«Pregherò per te»

Anche no, grazie. Sarebbe tempo sprecato. Ché tanto è un’attività idiota, anche dal punto di vista del credente. Per tre motivi.


Ce lo siamo sentito dire dall’amica credente, dalla conoscente suora, dal parroco del paese. Perfino da Adriano Celentano. Sempre con le migliori intenzioni. Ma pure con quel tono di condiscendenza che – diciamolo, suvvia – ha un po’ rotto il cazzo. «Pregherò per te»: siccome noi non possiamo/vogliamo pregare, allora lo faranno loro. Per noi. Cioè per la nostra conversione. Oppure per qualche nostro problema, affinché Dio, nella sua infinita misericordia, intervenga e ci aiuti. E noi di solito ad annuire, a sorridere, magari addirittura a ringraziare con garbo, ché l’importante è il pensiero, e quello è un pensiero gentile e benevolo nei nostri riguardi. Invece forse dovremmo dire le cose come stanno: «Grazie, eh. Ma la preghiera è un’attività idiota. Anche dal tuo punto di vista».

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Solo un racconto – Disaffezione: perché?

Autenticità, rispetto, accudimento, relatività: bisogni ai quali la Chiesa non sa rispondere.


Con l’ultima puntata della serie, Susanna Labirinto, teologa atea, va al fondo delle ragioni del proprio allontanamento dal cattolicesimo. Fino all’ateismo.


Dietro la scelta di non stare più dentro la Chiesa ci sono ragioni e bisogni. Una delle interpretazioni (cattoliche) più diffuse del fenomeno dell’ateismo/agnosticismo in Italia è quella legata all’individualismo: non saprei citare la fonte, mi viene da associare l’aggettivo «esasperato». Chi lascia la Chiesa vuole essere al centro della propria vita e non entrare in relazione con la comunità. L’abbandono è legato alle norme – è chi vuole peccare che se ne va – e all’idea stessa che una prospettiva soggettiva (soggettivismo esasperato) fa stare «comodo» il pigro ex-cattolico.

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«E se incontrassi Dio?»

Come minimo, un sereno, sentito, cordiale vaffanculo.


A qualunque ateo almeno un po’ militante è successo, prima o dopo. Incontri un credente che si crede furbo e ti chiede: «Eh, fai presto tu a dire che Dio non esiste! Ma come la metterai quando lo incontrerai e scoprirai di aver avuto torto? Che cosa dirai allora? Eh? Che cosa dirai?».

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Seghe mentali

Ovvero come provare (invano) a risolvere il problema della teodicea e a giustificare l’ingiustificabile. Ma noi dobbiamo tirare i credenti giù dall’Iperuranio della metafisica e, come si fa con i cuccioli, mettergli il naso nella cacca delle loro credenze concrete e quotidiane.


L’argomento della teodicea è definitivo: di fronte all’esistenza della sofferenza innocente – perché subita da chi non ha colpa e non compiuta da qualcuno – l’ipotesi di un Dio onnisciente, onnipotente e buono è impossibile. Per quanto mi riguarda, l’argomento agisce come filtro per ogni credente che voglia confrontarsi con me sulla questione dell’esistenza del Dio abramitico. Nondimeno un follower, Raffaele, parecchio tempo fa aveva portato alla mia attenzione un paio di articoli pubblicati nel sito Croce-Via. Pellegrini nella Verità, «Dottor Veronesi, ascolti: se il male esiste, Dio esiste! /01» e «Dottor Veronesi, ascolti: se il male esiste, Dio esiste! /02», che all’argomento della teodicea propongono una risposta in apparenza meno idiota di quelle solite, come il rispetto del libero arbitrio umano, il peccato originale o il sacrificio di Cristo. Adesso finalmente trovo un po’ di tempo per occuparmene.

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Solo un racconto – Disaffezione: a cosa?

Dalla fede all’ateismo: si spezzano i legami con i luoghi, i riti, le norme, le parole.


Nel secondo articolo di questa serie, Susanna Labirinto, teologa atea, prosegue nella narrazione della perdita della propria fede.


Quando non mi sento più a casa in una chiesa, quando non sento la necessità di pregare, non mi riconosco nell’etica, non riconosco le figure della gerarchia come significative, quando parlo un’altra lingua: ecco che capisco che sono uscita dalla Chiesa e non ci tornerò.

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Solo un racconto – Latenza

Si può essere teologi e atei? Si può. E si può voler raccontare la delicata fase della transizione.


