«La fede è solo una botta di culo»

È «Parola di @Dio». Che – scopriamo – è laureato in filosofia e fa il social media manager.


L’immagine di copertina del suo profilo è famosa e non lascia spazio a dubbi: «Basta scienza». Del resto che pretendi da @Dio in persona? Quello col triangolo occhiuto incazzoso, founder & CEO dell’Universo. 880 mila follower su Twitter, 34 mila su Instagram e 230 mila like su Facebook, dietro @Dio c’è Alessandro Paolucci. Alessandro chi? Eh, già: Paolucci quasi nessuno lo conosce, ma la sua creatura…

Alessandro Paolucci è social media manager: un mestiere che, quando lui ha iniziato a studiare filosofia all’università, nemmeno esisteva. Un destino comune a molti di noi, che diventerà abituale per tanti ragazzini di oggi. E senza dubbio Alessandro non immaginava di arrivare lì. Forse vedeva sé stesso insediato in un «posto fisso», in un «lavoro sicuro», in un «tempo indeterminato», tradizione di famiglia fin dall’alba dei tempi e nel presente diventato inaccessibile perfino più del Dio abramitico. Questo racconta Alessandro in «Cercasi Dio: Anche senza esperienza», narrazione romanzata dell’evoluzione da laureato in filosofia disoccupato fino a tweetstar. Un po’ per caso e un po’ per abilità: l’intuizione giusta nel momento giusto e la capacità di sfruttarla con ironia. Così da arrivare oggi a centinaia di migliaia di follower e, come naturale prosecuzione, alla libera professione nella comunicazione sui social media. Alessandro è il creatore di @Dio. E Alessandro è – come dubitarne? – ateo.

Alessandro, tu sei ateo o agnostico?

Sono stato agnostico per tanto tempo. Per correttezza intellettuale pensavo che, siccome non si può dimostrare né che Dio c’è né che Dio non c’è, dovevo per forza di cose essere agnostico. Poi, mentre invecchiavo, quelle poche sicurezze in fatto di agnosticismo sono cadute una dopo l’altra e ho concluso che basta, ero ateo e dovevo smetterla di far finta. Anche se – ripensandoci – la botta finale in realtà me l’aveva già data – pensa il paradosso – la professoressa di religione alle Scuole medie.

Precoce.

Sì, c’è stato questo momento di illuminazione. (Ride.) Lei era molto seria e precisa e, invece di farci soltanto lezione di religione cattolica, per contestualizzarla bene ci fece l’ora di «storia del monoteismo» e ci spiegò l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam. Fatti bene, per essere in Seconda media. Alla fine di quell’anno scolastico io capii di essere cattolico perché ero nato in Italia, ma se fossi nato altrove sarei stato ebreo o protestante o qualcos’altro. Ne conclusi che è solo folklore locale: fa parte del pacchetto di conoscenze trasmesse da amici e parenti, dalla comunità in cui si nasce. Perciò è casuale pensare di avere la religione giusta. E quindi è tutta una cazzata.

Io lo definisco «argomento della botta di culo». A quelli convinti di credere nell’unico vero Dio – quasi sempre quello che gli hanno insegnato a venerare in famiglia – io rispondo: «Ma che culo! Sei nato proprio nel posto giusto e nel momento giusto in cui si adora l’unico vero Dio».

Pensandoci, è inevitabile. La religione funziona dove hai poca precisione, poca accuratezza. Basta un po’ di conoscenza per contestualizzare il mondo: si osserva una carta geografica, si vedono tutti i culti e le credenze e si capisce da soli che è tutto qua. Però per me non era facile. Comunque io arrivavo da un contesto religioso. Per esempio, quand’ero piccolo avevo ogni tanto il mal di pancia che spesso i bambini hanno, e mio nonno mi portava da un tizio che faceva una cosa che ora non saprei neppure come definire, un misto di cristianesimo e di credenze tribali. Questo tizio mi faceva i cosiddetti «segni»: con la mano sinistra scorreva in fretta il rosario bisbigliando e con la mano destra mi faceva freneticamente segni della croce sulla testa, sul petto, sulla schiena, sulle gambe, come se fossero una sorta di benedizione speciale. Mai vista una cosa del genere da nessun’altra parte. Però questi personaggi ti facevano passare così le malattie. Ora tu immagina me a 6 o 7 anni, quando mio nonno mi porta a fare queste cose: per forza poi concludo che dev’essere tutto vero, perché, se lo dice il nonno, allora è vero.

