I ciechi e l’elefante

Una parabola che è una stronzata.


Un gruppo di ciechi ha sentito che uno strano animale, chiamato elefante, era stato portato in città, ma nessuno di loro era a conoscenza della sua configurazione e forma. Per curiosità, hanno detto: «Dobbiamo ispezionarlo e conoscerlo al tocco, di cui siamo capaci». Così lo cercarono e, quando lo trovarono, cercarono di provare a capire cosa fosse. Nel caso della prima persona, la cui mano era caduta sulla proboscide, disse: «Questo essere è come un grosso serpente». A un altro la cui mano raggiungeva l’orecchio invece sembrava un ventaglio. Quanto a un’altra persona, la cui mano era sulla sua gamba, pensò che l’elefante fosse un pilastro come un tronco d’albero. Il cieco che mise la mano su un fianco dell’animale disse che l’elefante era come un muro. Un altro che stava toccando la coda l’aveva descritta come una corda. L’ultima palpò la sua zanna, sostenendo che l’elefante è ciò che è duro, liscio e come una lancia.
I ciechi e l’elefante, Wikipedia

Alzi la mano chi non ha sentito questa parabola associata al concetto di Dio. Quasi nessuno, vero? Ce la rifilano sempre con la stessa interpretazione sincretista: «Le descrizioni di Dio delle diverse religioni sono tutte differenti, ma soltanto perché ciascuna fede ne vede un pezzetto. Dio ci sembra molteplice perché noi siamo limitati». Perciò la parabola di origine indiana dovrebbe sottintendere che tutte le religioni sono un po’ vere. Infatti, se si potesse averne una visione d’insieme, ci si avvicinerebbe alla comprensione di Dio.

Bella stronzata, eh?

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Dio tossico

In senso psicologico.


Immagina di vedere una persona rivolgersi al/la proprio/a partner con queste parole:

«Guarda che cose meravigliose ho fatto per te. E le ho fatte solo per il tuo bene, perché ti amo. Ti rendi conto di quanto sei fortunato/a? Senza di me saresti una persona imperfetta, perfino indegna. Non saresti nulla. Ma io ti ho reso/a migliore, ti ho salvato/a da te stesso/a e dai tuoi limiti. Tutto ciò che di buono c’è nella tua vita lo devi a me. Tutto ciò che di male c’è nella tua vita lo devi a te stesso/a.
Per salvarti io mi sono sacrificato per te. Ho dato tutto me stesso, perché ti amo e voglio il tuo bene sopra ogni altra cosa.
Non chiedo tanto: mi basterebbe un po’ di amore da parte tua. Almeno un po’ di riconoscenza. Ma tu come mi ripaghi? Sei indifferente. Mi ignori. Mi trascuri. Non mi ami come merito. Non mi rispetti. Non ti comporti bene come dovresti. Addirittura ti rivolgi ad altri, invece di dedicarti a me. Dubiti delle mie intenzioni. Magari vuoi perfino lasciarmi.
Ma nessuno ti amerà mai come ti ho amato/a io. Soltanto quando sarai lontano/a da me ti renderai conto che solo io ho ragione e che solo io so che cosa è meglio per te.
Perciò come puoi lamentarti se ti punisco? Sei tu a costringermi. Sei tu a provocare la mia ira. Sei tu a meritare la mia reazione. Eppure lo sai: io agisco sempre soltanto per il tuo bene, per educarti, per farti comprendere. Ancora una volta: per renderti una persona migliore.»

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La solita domanda: per Sana, stavolta

«Skam Italia» è un’ottima serie televisiva. Ma l’ultima stagione nemmeno sfiora l’unica soluzione dignitosa per la protagonista.


Faccio scorrere lo sguardo sul foglio elettronico: sono centinaia di serie. Non di puntate. Non di stagioni. Di serie: ogni riga, una serie televisiva. Perché io sono drogato di serie. Così drogato da doverle tenere in ordine con un foglio elettronico, appunto: quelle viste e concluse, quelle viste ma in attesa della nuova stagione, quelle non viste ma vedibili, quelle che forse, quelle che probabilmente no, quelle che ‘sticazzi. C’è di tutto: fantascienza, fantasy, distopie, ucronie, ma pure un po’ di commedia, qualche drammone, qualche thriller. Ma il teen drama no, grazie. Niente contro, ma proprio non è il mio genere. Sicché «Skam Italia» sarebbe dovuta finire fra le serie che ‘sticazzi. Invece…

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