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Solo un racconto – Disaffezione: perché?

Autenticità, rispetto, accudimento, relatività: bisogni ai quali la Chiesa non sa rispondere.


Con l’ultima puntata della serie, Susanna Labirinto, teologa atea, va al fondo delle ragioni del proprio allontanamento dal cattolicesimo. Fino all’ateismo.


Dietro la scelta di non stare più dentro la Chiesa ci sono ragioni e bisogni. Una delle interpretazioni (cattoliche) più diffuse del fenomeno dell’ateismo/agnosticismo in Italia è quella legata all’individualismo: non saprei citare la fonte, mi viene da associare l’aggettivo «esasperato». Chi lascia la Chiesa vuole essere al centro della propria vita e non entrare in relazione con la comunità. L’abbandono è legato alle norme – è chi vuole peccare che se ne va – e all’idea stessa che una prospettiva soggettiva (soggettivismo esasperato) fa stare «comodo» il pigro ex-cattolico.

Sembra forse che io utilizzi termini volutamente parodici, ma questa voce nell’orecchio non l’ho inventata, né mi sento vittima di persecuzione: in anni di latenza mi è stato detto di tutto, magari insieme alla promessa di pregare per me. Per la mia salvezza, che la misericordia di Dio mi potrebbe ancora accordare, nonostante me. E queste interpretazioni le leggo ancora negli articoli di alcuni. Ma, al solito, ci sono anche teologi più seri e delicati. Io rimango dell’idea che, se esiste una qualche Trascendenza, avrà tanta pazienza da riuscire a perdonare sia me sia i cattolici arroganti.

Torno a fare un passo indietro, non cronologico ma di presa di distanza. Guardare quella bambina-ragazza-donna da lontano e cogliere i processi. Mentre guardo lei, vedo moltissimi altri come lei, che magari hanno ricordi e sensazioni diverse, eppure li vedo fare gli stessi passi. Sono personaggio della storia e nello stesso tempo testimone di quanto accade.

Per anni ho pensato di essere una persona inadeguata, incapace di accontentarmi del tanto buono che c’è nella Chiesa. Mi sono quasi convinta che ci fosse qualcosa di malato nei miei ragionamenti, o quanto meno qualcosa di eccentrico. L’eccentricità è la condizione di chi bizzarramente gravita attorno a poli distanti dal sicuro e stabile centro. Si configura anche come un elemento anticonformista e originale, di solito in netta minoranza. Cosa succede se questa percezione non è più appannaggio di pochi visionari e comincia a diventare comune? Quando dicevo ai miei amici che aspettavo fuori mentre loro andavano a Messa, mi assumevo la responsabilità della posizione marginale e stavo ai margini. Oggi le statistiche dicono altro, di ciò che in Italia è marginale. Lungi dall’essere una moda passeggera, la presenza di non-religiosi in Italia è un fatto reale e di notevoli proporzioni.

Senso di finzione / bisogno di autentico

Prendo coraggio dai numeri, torno a parlare di noi. Una delle parole a cui ho sentito accreditare maggiore importanza, nell’ultimo quarto di secolo, è la parola «autenticità». Il grande teatro dell’opulenza creato dal consumismo è stato smascherato abbastanza presto, per i più attenti e sensibili. Ci sono giorni in cui comprarti qualcosa ti fa sentire meno il vuoto dentro, ma sai che non è una cosa vera. L’italiano medio ha smesso di essere preda del messaggio pubblicitario quando si è diffusa la cultura della decostruzione del messaggio. La maggior parte di coloro che hanno fatto una qualsiasi scuola superiore o un qualsiasi studio universitario è inevitabilmente entrata in contatto con una forma di analisi del testo o dell’immagine e sa bene – o quanto meno intuisce – cosa vuol dire e perché.

Che i soldi non danno la felicità è un’affermazione vera, a patto che non si affermi che è la povertà a dare la felicità o che i soldi conducono inevitabilmente all’infelicità. Abbiamo smesso di mitizzare ogni singolo idolo che pubblicità e mezzi di comunicazione di massa ci propinano come fonte della felicità. E abbiamo anche smesso i panni un po’ hippy e un po’ bohémien della critica ideologica al denaro come Satana. Abbiamo demitizzato tutto, compresa l’operazione del demitizzare. Abbiamo messo in discussione tutto e tutti, noi stessi, per primi, al centro e per finire. Il crollo del sacro non ha relegato solo la religione al calderone dell’insostenibile, ma anche la fiducia cieca nel moplen e perfino nell’informatica. Solo gli ambiti di profonda autenticità rimangono credibili.

