La sardina velata

Perché nessuno ha posto la domanda fondamentale a lei, proprio a lei?


Alcuni anni fa ho tenuto delle lezioni di comunicazione in un master di farmacologia. I miei studenti erano tutti laureati o dottorandi. Una bella classe, vivace e partecipe. Fra loro, in prima fila, una ragazza con l’hijab. Al termine del corso, chiesi alla prof che mi aveva invitato chi fosse quella giovane e lei mi rispose che si trattava di una tunisina con un dottorato in chimica, molto intelligente e molto brillante, fluente in cinque lingue, che l’anno successivo sarebbe andata a Parigi per un lungo post-doc in un prestigioso istituto di ricerca. Quella ragazza mi è tornata in mente nei giorni scorsi, quando è esplosa la polemica per la partecipazione, sul palco della manifestazione romana delle sardine, di una musulmana velata, Nibras Asfa. Polemica sviluppatasi in particolare su MicroMega, dove hanno brillato per chiarezza e lucidità gli interventi di Cinzia Sciuto. Da lì si è poi estesa per esempio al Gruppo I Laic UAAR, nel quale sono stati condivisi alcuni articoli. Eppure, nella polemica, nessuno ha sollevato la questione fondamentale.

Velo sì? Velo no? Velo come simbolo di oppressione misogina? Velo come simbolo identitario? Velo incompatibile con la laicità? Velo come scelta individuale libera e rispettabile? Velo come dovere o come diritto? Velo da difendere, da proibire, da ignorare? Sul velo ho già scritto un lungo articolo e quella rimane la mia opinione. Tuttavia mi accorgo che nemmeno io ho affrontato un aspetto essenziale.

Anzitutto riassumiamo, in estrema sintesi, le due posizioni emerse nella polemica sull’hijab.

  1. Il velo è un simbolo di discriminazione giustificata sulla base di una religione misogina e patriarcale. Nei Paesi a maggioranza islamica milioni di donne sono costrette a metterlo contro la propria volontà, perciò indossarlo in Occidente come simbolo identitario significa ignorare la loro oppressione e dimenticare le loro lotte per l’emancipazione. Non si può combattere l’identitarismo religioso del crocifisso con l’identitarismo religioso dell’hijab. La vera laicità deve prescindere da ogni espressione di appartenenza a una religione.
  2. Il velo deve poter essere una libera scelta individuale e come tale va rispettato. Infatti milioni di donne lo indossano in modo libero e consapevole, senza alcuna costrizione. Sostenere che tutte le donne velate sono oppresse implica che tutte loro sono incapaci di intendere e di volere. Pretendere che in alcuni contesti non indossino l’hijab è simmetrico e speculare, quindi equivalente, a pretendere che lo indossino: ancora una pretesa paternalistica, perfino patriarcale, sul corpo delle donne.

Entrambe le posizioni appaiono ragionevoli, entrambe sembrano ben argomentate. In entrambe però rimane inespressa una questione: il giudizio sulle donne libere e velate, come Nibras Asfa. Su di loro nessuno ha avuto il coraggio di dire alcunché. E, soprattutto, nessuno ha posto a lei la domanda più importante.

Se una donna viene costretta a indossare il velo, con la forza dai parenti o con la pressione sociale dalla comunità, lo Stato deve intervenire per proteggerla: su questo tutti – ma proprio tutto tutti – sono d’accordo. Che ciò accada in molti casi all’interno di alcune comunità islamiche in Occidente e che purtroppo non ci siano gli strumenti legali o la volontà politica e sociale di estirpare queste usanze incivili è pure un fatto. Bisogna essere idioti o in malafede per negare o per difendere il fondamentalismo islamico, sebbene anche a Sinistra purtroppo alcuni si ostinino a farlo e se non li segui ti accusino di avere degli orrendi compagni di strada. Insomma, le musulmane oppresse sono da proteggere. Ma che dire delle musulmane libere?

In effetti il vero problema lo pone la donna musulmana non oppressa, quella che dice: «Io l’hijab lo indosso perché voglio indossarlo, e nessuno mi costringe». Di fronte a questa dichiarazione, tutti si fermano: «Ah, be’, allora chi siamo noi per giudicare? Chi può davvero sondare le sue ragioni? Dobbiamo rispettare la sua scelta!». Già. Ma che significa esattamente «rispettare la sua scelta»?

«Rispettare» significa senza dubbio «non ostacolare». Sarebbe barbaro strapparle il velo dalla testa e costringerla ad andare a capo scoperto. Quello sì sarebbe paternalistico e patriarcale, poiché sarebbe l’imposizione di un dress code speculare a quello dei fondamentalisti islamici, altrettanto maschilista.

