L’hijab e lo Stato etico

Dovremmo proibire il velo islamico? Se sì, perché? Se no, perché?


Poche cose scatenano gli scazzi fra i non credenti come le polemiche sul velo islamico. Da una parte quelli che «dovrebbe essere proibito perché è un simbolo patriarcale della sottomissione della donna» e dall’altra quelli che «una donna adulta dev’essere libera di indossare quel che vuole». Ascolti gli argomenti degli uni e ti sembrano convincenti. Ascolti gli argomenti degli altri e pure. E dunque?

Abbiamo assistito alla cagnara fra le due scuole di pensiero proprio nei giorni scorsi, per esempio nel Gruppo Facebook I LAIC UAAR, a proposito della giocatrice di calcio femminile alla quale è caduto il velo durante una partita in Giordania e che è stata protetta da un gruppo di avversarie mentre se lo risistemava.

Negli stessi giorni «Marianne» ha pubblicato un appello di 101 musulmani e musulmane per ribadire che no, non tutte le donne musulmane indossano il velo, ma solo alcune. Perché il velo è «par ailleurs inexistant dans le Coran». Che non è vero, peraltro. Infatti nel Corano il velo c’è eccome ed è una prescrizione rigorosa:

E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare.
– Il Corano 24,31

Ora, io non voglio star qui a ricostruire tutta la storia della tradizione della copertura della testa di uomini e donne, dagli antichi Romani fino al presente. Né intendo dilungarmi sulle differenze fra hijab, chador, niqab e burqa. Se ti serve, trovi un buon riassunto per esempio nel sito dell’UAAR. Mi interessa piuttosto affrontare la questione della proibizione del velo, ovunque o almeno in certi contesti pubblici, formali o istituzionali, come è imposta in molti Paesi, il più rappresentativo dei quali, per la sua antica tradizione di laicità, è la Francia. Infatti gli argomenti contro l’hijab sono due: la difesa delle donne e l’opposizione all’invasione culturale islamica. Entrambi hanno un fondamento e meritano di essere esaminati. Entrambi possono essere smontati.

Primo: difendere le donne

Chi chiede la proibizione, almeno parziale, dell’hijab di solito sostiene che quel velo è espressione della sottomissione delle donne musulmane a una cultura oppressiva, patriarcale, maschilista e misogina. E ha ragione.

Gli uomini musulmani facciano la cortesia di non prenderci per il culo arrampicandosi sui vetri coi loro discorsi sul rispetto per le donne: di fatto, essi impongono alle donne di velarsi perché vogliono controllare il loro corpo. Lo vogliono perché i loro stupidi testi sacri infarciti di cazzate lo dicono chiaro e tondo: la donna è inferiore all’uomo e gli deve essere sottomessa. Da lì tutto il resto: il patriarcato, il maschilismo, la misoginia e quant’altro. Il vestito è lo strumento meno violento per imporre la subalternità, ma è solo l’elemento più appariscente, siccome esposto in pubblico, di pratiche più brutali che prosperano in molte comunità islamiche: i matrimoni forzati, le botte, perfino le mutilazioni genitali. Questi abusi fanno più notizia nel caso dell’islam, ma l’ebraismo e il cristianesimo non sono da meno: per constatarlo basta informarsi sulle comunità charedi oppure osservare il ritorno del tradizionalismo cattolico.