Dunque hai ricevuto un’educazione religiosa?

Sì, certo. Ed ero anche il bambino bravo che andava a catechismo e studiava. Il catechismo per me era come la scuola: dovevo studiare e fare i compiti. Una cosa seria, insomma.

Perciò hai attraversato una deconversione. Tuttavia sei passato prima per l’agnosticismo. Più o meno quanto anni avevi? Ed è stata una comprensione progressiva oppure un’illuminazione?

Mah, come ti ho detto, questo momento di consapevolezza l’ho avuto a 12 anni. Dopo ebbi qualche ripensamento, perché tutti i miei amici erano più o meno credenti ed era difficile staccarmi. Però verso i 20 anni avevo già mollato un po’ tutto. Conservavo quell’agnosticismo per correttezza: «È troppo facile dire “Dio non esiste”, ma, se voglio essere razionale fino in fondo, io devo avere le prove». Poi gli anni sono passati e, verso i 30, la lettura di Richard Dawkins mi ha dato la botta finale. E ho mollato tutto: ciao e tanto saluti.

Ti sei mai sentito discriminato per il tuo ateismo, sul piano personale o professionale?

Devo dire di no. Se fossi cresciuto in un ambiente più «ortodosso», come potrebbe essere Comunione e Liberazione, sarei stato di sicuro discriminato. Siccome però in Italia, fatta eccezione per quegli ambienti, c’è una religiosità abbastanza soft, che io sia ateo o credente non frega niente a nessuno.

Nemmeno in famiglia?

Nemmeno in famiglia. Loro vanno a Messa e io no, ma non gli importa. Anzi, il fatto di vedere intorno a me tutta questa fede soft mi ha indotto a concludere che non è una cosa seria. Se non sono seri neanche i credenti, perché dovrei esserlo io, che non sono credente? (Ride.)

Il tuo romanzo rispecchia il tuo reale percorso professionale: laurea in filosofia, disoccupazione, grande sbatti cercando un lavoro che non c’è, occupazioni precarie e quant’altro, e alla fine ti reinventi come influencer e tweetstar e questo diventa una vera professione, cioè il social media manager.

Quella è la parte reale del romanzo, in cui non ho inventato nulla.

Tu però non sei solo una tweetstar. Sei anche uno che, nei social media, interpreta la divinità. Interpretandola, la perculi. E perculi le credenze dei seguaci della divinità. C’è tanta gente che s’incazza?

Dipende dal social. Su Twitter no, perché Twitter fa una specie di selezione: è un social pieno di blogger, scrittori, giornalisti, gente un po’ più di mondo, tendenzialmente atea o agnostica. Che su Twitter arrivi il rompiscatole religioso è difficile. Su Facebook capita di più, ma pur sempre di rado. Ricordo invece che, quando c’era ancora Google Plus, era pieno di rompiscatole a causa del modo in cui era nato il social. Da un punto di vista ingegneristico era un capolavoro, però sul piano umano era pessimo. C’erano questi utenti che fino al giorno prima avevano soltanto Gmail e il giorno dopo si erano ritrovati catapultati dentro Google Plus. Quella gente aveva una conoscenza dell’internet pari a zero. L’umorismo del web non lo capivano. I modi di dire, le vignette, il black humour, un po’ di blasfemia leggera come la facevo io non li comprendevano e s’incazzavano. Ecco, lì avevo gli utenti incazzati ed era difficile andarci d’accordo. Scrivevo una cosa che su Twitter e su Facebook andava benone e non generava flame, ma la stessa cosa su Google Plus produceva parecchi commenti ostili. Che però facevano comunque ridere, ed era quello il bello.

Ora tu lavori come social media manager. Non rischi una discriminazione per la tua interpretazione di @Dio? Non càpita che la gente dica «Ah, ma tu sei quello che prende per il culo la religione. Allora preferisco non reclutarti, altrimenti la mia immagine di azienda seria ci rimetterebbe»?