È questa la ragione – credo – per cui al di là dell’impossibilità a partecipare a riti-che-sanno-di-finto sono rimaste intatte amicizie tra laici atei e singoli preti, ad esempio. È possibile che adolescenti assidui frequentatori della parrocchia siano amici di altri adolescenti che non si sognerebbero mai di andare in chiesa. Chi riesce a salvaguardare lo spazio per l’incontro con l’altro – e dove altro trovare autenticità, se non lì dentro? – riesce a incontrare chiunque.

Anche sui social – vero calderone di finzione che può veicolare autenticità, come anche di tanto finto-vero che altro non è che veramente finto – c’è spazio per tutto e per tutti: le relazioni che vi camminano sono veloci, molto più immediate che nello spazio della realtà. Senza la mediazione – del tempo e dello spazio da percorrere per un incontro nella realtà fisica – ci si può incontrare davvero o recitare la parte prevista dal copione in voga al momento. Questo è arcinoto a chi usa questi strumenti. Vorrei aggiungere un elemento di riflessione. Si è riprodotto, velocizzando e allargando i confini, esattamente lo schema di incontro in quelli che erano e sono i luoghi dell’incontro sociale nella società a maggioranza cattolica, o almeno quella in cui sono vissuta io: non c’è alcuna possibile garanzia di autenticità. Né è possibile affermare, al contrario, che sia tutto finto sempre: dentro una chiesa come dentro Facebook si può davvero sperimentare umanità in dialogo. L’autenticità viene dal singolo individuo e dalla sua disponibilità a entrare in relazione, ovunque ciò accada.

Credo che molti, come me, siano usciti dalla Chiesa, tra le altre ragioni, a causa del suo fare una promessa di autenticità che non riesce poi a mantenere.

Senso dell’ingiusto / bisogno di rispetto

Sogno una comunità umana in cui sia sentito come ingiusto imporre il proprio modo di vedere le cose agli altri. In Italia – difficile da smentire – la morale cattolica è stata – è ancora? – la misura della verità e dei valori. Oggi, con una cultura pluralista e laica, tutto è molto meno scontato e siamo liberi di dissentire, ma è stato tanto faticoso affermare l’individualità e la libertà di ciascuno. Non era facile negli Anni Settanta e Ottanta, mentre io crescevo, discostarsi da una qualsiasi cosa che fosse socialmente accettata (se non imposta). Personalmente non avevo comportamenti palesemente irriverenti, ma non accettavo che le diversità fossero censurate.

Una delle frasi che mi hanno sempre procurato un attacco di metaforica orticaria è: «Guarda quello». «Guarda quello» comporta tre livelli di decodificazione.

  1. C’è qualcosa di visibile e ben identificabile, nel modo in cui le persone appaiono, che permette di comprendere anche la loro natura interiore. Vale a dire: se si veste o si pettina così, se usa quelle parole, se frequenta quelle persone, se va in quel posto… significa che è in un determinato modo.
  2. La persona che parla è in possesso di criteri ermeneutici di verità talmente validi da avere la totale certezza che il proprio modo di apparire-e-quindi-essere è migliore.
  3. Se la persona a cui è rivolto il messaggio ha una relazione di parità con il locutore può ridere/criticare/giudicare, se invece è pedagogicamente subordinato deve trarre insegnamento e non passare mai dalla parte di «quello» o imitarlo, per nessuna ragione. Immagino non serva aggiungere alcunché sulla sfumatura di significato che l’affermazione di cui sopra acquista nel momento in cui la si declini al femminile: «Guarda quella». Che questo abbia a che fare con la cultura cattolica o meno può essere oggetto di studi storico-sociali, ma che la percezione di molti di noi propenda per una netta presenza di una «impronta» di una certa Chiesa pretesca tocca affermarlo.

Oggi anche all’interno della Chiesa cattolica vige il pluralismo delle posizioni. Sono cattolici quelli che chiedevano, nel cinquecentenario della Riforma, di cliccare sull’immagine di Lutero che aveva sopra un simbolo di divieto (cerchio rosso sbarrato) in quanto, secondo chi raccoglieva queste firme telematiche, «è impossibile per i cattolici celebrare l’eresiarca tedesco». Sono cattolici i manifesti giganti sul diritto dei bambini di essere «i maschietti maschi e le femminucce femmine», che quindi asfalta il diritto di un bambino di sentirsi confuso. Ma sono anche cattolici i molti tolleranti che, anche pensando che la scelta sia sbagliata, rispettano le scelte degli altri. Nella Chiesa è difficile accettare che ci sono pagine della Storia e del «Catechismo» che andrebbero riscritte. È più facile continuare ad affermare la necessità di quel tipo di rigore de jure, anche vivendo una certa apertura de facto.