Una donna musulmana può accettare l’imposizione dell’hijab. Bada bene: non subirla. No no: accettarla proprio. Introiettarla fino a convincersi in tutta sincerità che l’esposizione del capo scoperto sia davvero immorale, sconcia, blasfema. È possibile: a tanto può arrivare una pessima educazione ricevuta durante l’infanzia. E addirittura a quanto di peggio esista: non dimentichiamo, per esempio, le molte mutilazioni genitali femminili eseguite con la complicità e l’approvazione delle madri, vittime a propria volta quand’erano ragazzine. Le tradizioni, perfino le più schifose e assurde, penetrano tanto in profondità nella psiche da essere accettate e condivise dalle vittime. Soprattutto quando le vittime fin da bambine sono state educate a rispettare quelle tradizioni perché «se non indossi il velo non piacerai ad Allah e non sarai una brava musulmana» e «se non indossi il velo mostrando i tuoi capelli indurrai gli uomini in tentazione e sarai colpevole dei loro pensieri e desideri peccaminosi» e infine «se non indossi il velo brucerai all’inferno per queste tue colpe». L’accettazione convinta delle tradizioni è l’esito di un’educazione che reprime lo spirito critico e stronca ogni desiderio di autodeterminazione. Anzi nemmeno la considera come possibilità, l’autodeterminazione femminile.

Una donna musulmana può essere stata convinta della giustezza della propria sottomissione all’uomo, ma spesso anche no. In quel caso la subirà a causa delle pressioni subite dalla famiglia, dal clan, dalla società. Vuoi una testimonianza diretta? To’, leggi Joumana Haddad, per esempio. Leggi e inorridisci.

Constatata l’esistenza di questi orrori, che cosa facciamo? I fautori del divieto sostengono la necessità dell’azione d’imperio. Quello che sembra solo un innocuo capo di abbigliamento in realtà è un sopruso. Perciò non importa se la donna musulmana è consenziente o meno: lo Stato lo deve vietare, quanto meno in alcuni contesti pubblici, formali o istituzionali. Se non proprio l’hijab, almeno altre forme di abbigliamento femminile islamico. È l’opinione di autorevoli intellettuali, anche progressisti. Per esempio, Paolo Flores d’Arcais si è pronunciato in favore della proibizione del burkini. È un’opinione fondata e argomentata. Eppure non mi convince.

Lo Stato etico: brutta bestia

Milioni di donne musulmane si coprono, nascondendosi agli sguardi maschili. Perché lo fanno? Costrizione imposta dal marito o dal padre? Lavaggio del cervello subito in famiglia? Pudore? Pudore frutto del lavaggio del cervello? Adesione consapevole a un precetto religioso accolto in piena serenità? Non lo sappiamo. Non lo sa nessuno, tranne ciascuna di loro nel proprio foro interiore.

Milioni di donne non musulmane si scoprono, esponendosi agli sguardi maschili. Perché lo fanno? Vogliono sedurre? Anche loro hanno subito un lavaggio del cervello, in questa società altrettanto maschilista nella quale una donna vale qualcosa solo se è seduttiva? Oppure hanno soltanto caldo? Non sappiamo neanche questo. Non lo sa nessuno, tranne ciascuna di loro nel proprio foro interiore.

Se lo Stato impone alle prime di coprirsi di meno, come vogliono i laici proibizionisti, o alle seconde di coprirsi di più, come vogliono gli islamisti fanatici, si trasforma in uno Stato con il potere di prevalere sulla libertà della persona nel caso di una innocua scelta individuale. Se ha questo potere e lo usa, lo Stato agisce sulla base di un’etica. Perciò – attenzione! – questo è lo Stato etico.

