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Solo un racconto – Latenza

Si può essere teologi e atei? Si può. E si può voler raccontare la delicata fase della transizione.


Finora «L’Eterno Assente» è stato territorio di un unico autore. Con questo articolo in tre puntate il blog apre ai contributi di altri. Susanna Labirinto, teologa atea, racconta come e perché ha perso la fede. E che cosa la fede e la Chiesa rappresentano ancora per lei.


Nella vita di molti di noi c’è stata la Chiesa cattolica. Credo di poter affermare che la quasi totalità delle persone che conosco e frequento o che ho conosciuto e frequentato ha ricevuto il battesimo.

Ho superato i 50 anni, appartengo alla generazione «born in the Sixties» e ho conosciuto centinaia di persone. Quando dico «molti di noi» intendo appunto questo: benché troppo giovani per poter dire di aver «fatto il ’68», non siamo cresciuti dando tutto per scontato. Religione, famiglia, lavoro non sono mai stati davvero dei postulati incrollabili. Ce l’hanno venduta per vera, quella vita, ma il tarlo del dubbio lo abbiamo sempre avuto. Non siamo stati noi stravolgere il sistema: quel tipo di rottura appartiene alla generazione precedente alla nostra. Noi siamo quelli che le molotov non le hanno mai tirate: le hanno viste in televisione, mentre i genitori spalancavano gli occhi, commentando increduli e scandalizzati. Quel tipo di genitori aveva la pessima abitudine di parlare come se i bambini non capissero niente. Quando è morto Pasolini io ero una bambina. Non avevo capito quale genio l’Italia avesse perso, quel giorno, ma di sicuro avevo colto la difficoltà (dei grandi) di parlare di lui. I piccoli, di nascosto, a chiedersi l’un l’altro perché.

Andare in chiesa era normale. Negli Anni Settanta un bambino delle Elementari era battezzato e andava a catechismo. Erano rari quelli che non. Oggi le indagini ci disegnano un’Italia diversa, pluralista e con le chiese più vuote. Le persone che conosco personalmente forse sono proprio come nelle statistiche: grosso modo 1 su 4 è praticante, 1 si considera vagamente ispirato dai valori cattolici ma non va a Messa, 2 non ci pensano più. Di questa metà dell’Italia – è una metà metaforica, non quantitativa – una cosa è certa: è – nell’idea che mi sono fatta della Chiesa quando c’ero dentro anch’io – la cosa peggiore con cui la Chiesa si potesse trovare ad avere a che fare.

Ricordo perfettamente il cliché sull’indifferenza. Si poteva essere nemici della Chiesa, ma almeno si avevano dei valori. Non avere interesse per la religione: quello era proprio inammissibile e perfino inguaribile. Oggi, sull’inguaribilità, direi che non si sbagliavano molto, i preti. Se fosse vero che fare la scelta di non essere religiosi è una malattia, sarebbe irreversibile. Non è un virus, niente batteri e niente antibiotici. La sensazione è che quelli che sono usciti poi restano fuori. Perso il fascino, non ti innamori di nuovo.

Quello che invece vorrei tanto contestare è che l’indifferente sia un nemico. La maggior parte delle persone che frequento, per esempio, ha a cuore gli esseri umani quanto i cattolici. Ci sono bravissime persone che si occupano di fragilità, di sociale, di pace, di ambiente, di diritti senza provare il benché minimo interesse per una fede. Mi si obietterà che questa è di per sé una fede. Ma se questa fede nell’uomo esiste, con tutta la sua laicità, non è una fede in un Dio trascendente. Né, ancor meno, in una struttura di tipo ecclesiale. Se si accetta la presenza in Italia della figura del non-religioso – che non è religioso-senza-saperlo e non ha una fede anche-se-non-va-in-chiesa –, forse si può perfino scoprire che è una brava persona. C’è chi sostiene che i non-religiosi siano addirittura la maggioranza… ma questo è solo un racconto: niente statistiche, niente numeri. Esistiamo. E non siamo nemici.