A volte càpita. Magari vengo segnalato a un’azienda da un loro conoscente illuminato e smart che non si fa problemi di questo tipo, e poi la dirigenza risponde: «No, no. Quello lasciamolo perdere. Ci potrebbe causare problemi con i clienti». Problemi che di fatto non ci sarebbero. Difatti, quando càpita che cambino idea e mi accettino, non succede niente. Però all’inizio loro avevano messo le mani avanti per cautelarsi contro le polemiche sui temi religiosi. D’altra parte mi è capitato pure di essere reclutato proprio perché ero conosciuto come @Dio. Per esempio, sono andato a lavorare a Milano per una grande agenzia non perché ero Alessandro Paolucci, ma perché ero @Dio.

Anche per questo motivo hai deciso di rivelare la tua identità reale? Altri hanno compiuto una scelta diversa. Penso al Triste Mietitore, per dirne uno. Che pure ha scritto un romanzo, ma lo ha firmato con lo pseudonimo.

Credo che lui non riveli la propria identità reale per motivi di compatibilità con il suo lavoro. Per me non è un problema. Lo stesso vale per la mia vita privata: non sono sposato e non ho figli, quindi non coinvolgo altre persone. Sono libero. Nel 2021 festeggerò i 10 anni di esistenza del profilo di @Dio. E, anche se all’inizio cercavo di non metterci la faccia, a un certo punto mi sono detto: «Perché no?». A me piace scrivere, ma so che campare con la scrittura è molto difficile. Eppure sarebbe bello se questo giochetto di @Dio fosse un modo per far conoscere il mio nome e agevolare il passaggio alla carriera di scrittore. In generale sono scettico e ci credo poco, tuttavia ci provo.

In che modo i tuoi studi di filosofia hanno determinato o rafforzato il tuo ateismo?

Alcune convinzioni me le ero formate già prima. Io ho studiato in un Istituto tecnico, dove i libri di testo a malapena citavano Nietzsche. Però avevo degli amici che frequentavano il Liceo e a scuola approfondivano la filosofia molto meglio di me. Attraverso di loro scoprivo opere e autori molto più interessanti, oltre a Nietzsche. In seguito studiando mi sono reso conto che fin dalle origini della filosofia c’era una corrente di pensiero alternativa al pensiero mitico dominante, una corrente alla ricerca di spiegazioni più convincenti di quelle religiose. Perfino nei tempi più remoti c’erano teste pensanti che consideravano sciocchezze i miti e la religione. Nei 2’600 anni successivi il mondo religioso ha ottenuto il predominio, ma c’è sempre stato anche un pensiero alternativo. Alla fine il pensiero alternativo ha dimostrato di poter funzionare meglio e ha generato la scienza. Una visione così ampia del percorso storico del pensiero occidentale non la ricevi alla Superiori, ma se all’Università studi bene la filosofia i conti tornano. Perciò sì, posso dire che gli studi universitari hanno rafforzato parecchio il mio ateismo.

A parte l’interpretazione satirica del ruolo di founder & CEO dell’universo, ti capita di manifestare il tuo ateismo sul lavoro o nella tua vita quotidiana?

Di solito non dico io per primo di essere ateo. Lo dico solo se me lo chiedono. Però vedo tanti atei insistere nel sottolineare e nel ribadire il proprio ateismo. Secondo me, questo significa tenerci anche troppo. Il vero ateo prende l’ateismo con leggerezza. A volte io mi dimentico del mio ateismo, perché la religione è una tale cazzata che nemmeno le do peso. Ricordo una vecchia amica dell’adolescenza. Sai quelle sere in cui ci si ritrova, da giovani, a parlare dei massimi sistemi e del senso della vita e dell’esistenza di Dio? Lei diceva che non gliene fregava niente, e io pensavo che la vera atea era lei. Invece l’ateo che si pone troppo il problema e ci si fa sopra troppe seghe mentali sta giocando al gioco dei credenti, perché li prende troppo sul serio.

Quando manifesti il tuo ateismo, di solito che reazioni ricevi?

Poiché spesso mi conoscono seguendo il profilo di @Dio, le persone concludono che ovviamente io devo essere ateo. Se non ci fosse stato @Dio sarebbe stato diverso. In compenso@Dio mi ha portato a conoscere tanti preti. Loro danno per scontato che non sono ateo. Siccome ho delle conoscenze sulla religione, pensano che in fondo io devo essere credente. Qualcuno prova a ritirarmi dentro: gli sembra di vedere dei semi e tenta di farmi ricrescere la fede. E invece no. (Ride.)