Finora L’Eterno Assente è stato territorio di un unico autore. Con questo articolo in tre puntate il blog apre ai contributi di altri. Susanna Labirinto, teologa atea, racconta come e perché ha perso la fede. E che cosa la fede e la Chiesa rappresentano ancora per lei.


Nella vita di molti di noi c’è stata la Chiesa cattolica. Credo di poter affermare che la quasi totalità delle persone che conosco e frequento o che ho conosciuto e frequentato ha ricevuto il battesimo.

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Tutto e il contrario di tutto

E tutto per difendere il potere, i privilegi e il denaro. Tanto di Dio non frega un cazzo a nessuno.


Nel gregge cattolico troviamo di tutto. Non solo i frequentatori occasionali della Messa che, posti di fronte ai dogmi, fanno spallucce indifferenti e li definiscono «roba da preti», trincerandosi dietro uno spiritualismo generico, una fede indistinta in un Dio inteso come «Qualcosa di Trascendente» o in un «Mistero». Troviamo perfino il cattolico osservante capace di conciliare la propria fede con la credenza nella reincarnazione, per esempio. O con la meditazione orientale per raggiungere l’illuminazione. E stendiamo un velo pietoso sulla più totale superficialità nella dissociazione dalle prescrizioni. Quanti fra i sedicenti cattolici praticano la castità prematrimoniale? Quanti non usano alcun metodo contraccettivo? Quanti divorziano o addirittura abortiscono, quando si trovano con l’acqua alla gola e non sanno dove sbattere la testa?

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8 vantaggi dell’ateismo

Che cosa guadagni perdendo la fede nel Dio delle tradizioni abramitiche?


Te l’hanno detto in tanti: «Io credo in Dio perché mi fa sentire meglio». Magari lo hai pensato anche tu. In fondo qualche pregio la fede ce l’ha: ti fa credere che un essere invisibile e onnipotente ti osserva e ti vuole bene e che quando morirai ti accoglierà in paradiso, dove ritroverai tutte le persone care morte prima di te. Non come quei poveri atei tristi e soli, con le loro vite squallide e vuote senza la fede in Dio. Nell’abbandonare la fede non si guadagna nulla e si perde tutto.

Se pensi questo, non hai capito un cazzo. Infatti l’ateismo offre molto più di quanto toglie.

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La solita domanda: per Sana, stavolta

«Skam Italia» è un’ottima serie televisiva. Ma l’ultima stagione nemmeno sfiora l’unica soluzione dignitosa per la protagonista.


Faccio scorrere lo sguardo sul foglio elettronico: sono centinaia di serie. Non di puntate. Non di stagioni. Di serie: ogni riga, una serie televisiva. Perché io sono drogato di serie. Così drogato da doverle tenere in ordine con un foglio elettronico, appunto: quelle viste e concluse, quelle viste ma in attesa della nuova stagione, quelle non viste ma vedibili, quelle che forse, quelle che probabilmente no, quelle che ‘sticazzi. C’è di tutto: fantascienza, fantasy, distopie, ucronie, ma pure un po’ di commedia, qualche drammone, qualche thriller. Ma il teen drama no, grazie. Niente contro, ma proprio non è il mio genere. Sicché «Skam Italia» sarebbe dovuta finire fra le serie che ‘sticazzi. Invece…

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Come fanno, sbagliano

Di fronte all’epidemia prevista ma non preparata, qualsiasi reazione dei credenti è oggetto di perculamento da parte degli atei. Ed è ovvio.


Te la ricordi, la SARS? Io sì. Molto bene. In quel periodo – parliamo di 17 anni fa – lavoravo per un quotidiano – quando ancora i giornali di carta se li cagava qualcuno – e mi occupavo delle pagine di scienza e di tecnologia. E ricordo bene le indicazioni dalla direzione: coprire l’epidemia, informare i lettori, fornire informazioni scientifiche e affidabili. Ogni articolo si concludeva con il parere di un esperto. Diverso l’esperto – di volta un volta un epidemiologo o un virologo – ma sempre lo stesso il parere finale: «Attenzione, perché magari stavolta ce la caviamo, ma presto o tardi ci toccherà la pandemia globale. L’incognita non è “se”. L’incognita è solo “quando”». Con la SARS, alla fine, andò come andò. A noi andò bene, per fortuna: ce la cavammo. Oggi il «quando» è arrivato e quella previsione è diventata realtà.

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