La storia della mia appartenenza alla Chiesa cattolica si può suddividere in tre periodi, di cui due ben definiti: quello in cui mi sono sentita parte di un corpo ecclesiale e di una tradizione storico-religiosa e quello in cui – oggi – mi sento definitivamente e irreversibilmente disinteressata alla partecipazione a qualsivoglia forma di culto. C’è infine un periodo, quello centrale, che potrebbe grosso modo pesare una decina d’anni, in cui tratti del «religioso» convivono con quelli del «non-religioso». È un lungo e travagliato passaggio – come una muta di pelle – da una condizione di certezza a un’altra di consapevolezza altrettanto lucida. Nel mezzo, invece, fluidità di pensiero e pluralità di punti di vista.

Le caratteristiche degli appartenenti alla Chiesa cattolica sono descritte in molta letteratura, scientifica e non. Ateismo e agnosticismo, specie se vestiti di anticlericalismo, hanno avuto l’attenzione di molti studi e riflessioni. Il periodo che porta le persone a staccarsi dalla Chiesa, invece, passa un po’ più sotto silenzio. È un periodo di latenza: è di questo che voglio raccontare. In questo sforzo di ricostruzione non importa tanto segnare con rigidi confini temporali l’inizio o la fine. Né credo interessi un granché associare le idee alle fasi biografiche della mia vita personale. Avrei potuto svolgere un altro lavoro, frequentare altre persone, percepire uno stipendio più alto o più basso, avere genitori diversi: certe riflessioni sarebbero maturate comunque. Dunque più che raccontare i fatti mi pare sia importante descrivere i processi. Cosa accade a chi esce dalla Chiesa? Prime cause. Poi le conseguenze, che diventano cause. Percezioni che cambiano, emozioni associate.

Per comprendere al meglio il periodo di latenza è bene tener conto di un dato che riguarda l’esito finale di questo lungo «uscire»: la serenità. Oggi non sono una ex-cattolica che sente il bisogno di postare su Facebook ogni notizia negativa sulla Chiesa o di fare battaglie contro i crocifissi nelle scuole, pur essendo convinta che andrebbero tolti. In qualche modo la separazione dalla Chiesa mi ricorda la separazione delle coppie: altro fenomeno in aumento, in un’Italia che sembra ancora credere nella famiglia come un valore. La prima cosa che sento dire, di ragazzi con i genitori separati, è «poverini». Non è detto che stiano soffrendo e non è necessariamente vero che i loro coetanei con genitori che non sono separati siano automaticamente più felici. Una separazione può lasciare strascichi di sofferenze e di questioni aperte – se le questioni non vengono affrontate non possono essere chiuse – oppure può semplicemente registrare un cambiamento nelle priorità o un diverso modo di essere di tutti. Nella mia mente, la separazione dalla Chiesa cattolica non è la fuga adolescenziale da un alveo familiare in cui si vivono le responsabilità e i valori genitoriali: quando si cresce e si è tutti adulti si è soggetti di pari maturità, solo che qualcuno crede e qualcuno no. Non mi sento un’originale, quanto piuttosto una delle tante storie di un trend. Non intendo sostenere che chi resta è vittima di un condizionamento o di un sistema ipocrita, così come troverei offensivo che qualcuno definisse chi non è rimasto come attratto da pseudovalori proposti dai media. Sto bene come sto, non ho rimpianti né recriminazioni.

Per il periodo di latenza, invece, credo di poter affermare che in tanti hanno contribuito alla non serenità: c’è una parte del sistema-Chiesa che non è sano e tende ad autoperpetuarsi, rendendo «sbagliata» un’emancipazione che è soltanto inevitabile.

(1/3 – continua)

Susanna Labirinto

(Foto: Doriana.giarratana)


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