Dunque ti capita di parlare dell’esistenza di Dio, di discuterne, di confrontarti?

Più in privato che in pubblico. Sui social tendo a buttarla sul ridere, quindi è difficile intavolare una discussione seria, anche perché mi rovinerebbe il personaggio. Invece in privato la gente mi scrive e talvolta parte una chat in cui si parla di cose serie.

Come giustifichi oggi il tuo ateismo? Se dovessi spiegare a qualcuno perché non credi in Dio, quale argomento gli proporresti? Uno e uno solo: il più convincente.

Quello che dicevamo prima: la fede è solo una botta di culo. Ciascuno nella propria cultura, nella quale è nato per caso, è convinto di avere la religione giusta, ma questo vale per chiunque. Perciò credere nell’unico vero Dio dovrebbe essere un colossale colpo di fortuna. Ma del resto ti pare che noi, su questo insignificante sassetto cosmico, siamo la forma di vita privilegiata e abbiamo un Dio che pensa solo a noi e ha progettato tutto per noi?

L’argomento della botta di culo io lo uso quando mi sento chiedere: «Come ti sentiresti tu, ateo, se dopo la morte scoprissi che Dio esiste?». E io rispondo: «Come ti sentiresti tu, cattolico, se dopo la morte scoprissi che in effetti Dio esiste, ma è Allah, e che ti spedisce all’inferno perché tu, pur conoscendo l’islam, non ti sei convertito e non sei diventato musulmano?». Io, da ateo, mi assumo il rischio di sbagliare, ma qualsiasi credente si assume il rischio di scegliere il Dio sbagliato.

Infatti la scommessa di Pascal, se potessimo metterla in quote tipo SNAI, avrebbe pessime quote. Gli dei sono talmente tanti che beccare quello giusto ha una probabilità bassissima.

Puoi escludere la possibilità di iniziare a credere in Dio? Eventualmente, che genere di prova considereresti convincente per accettare l’esistenza di Dio?

L’ultimo argomento da demolire erano alcuni misteri della vita. Per esempio come possano essere comparsi organi complessi come l’occhio del polpo, il più complicato, raffinato e sensibile di tutto il mondo animale. Oppure la coscienza umana, a un altro livello ancora di complessità. Però, se ti immergi negli studi sull’evoluzione, puoi concludere che non c’è bisogno di un intervento esterno. Che è tutto qui. In realtà la convinzione dipende dal ventaglio di conoscenze. Se il ventaglio è ristretto, è facile lasciarsi convincere.

L’esistenza umana può avere un senso anche senza Dio? In particolare, quale senso dai tu alla tua esistenza?

Questa è la grande domanda. Siccome io sono uno che oscilla parecchio fra l’ottimismo e il pessimismo, mi ritrovo spesso a pensarci. Se Dio non esiste, allora siamo figli del caso e niente ha senso. D’altra parte, se Dio non esiste, allora siamo figli del caso e allora tutto ha tremendamente senso: tutto è importantissimo proprio perché è frutto di una casualità pazzesca. Io oscillo fra una conclusione e l’altra: non vale la pena prendere la vita troppo sul serio perché tanto è senza senso, oppure è talmente una coincidenza casuale che ogni spruzzata di vita è fondamentale. Quindi altaleno fra i due atteggiamenti: tendo a essere ottimista al mattino e pessimista la sera. Quando mi alzo tutto è importante e quando vado a dormire penso «Chissenefrega».

Be’, è un buon segno: se è così, significa che non sei depresso. Non in senso clinico, quanto meno. Infatti il vero depresso sta male soprattutto al mattino.

A volte vedo questa sindrome comune delle persone che vanno a letto e non riescono ad addormentarsi e vengono sommerse da pensieri ansiogeni e depressivi. Qualcuno ci fa perfino delle vignette e dei memi. Io quella sindrome lì ho imparato ad accettarla: so che quando vado a dormire mi vengono i pensieri depressivi, ma li affronto sapendo che l’indomani mattina spariranno. Mi basta ricordare di non prenderli sul serio: «È la solita depressione. Adesso devo solo dormire».