Lo Stato etico – come sa bene chi mastica un po’ di filosofia – è una brutta bestia. Brutta brutta brutta. Finché se ne sta lì, nella teoria hegeliana dei «Lineamenti di filosofia del diritto», è innocuo: lo studi a scuola, ci pensi sopra, ti sembra una vaccata, ti rallegri del fatto che non ci vivi dentro e se poi non diventi un filosofo specialista di Hegel te lo dimentichi. Se invece cerchi di calarlo nella realtà concreta, lo Stato etico ti crea un sacco di casini. Perché ti puoi anche fare le pippe mentali con lo Spirito Oggettivo, ma poi devi applicarle. E lì sopravvengono i problemi. Il primo dei quali è l’autorità. Hegel non era stupido: lo aveva previsto e suggeriva la monarchia costituzionale. Se a te non piace, devi escogitare un’altra soluzione. In breve: chi determina l’etica dello Stato etico, e dove affonda le proprie radici quell’etica? Se accetti lo Stato etico, ti va bene qualsiasi etica? Oppure solo una? Perché quella e non un’altra? La sancisce il Re? Il Governo? Il Parlamento eletto in una democrazia rappresentativa? Un comitato ristretto composto da saggi? Chi sceglie i saggi? Oppure l’etica la decide il popolo? Ma puoi fidarti del popolo? A vedere quante cazzate e quanti stronzi vota entusiasta il popolo, si direbbe di no. E se la maggioranza del popolo diventa fascista? Ti ritrovi con uno Stato etico e fascista. E se la maggioranza del popolo, a causa dell’immigrazione e della differenza di natalità, diventa islamica? Eccoti in uno Stato etico e teocratico. Da incubo. Insomma, se ammetti la possibilità dello Stato etico, devi essere disposto a seguirla fino alle estreme conseguenze. E le estreme conseguenze conducono al totalitarismo.

Qual è il limite?

Adesso qualcuno dirà: «Il totalitarismo? Perché proibiamo il burkini? Ma va’ là, Choam! Dai, non esagerare!». Non esagero. Conta il principio: se lo Stato non deve essere etico, non deve esserlo mai, nemmeno nelle piccole cose. Infatti si sa dove si comincia ma non si sa mica dove si finisce: oggi si vieta il burkini, domani… boh! Perché non qualsiasi altro abbigliamento lo Stato etico ritenga immorale? E dopo i vestiti perché non il cibo? E dopo il cibo perché non le case? Perché non i libri? Perché non i pensieri?

A me stanno a cuore i limiti. Io sono un fisico teorico e quindi amo la precisione, dunque sento sempre il bisogno di definire con chiarezza i confini esatti e di capirne le ragioni. Per questo pongo tante domande. Che sembrano provocatorie, ma non lo sono affatto: proprio sui limiti si gioca la differenza fra la civiltà e la barbarie.

Caliamo nella realtà le considerazioni astratte sui limiti e applichiamole al caso delle prescrizioni sull’abbigliamento, appunto. Per cominciare, che cos’è un velo islamico come quello prescritto dal Corano? Solo un hijab? Oppure anche un cappuccio? Dobbiamo proibire pure i cappucci? E come la mettiamo con i cappelli? Emettiamo una circolare per specificare con estrema precisione la differenza fra un velo e un cappello, proibendo il primo e permettendo il secondo? E se poi gli uomini musulmani iniziano a costringere le donne a raccogliere la chioma sotto un cappello? Proibiamo anche i cappelli femminili? E ancora: se una donna vuole coprirsi la testa con un foulard perché è calva a causa della chemioterapia e si vergogna? Non può farlo? Può farlo solo se dimostra di non essere musulmana? Può farlo solo se è in grado di esibire un certificato medico? Oppure consideriamo il burkini: come la mettiamo con le donne che in spiaggia indossano una muta da sub? Non è pure quella una copertura integrale del corpo? Gliela concediamo solo se dimostrano di voler fare immersioni? E poi perché limitarsi all’abbigliamento islamico? Certo, il velo imposto alle donne musulmane è uno strumento di controllo maschile sul corpo femminile. Però, se il problema è la subalternità femminile imposta, allora qualsiasi abito tradizionale dev’essere vietato. Non soltanto l’hijab e il burqini, sempre e ovunque. Anche il sari indù, sempre e ovunque. Sono tutte costrizioni imposte a donne o prive di autonomia di pensiero o sottomesse contro la loro volontà, giusto? Aspetta un attimo… anche l’abito delle suore, sempre e ovunque! Forse pure a loro è stato fatto il lavaggio del cervello da novizie e oggi, benché adulte, sono inconsapevoli del proprio bene, perciò lo Stato, nel loro interesse, deve vietare loro di indossare l’abito e il velo. O no? E perché no?

