciso in cui ha scelto di creare il miglior universo possibile grazie alla combinazione di onniscienza, onnipotenza e perfetta moralità.

    oppure

    12B) cade la terza ipotesi, il creatore non è perfettamente morale e in particolare non è la sorgente della morale. Gli esseri umani potenzialmente hanno la facoltà di discernere una morale migliore, ma non hanno la facoltà di seguirla poiché privi di libero arbitrio (punto 7)

    oppure

    12C) nonostante sia perfettamente morale, il creatore ha selezionato un universo in cui le azioni degli uomini non sono perfettamente morali. Per ragioni imperscrutabili, ha previsto e deciso che alcuni esseri senzienti compiano azioni immorali, nonostante abbia il potere di selezionare un universo differente.

    Le tre principali religioni monoteiste sono accomunate dalle seguenti idee:

    – un dio onnipotente e onnisciente, che è anche creatore, e ricade nell’ipotesi iniziale

    – il libero arbitrio, escluso al punto (7)

    – un dio sorgente della morale (terza ipotesi), incompatibile con (12B)

    – la possibilità da parte degli uomini di discernere la morale, incompatibile con (12A)

    – la possibilità di essere dannati dopo la morte, nel caso in cui le azioni compiute in vita siano immorali, incompatibile con (11)

    E’ anche possibile la condanna di alcuni uomini alla dannazione eterna (12C) in base a scelta arbitraria del creatore, dal che deriva che tutte le proibizioni, i divieti e i comandamenti previsti dalle dottrine religiose non hanno alcun valore. L’eventuale condanna è indipendente dalle nostre azioni.

    O in alternativa non esiste la dannazione eterna: anche se alcune azioni sono necessariamente immorali, dio è benevolente e perdona tutti. Anche in questo caso ovviamente i precetti religiosi sono svuotati di significato. Il creatore seleziona volontariamente un universo sub-ottimale in cui gli uomini sono peccatori, ma li perdona senza eccezioni. Per ragioni imperscrutabili, consente l’esistenza della sofferenza provocata da azioni immorali, perciò non è misericordioso. E’ benevolente solo quando si tratta di perdonare azioni che lui stesso ha selezionato, durante la creazione dell’universo.

    In essenza, per diversi motivi la concezione del dio cristiano/musulmano/ebraico è incompatibile con la fede stessa di queste religioni. Dio non esiste, oppure non ha le caratteristiche dell’ipotesi iniziale (non è onnipotente e/o onnisciente); in ogni caso non può essere il dio cristiano/musulmano/ebraico.

    oppure…

    12D) …oppure le regole formali della logica si applicano solamente a questo universo e a ciò che contiene, non al creatore.

    Egli può essere al contempo onnisciente, onnipotente, misericordioso e morale. Può esistere la dannazione eterna, e una moralità in assenza di libero arbitrio, come pure il libero arbitrio in assenza di alternative.

    Ovviamente, in una situazione del genere, la teologia come disciplina del pensiero non esiste. Qualsiasi deduzione ottenuta tramite ragionamento perde di fondamento. Ogni premessa e ogni inferenza logica possono essere messe in discussione senza regole.

    Un credente può smettere di usare la ragione, non fa alcuna differenza.

    Il proselitismo delle tre religioni monoteiste, tra le innumerevoli sette del cristianesimo e dell’islam, si riduce allora a una gara nel versare il cervello all’ammasso.

    Perciò se fossi un credente esiterei, prima di dichiarare che la logica non si applica a dio.

    Perché non si applica neppure all’esistenza di un dio differente.

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