Dio non è necessario nemmeno per garantire un comportamento morale degli esseri umani?

Proprio no. Anzi, se Dio esistesse, il comportamento morale non sarebbe veramente morale. Tu ti poni il problema del bene e del male, della scelta giusta e della scelta sbagliata, se la scelta la stai facendo tu, se devi decidere tu da solo. Invece, se la scelta consiste nel fare quello che dice Dio, che razza di scelta è? Tu hai questa fonte assoluta di bene, di giustizia e di verità: per forza poi, se fai quello che lui ti ordina, sei nel giusto. Però quella non è più moralità, ma soltanto il bollino blu della cosa giusta da fare. Moralità è quando non sai qual è il bene e qual è il male e devi deciderlo tu. Dio è solo una scorciatoia morale: invece di decidere io, aderisco a quello che mi dice lui e ubbidisco ai suoi ordini. Molto comodo.

Eppure molti credenti, sulla base dei loro – e solo loro – valori morali, pretendono che tutti – proprio tutti – si adeguino al loro codice di comportamento, ai loro obblighi e alle loro proibizioni. Mi viene in mente una vignetta di Zerocalcare: «Ti devi vestì così, come da figura B1. Devi scopà così, fig. C2. Devi partorì così, cf. il Diagramma in basso. Puoi morì solo così o così, come indica la Tabella 12. Lo dice il Manuale delle cose che siccome mi piacciono a me voglio che le fate pure voi o siete delle merde». Penso all’eutanasia, per esempio, sulla quale in Italia non si riesce ad avere una legge decente.

Se ci si riflette, si vede subito che la proibizione dell’eutanasia è una negazione del libero arbitrio. Forse me lo sono persa io, ma questa riflessione non l’ho sentita fare da nessuno. Bisognerebbe spostare la discussione dalla presunta sacralità della vita alla necessità logica per cui, se Dio non mi permette di scegliere come morire, allora il mio libero arbitrio non c’è. Viceversa, se il mio libero arbitrio c’è, allora Dio deve per forza consentirmi l’eutanasia. Quindi il divieto della Chiesa non vale nulla. È un argomento potente.

Potente davvero. E mi fai ricordare l’articolo «Con Dio me la vedo io», uscito qui nel blog ormai tre anni fa. Ma proseguiamo… Se dovessi demolire la fede di un credente, quale argomento gli proporresti?

Di solito io lascio abbastanza stare: se uno vuole credere, sono affari suoi.

Quindi non ritieni opportuno o utile demolire la fede altrui?

Finché la fede non viene imposta, mi sembra eccessivo demolirla. D’altronde so di essere stato credente anch’io in passato e di aver avuto bisogno di quella roba in quel momento. Certo, ero piccolo e ingenuo, però è stata una fase della vita che considero transitoria. Dunque concludo che prima o poi il credente ci arriverà da solo. La vita lo porterà ad arrivarci. Specie nel mondo contemporaneo, che è molto secolarizzato. È vero: oggi c’è molto più spazio per le credenze sciocche e superstiziose. Ma mi sembra eccessivo star lì a fare la controevangelizzazione. Però magari sbaglio, eh. Magari siamo alle soglie di una nuova era di rinascita delle grandi religioni. Del resto io considero il complottismo una forma di religione. No, anzi: la religione è una forma di complottismo.

Pensi che la società sarebbe migliore se il numero di non credenti fosse maggiore?

Dipende dal tipo di educazione ricevuta. Io da piccolo ho assorbito il messaggio religioso e poi l’ho abbandonato per conto mio, però non ho avuto alcuna guida verso l’ateismo. Se le persone lasciano la religione, dopo che cos’hanno? Io avrei potuto abbandonare il cristianesimo e affidarmi al culto di wicca o a qualunque altra cazzata. Perfino l’illuminismo a un certo punto ha prodotto la venerazione della Dea Ragione. Insomma, l’importante è non abbandonare le persone a sé stesse, perché quando cade una fede poi ne sorge un’altra. Va fatto un lavoro educativo. Tuttavia lo stesso concetto di «lavoro educativo» finisce per mettere qualcosa nelle teste, e quando metti qualcosa nelle teste delle persone il rischio di indottrinamento è elevato.