Secondo: difendere l’illuminismo

Insomma, di fatto la proibizione del velo in nome della difesa della libertà delle donne non regge quando lo si cala nella realtà. Passiamo allora al secondo argomento: il velo è un simbolo politico, non solo religioso. Un simbolo per le donne che lo indossano ma più ancora per chi le costringe, con le buone o con le cattive, a indossarlo. Un simbolo di un islamismo militante e fondamentalista, fin da quando Hassan al-Banna si oppose alla progressiva secolarizzazione delle società islamiche durante la prima metà del Novecento e fondò i Fratelli musulmani. Il suo progetto di recupero dei valori fondamentali dell’islam nelle istituzioni civili prevedeva anche la discriminazione, la segregazione e la sottomissione femminili, e l’hijab era uno strumento essenziale. Quel progetto ha avuto successo: le ragazze che nelle società egiziana e persiana fino agli anni Settanta portavano la minigonna e i capelli al vento oggi sono anziane signore velate di nero, volenti o nolenti. Dall’Africa e dal Medio Oriente oggi quel progetto si allarga all’Occidente erede dell’illuminismo, di cui i diritti umani e l’emancipazione femminile sono una conseguenza diretta.

Il velo è entrato nell’immaginario collettivo occidentale come una peculiarità della donna musulmana. Anzi, come la peculiarità più evidente. Anzi, quasi come l’unica peculiarità. Sembra che una donna non possa essere una fedele dell’islam se non indossa il velo. Se vuoi rappresentare una donna musulmana nello spettacolo o nella pubblicità, devi per forza metterle in testa il velo. Altrimenti non si distingue. E all’occidentale progressista quadratico medio tutto ciò piace un casino: non solo le donne velate gli sembrano innocue, ma ai suoi occhi la loro presenza nelle società occidentali gli pare la prova di un multiculturalismo felicemente realizzato, la dimostrazione della possibilità di una convivenza pacifica in una diversità che è ricchezza culturale. Il velo come il kebab e il minareto, insomma. Già, già. Come no. Dimenticando però la misoginia e il patriarcato di cui quel velo è il simbolo ostentato per cominciare a marcare il territorio. Con l’intento sul lungo termine di espandersi a causa della differente natalità dei musulmani e dei non musulmani.

Sono islamofobo? Sì, sono islamofobo, come ho spiegato di recente. Di più: sono religiofobo, perché temo ogni religione in quanto sistema di pensiero dogmatico e intollerante. L’ebraismo, in quanto fede elitaria e disinteressata al proselitismo, ha limitato il fanatismo alle proprie comunità chiuse. Il cristianesimo, altrettanto fanatico ma in più militante, è stato però costretto ad ammorbidirsi dall’illuminismo e dalla secolarizzazione. L’islam è una religione universalista e finora non si è mai confrontato e scontrato con un pensiero illuminista, perciò adesso, fra i monoteismi abramitici, per quanto minoritario in Occidente è il più aggressivo e fondamentalista. Dunque anche il più pericoloso. C’è quindi il rischio di accettare oggi l’hijab come simbolo religioso senza percepirne la valenza politica, per poi ritrovarsi domani a dover affrontare uno Stato islamico teocratico. E tanti saluti alla libertà, ai diritti umani, alla razionalità, allo spirito critico e a tutta l’eredità dell’illuminismo.

Allora sembra aver ragione chi vuole proibire l’hijab e il burqini per difendere non solo le povere donne musulmane sottomesse, ma pure l’illuminismo e la libertà di pensiero di cui noi siamo gli eredi. Anche questo appare un argomento ragionevole. Ma…

Qual è il limite (ancora)?