Purtroppo il mio/nostro bisogno di rispetto è molto, molto più ingordo.

Senso di colpa / bisogno di accudimento

Se qualcuno mi chiedesse che cosa c’è nel posto più profondo del mio cuore, insieme a tutte le argomentazioni che hanno portato la mia mente su posizioni laiche, risponderei che ci sono le ferite lasciate dopo una battaglia. L’unica vera lotta – che mi ha lasciata dolorante e un po’ rotta – è stata quella contro il senso di colpa.

La colpa («ogni azione o omissione che contravviene a una disposizione della legge o a un precetto della morale, o che per qualsiasi motivo è riprovevole o dannosa; anche, la responsabilità che ne deriva a chi la commette», nel Vocabolario Treccani nella versione consultabile on line) e il senso di colpa («la coscienza che un individuo ha della propria colpevolezza o responsabilità di un male commesso, o che crede, anche ingiustificatamente, di aver causato […]», ibidem) sono legati alla percezione che si ha della legge, della morale, del riprovevole e del dannoso.

Se penso alla mia adolescenza non trovo traccia di colpa, eppure il senso di colpa mi devastava. Non riuscivo a credere in ciò che tutti – o almeno a me sembrava di essere l’unica – ritenevano vero, lampante, sacrosanto. La mia colpa era proprio questa: pensare che il sacrosanto non esiste, che l’unica cosa sacra sono gli altri nella loro realtà. Un essere umano reale è un valore, non ci sono valori ideali. Tutto il resto è convenzione, che la Storia ridiscute e ridefinisce ogni giorno in ogni posto del mondo. Ora che l’ho scritta così, questa cosa, sembra semplice da affermare e perfino sostenibile filosoficamente. Ma a me è costata una guerra durata forse 20 anni. Lacerazione interiore, confusione fra lecito e illecito, responsabilità nei confronti di altri, possibilità di creare ai miei genitori l’occasione di vergognarsi di me. La colpa nei confronti di genitori cattolici è insopportabile, se sono cattolici generosi e impegnati ad aiutare tutto il mondo. E io ho dovuto aiutare tutto il mondo prima di annunciare al mondo il mio non essere religiosa.

Vorrei tanto che il problema fosse identificabile in un settore specifico, con un peccato specifico, così da poter perdonare e farmi perdonare qualcosa di concreto. Troverei un confessore, magari anche più di uno, ad assolvermi. Ma, se la verità è che non ci credo, mi sento un’appestata. La peste è l’indifferenza. Combatti, critica, bestemmia, ma poi misurati con Dio. Gli atei che in punto di morte chiedono il colloquio con il prete sono un topos tra i più gettonati nella letteratura cattolica di divulgazione. L’indifferenza è il male. Ebbene sì, sono colpevole: non mi interessa. E credo comunque che questo pensiero meriti di essere accudito, ascoltato, con la stessa tenerezza con cui si ascolta un pensiero di fede.

Assoluto / relativo

L’obiezione che mi aspetto – in chiusura di racconto – è che se davvero non mi interessasse la relazione con il sacro non sarei qui a scrivere questa storia.

Il mio interesse è per gli uomini e le donne reali, che non sono interessati alla Verità assoluta ma alle piccole verità quotidiane. Ai frammenti di verità, alle parole che, relativamente al qui e all’adesso, sembrano importanti. La mia verità parziale e personale – che per alcuni aspetti assomiglia a quella di una fetta di generazione – è che io sono quel che sono anche perché sulla mia strada ho incontrato viandanti cattolici. Se oggi non credo importante aderire a una religione, trovo importantissimo dire parole di accoglienza nei confronti delle diversità, credo che il nostro pianeta meriti un po’ di tregua dallo sfruttamento, credo che il bello e l’inutile delle letterature vada amato da più persone possibile. E che la democraticità, nell’insegnamento e nelle occasioni di cultura, sia fondamentale.

Il tentativo di dialogo con la Chiesa da parte dei non credenti ha senso: non c’è solo il «voler rientrare» come motivazione al dialogo, ma anche una semplice offerta di amicizia. Se per certi tratti andiamo nella stessa direzione, come nel caso di istanze di solidarietà, possiamo anche camminare e basta, raccontandoci chi siamo senza che nessuno sia costretto ad aderire al progetto dell’altro. Camminare insieme è una cosa che si fa, non una cosa che si è. Fragili con i fragili, senza che nessuno salvi nessuno.

(3/3 – fine)

Susanna Labirinto

(Foto: Doriana.giarratana)


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