Come giudichi l’azione degli atei militanti, che divulgano l’ateismo spesso con uno stile aggressivo e con l’intento di demolire la religione?

Lo «stile Burioni» nell’ateismo?

Sì, diciamo così: lo «stile Burioni» nell’ateismo.

Io non farei come loro. Preferisco l’approccio ironico. Se ci vai giù troppo duro, troppo pesante, ottieni l’effetto contrario. Se consideri la religione un avversario degno e la attacchi frontalmente, le fai un favore. L’ironia la demolisce molto meglio dell’aggressività. Però devo riconoscere che per me Dawkins è stato utile. Non mi comporterei come lui, ma lui a me è servito. Perciò su questo punto mi riservo qualche dubbio.

Concludo che disapprovi lo stile del mio blog.

L’ho letto e l’ho trovato molto serio. Anche interessante. Quanto alla forma, non dico che è sbagliata, però io lo non farei così.

Guarda che non c’è problema se disapprovi. C’è chi mi ha rifiutato un’intervista dicendo: «Approvo tutto quello che dici, ma disapprovo il modo in cui lo dici, perciò non voglio vedere il mio nome associato con il tuo blog». È una posizione assolutamente legittima. Il motivo per cui io lo faccio così è che mi diverto a farlo così: tutto qui. Non punto ad avere 100 mila visite al mese sul blog né 100 mila like su Facebook né 100 mila follower su YouTube. L’impegno che ci metto non mi rende nulla: nel blog non ho messo nemmeno la pubblicità di Google e i video non monetizzano un centesimo da YouTube. Il mio unico compenso è la soddisfazione che provo nel demolire la religione nel modo in cui la demolisco. Però capisco che qualcuno, sebbene ateo, si senta infastidito. E comprendo la critica: se perculi le loro credenze, i credenti si irrigidiscono e non cambiano idea. Peraltro non quello è il mio scopo: io non voglio far cambiare idea a chicchessia. Neanche ci provo. Ma mi accorgo di aver divagato. Sicché torniamo alla nostra intervista. Siamo di fronte a un rinascimento religioso? Sei preoccupato? Come potrebbe essere combattuto?

Sì, siamo di fronte a un rinascimento religioso, ma io lo vedo sparpagliato un po’ ovunque. Osservo tante piccole intolleranze di tipo religioso per esempio nelle abitudini alimentari. Ma perfino nelle convinzioni pseudoscientifiche. C’è gente convinta che certe idee siano scientifiche e quindi le considera assolutamente vere e diventa intollerante. L’enorme disponibilità di informazioni ha scatenato un’esplosione di credenze non necessariamente religiose: ognuno si fissa sulla propria convinzione, trova o pensa di trovarne le prove e diventa intollerante. Avendo viaggiato molto in BlaBlaCar, ho conosciuto tanta gente diversa. Molti si dichiaravano atei, però poi scoprivo che avevano qualche altra convinzione irrazionale fortissima e mi dicevo: «Ma cazzo, come è possibile?». Mi è rimasto impresso uno con cui ho fatto discorsi seri e razionali per tutto il viaggio, ma, quando siamo finiti a parlare del 50esimo anniversario dell’allunaggio, ho scoperto che era un negazionista convinto. (Ride.) Basterebbe ascoltare le conferenze di Paolo Attivissimo per scoprire che, facendo l’elenco delle cose necessarie per simulare in maniera verosimile l’allunaggio, costerebbe molto di più fingere di esserci andati che andarci davvero. Per non parlare di QAnon, che spopola negli Stati Uniti.

A me fanno un sacco ridere quelli che «Io sono ateo, però credo nell’astrologia».

L’astrologia ha una resilienza pazzesca. Perfino dopo un anno come il 2020, che ha dimostrato il fallimento di tutte le previsioni astrologiche, tanta gente continua a crederci. Ma come fanno?

Me lo chiedo anch’io. Con quale faccia di culo gli astrologi andranno a fare le previsioni per il 2021, avendo cannato clamorosamente ogni evento importante del 2020? Mah.

Sì, bisognerebbe studiare bene la capacità di resilienza dell’astrologia. Perché più dimostra di essere una cazzata e più la gente ci crede.

Choam Goldberg


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