…ma, di nuovo, c’è la questione del limite. Se il problema sta nel simbolismo religioso, si tratta anzitutto di decidere che cosa è un simbolo di appartenenza religiosa. Chi lo stabilisce? Noi, atei razionalisti? Con quale diritto? Come possiamo permetterci, proprio noi, di stabilire che cosa è un simbolo per un credente? Perciò a decidere dev’essere il credente stesso. Giusto? Giusto. Bene, allora l’uomo musulmano ti dirà che per lui la barba è un simbolo di appartenenza religiosa. Oh, cazzo. E adesso? Cosa facciamo? Costringiamo tutti gli uomini a radersi? Oppure solo i musulmani? Lo Stato concede o nega un diritto in funzione dell’adesione a una fede religiosa? E così via, così via: devono sparire anche i dastar sulle teste dei sikh, le kippah sulle teste degli ebrei maschi e le croci al collo dei cristiani.

Ma non finisce qui. Se ci pensi bene, compare una difficoltà ancora più profonda: che cos’è una religione? Ipotesi: una religione è un insieme di credenze fondate sull’esistenza di una divinità. Ok. Quindi il buddhismo non è una religione, perché è agnostico. Nonostante abbia un ordine monastico, riti antichi e complessi e un sofisticato insieme di dogmi. E di conseguenza manifestazioni di violenza e di intolleranza. Oppure una religione può esser tale anche senza la fede in un Dio? In questo caso la faccenda si complica assai. Infatti le fedi politiche o sportive presentano caratteristiche molto simili a quelle di una religione: dogmatismo, adesione ottusa, insieme di credenze indimostrabili, senso di superiorità. Già, ci hai mai pensato? Se è il simbolismo a creare il problema, perché vietare il velo islamico e consentire invece il cappellino con il simbolo del partito o il logo della squadra del cuore? E la violenza non può essere il criterio discriminante: sappiamo bene quanta ne possano scatenare le fedi politiche e quelle sportive.

Da ultimo, se il problema sta nel fondamento religioso di una scelta individuale, come possiamo giudicarla senza poter penetrare nella coscienza della persona? Dobbiamo proibire il velo anche alle donne non musulmane, che magari lo indossano solo perché così piace loro? Come ci regoliamo di fronte a una donna con l’hijab o con il burqini che nega di essere musulmana? Creiamo una psicopolizia per sondarne la sincerità?

Che fare? I princìpi…

Riassumo: il divieto di un capo di abbigliamento suscita una miriade di problemi di definizione, di applicazione, più in generale di limite e soprattutto di compatibilità con lo Stato di diritto e rischia di trasformarlo nell’abominio dello Stato etico hegeliano, anticamera dello Stato totalitario.

Tuttavia le piaghe sociali restano: l’oppressione delle donne nelle enclave islamiche, l’integralismo e la radicalizzazione fino al terrorismo… Non possiamo negarle. Dobbiamo trovare una soluzione. Però nel rispetto della libertà individuale, sulla quale abbiamo edificato la nostra civiltà occidentale. Per difenderla abbiamo sconfitto le inquisizioni e i totalitarismi, versando fiumi di sangue nostro e dei nostri nemici. Sicché scusa se, prima di buttare nel cesso la libertà individuale e abbracciare lo Stato etico, mi pongo qualche problema.

Già, la libertà individuale. Mi limito a enunciare un paio di princìpi semplici, pescandoli dalle opere di una fonte autorevole:

«Su sé stesso, sul suo corpo e sulla sua mente, l’individuo è sovrano.»
– John Stuart Mill

«La libertà dell’individuo deve avere questo limite: egli non deve creare fastidi né disagi agli altri.»
– John Stuart Mill

C’è subito una difficoltà di definizione. Chi sono questi «altri», meritevoli di rispetto perché la loro libertà è inviolabile? Per il nazista sono solo gli ariani. Per l’islamista sono solo i maschi musulmani. Per il vegano sono tutti gli esseri senzienti. Io qui non voglio divagare più di così – e già non è poco, e mica per niente i miei studenti mi chiamano «Dottor Divago» – e, per semplicità, ti propongo di accordarci su una definizione condivisa dalla maggioranza nella nostra società laica, civile, moderna: gli «altri» sono tutti gli esseri umani. Almeno questo è assodato. Sugli animali non umani possiamo discutere con il vegano, ma sugli umani no, con nessuno: qualsiasi persona civile deve accettare il rispetto della libertà umana. Fin qui ci siamo tutti – tranne il nazista e l’islamista, ma loro sono stronzi e non li consideriamo –, sicché procediamo.