Ma «rispettare» non significa «non giudicare». Una donna è padronissima di scegliere di indossare il velo, ma io rivendico il diritto di esprimere un giudizio sulla sua scelta. E lo dico: è una scelta cretina. Bada: è cretina la scelta, non la donna. Tutti noi possiamo fare scelte cretine senza essere cretini, e la relazione fra persone e scelte è la stessa che intercorre fra persone e idee. Nondimeno alcune scelte sono oggettivamente cretine, perché contraddittorie o autolesioniste.

La vera domanda da porsi, la domanda che mi posi io di fronte a quella giovane scienziata tunisina, la domanda che qualcuno dovrebbe porre a Nibras Asfa, è la seguente:

come accidenti fa una donna intelligente, colta, emancipata e libera ad aderire a una religione piena zeppa di stronzate irrazionali, un cumulo di credenze incivili degne di beduini allevatori di capre, un cumulo di superstizioni e di precetti che considerano lei inferiore in quanto donna e dunque da sottomettere all’uomo, tanto da imporle di indossare un indumento che di quella sottomissione è il simbolo?

Ecco, è questo che bisogna chiedersi. Ed è questo che invece nessuno sembra essersi chiesto né aver chiesto alla sardina velata.

Libertà e consapevolezza in una scelta comportano una responsabilità: la responsabilità del giudizio altrui, al quale si sottopone la scelta. Sicché io giudico quella scelta. E lo ribadisco: è una scelta assurda, demenziale, autolesionista. Non importa se chi la compie è colta e intelligente. Anzi no: importa altroché, ed è pure peggio. Proprio una persona colta e intelligente dovrebbe essere razionale, rifiutare il pattume religioso e mantenere il rispetto per sé stessa.

Non solo: quella scelta è sì individuale, tuttavia ha delle conseguenze per l’intera collettività. Infatti il velo sul capo di una donna istruita e brillante comunica un messaggio: è possibile essere colta e intelligente e nel contempo sottomettersi a una religione maschilista e patriarcale. Come se fosse una scelta legittima e dignitosa, non autolesionista e demenziale. Così facendo, il velo sarà anche una libera scelta, ma legittima quella religione e tutta la sua discriminazione.

In conclusione, nella sardina velata nessuno ha rilevato la suprema contraddizione: una persona che da un lato legge la Costituzione italiana, con ciò condividendone i valori di libertà, di uguaglianza, di rispetto, ma che dall’altro lato dimostra, con quello straccio in testa, di aderire a un coacervo di credenze secondo le quali lei è un essere umano di seconda categoria, di valore inferiore a quello del maschio. Perché questo è l’islam: chi lo nega non ha letto il Corano oppure, se lo ha letto, preferisce pescarci dentro soltanto quello che gli fa comodo e ignorare le porcherie barbare di cui è infarcito, con ciò dimostrando di essere in malafede.

Giovanni Perazzoli scrive:

«Si può assumere una tesi che attribuisca alle religioni un’impossibilità strutturale ad essere laiche e democratiche, e che le renda, già da sempre, colpevoli: ma questa non è una tesi laica. Può essere un modo per camuffare l’intolleranza con la difesa della laicità, una forma di fondamentalismo alla rovescia. (Si farebbe miglior servizio a dire apertamente quali sono – e ce ne sono – i problemi con l’islam, piuttosto che prendersela con una giovane sardina velata).»

Certo che le religioni abramitiche soffrono di «un’impossibilità strutturale ad essere laiche e democratiche». Eccome se ne soffrono! E certo che ci sono problemi con l’islam. Eccome se ci sono! L’islam – e insieme all’islam anche il cristianesimo e l’ebraismo – è in profonda, insanabile contraddizione con i valori dell’Occidente sviluppati dall’illuminismo e codificati nelle Costituzioni dei Paesi civili. La sardina velata che legge la Costituzione italiana, alla fine, è solo la manifestazione individuale di quella contraddizione. E non si tratta di prendersela con lei in modo gratuito, ma di chiederle ragione della sua incoerenza.

Ora qualcuno dirà: «Vabbe’, ma poi ciascuno dev’essere libero di avere le proprie contraddizioni». Sicuro. Come no. Scommetto che da qualche parte esiste qualche ebreo ammiratore di Hitler o qualche afroamericano estimatore del Klan. Del resto milioni di donne americane hanno votato per Donald Trump e non tutte sono cretine e ignoranti. La psiche umana è capace di sguazzare nelle assurdità più demenziali. Non sarò certo io a pretendere di tirare queste persone fuori dalle loro incoerenze. Ma esigo di poter giudicare le loro scelte. Male, com’è ovvio. Anzi malissimo.

Choam Goldberg


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