…e le azioni

Un qualsiasi capo di abbigliamento scelto e voluto da chi lo indossa è dannoso o pericoloso per qualcun altro? No. Ergo, se rispettiamo i princìpi, dobbiamo concedere la più assoluta libertà. Non si sgarra: accettare un’eccezione, una qualsiasi, anche piccola, anche provvisoria, significa infilare la china scivolosa verso lo Stato etico.

E arrivo – finalmente! – alle soluzioni per estirpare l’oppressione femminile e difendere i valori illuministi della cultura occidentale. Ebbene, lo Stato di diritto è lì proprio per questo. E già lo fa. Come dici? Non lo fa? Be’ – cazzo! – allora facciamoglielo fare! Dobbiamo esigere che lo faccia sempre di più e sempre meglio, con leggi sempre più efficaci e se necessario spietate. Ma non con i divieti generalizzati sui comportamenti individuali innocui, divieti che rischiano di trasformarlo in futuro in uno Stato etico.

Nel presente qualsiasi uomo, qualsiasi famiglia, qualsiasi contesto sociale costringano una donna a un comportamento non consenziente vanno sanzionati senza pietà. Ogni donna deve poter trovare nello Stato di diritto la totale protezione dalla prevaricazione. Ogni donna deve sapere di potersi rivolgere alle forze dell’ordine e ai servizi sociali con la certezza di essere accolta, capita, difesa. E se qualche bigotto s’incazza perché considera limitata o perfino offesa la sua religione… be’, si fottano lui e la sua religione del cazzo.

Inoltre lo Stato di diritto deve preparare il futuro, cioè le prossime generazioni. Ogni ragazzina deve ricevere istruzione, cultura, spirito critico, cosicché domani, da donna adulta e consapevole, possieda gli strumenti intellettuali e culturali per sfanculare chiunque – chiunque: ebreo, cristiano, musulmano, indù, juventino o comunista – le imponga un abito, un comportamento, una scelta di vita. Ogni ragazzino deve assimilare e interiorizzare rispetto della libertà altrui, razionalità, uguaglianza, spirito critico, cosicché domani, da uomo adulto e civile, non pretenda di imporre a chicchessia un abito, un comportamento, una scelta di vita.

Ecco dove deve intervenire lo Stato di diritto: non sull’hijab o sul burqini, ma sulla difesa delle libertà individuali e sulla formazione delle nuove generazioni. Solo in questo modo salviamo i princìpi, salviamo la libertà e l’autodeterminazione, difendiamo in maniera efficace chi è oppresso dai fanatismi e dalle superstizioni religiose e preserviamo i valori illuministi da ogni oscurantismo.

L’alternativa, ossia la proibizione di determinati comportamenti innocui per gli altri, porta dritti filati allo Stato etico. Che non è migliore dei regimi iraniano e saudita. Pensaci: dove sta la differenza fra uno Stato teocratico orientale nel quale le donne sono costrette a coprirsi e uno Stato etico occidentale nel quale sono costrette a scoprirsi? Non c’è differenza: sempre di costrizione si tratta. E il campo di battaglia è sempre il corpo delle donne, ché agli uomini nessuno impone mai nulla. Vorrà dire qualcosa?

Choam Goldberg


L’Eterno Assente non è aperto ai commenti dei lettori. Perché? È spiegato nelle FAQ. Però puoi commentare i post del Gruppo Facebook de L’Eterno Assente. In particolare, questo articolo lo puoi commentare qui, se ti iscrivi al Gruppo dove aver risposto a una domanda.