«Pregherò per te»

Anche no, grazie. Sarebbe tempo sprecato. Ché tanto è un’attività idiota, anche dal punto di vista del credente. Per tre motivi.


Ce lo siamo sentito dire dall’amica credente, dalla conoscente suora, dal parroco del paese. Perfino da Adriano Celentano. Sempre con le migliori intenzioni. Ma pure con quel tono di condiscendenza che – diciamolo, suvvia – ha un po’ rotto il cazzo. «Pregherò per te»: siccome noi non possiamo/vogliamo pregare, allora lo faranno loro. Per noi. Cioè per la nostra conversione. Oppure per qualche nostro problema, affinché Dio, nella sua infinita misericordia, intervenga e ci aiuti. E noi di solito ad annuire, a sorridere, magari addirittura a ringraziare con garbo, ché l’importante è il pensiero, e quello è un pensiero gentile e benevolo nei nostri riguardi. Invece forse dovremmo dire le cose come stanno: «Grazie, eh. Ma la preghiera è un’attività idiota. Anche dal tuo punto di vista».

Già, i credenti pregano. Tutti i credenti di tutte le religioni tradizionali. La preghiera accomuna tutte le fedi: cristiani di ogni confessione, musulmani di ogni corrente, ebrei di ogni tradizione, ma pure induisti, sikh, buddhisti si rivolgono alle proprie divinità. A volte in modo informale, altre volte con dei riti, recitando formule specifiche o compiendo gesti codificati dalla tradizione. Perché?

Qualcuno dirà: «Perché parlare con il mio Dio mi fa stare bene». Ok, ci sta. Magari il credente vuole chiedere perdono per un peccato commesso. Oppure desidera rinnovare la propria sottomissione. O manifestare la propria adorazione. Ci sta tutto: ciascuno è libero di fare ciò che più gli aggrada pur di sentirsi bene, finché non danneggia altri.

Qualcun altro ammetterà: «Perché desidero ottenere qualcosa dal mio Dio». Eccola lì, la preghiera con un fine: la richiesta alla divinità di un favore, una grazia, un’azione risolutiva. Può essere la guarigione da una malattia, il superamento di una crisi coniugale, l’accesso a un lavoro, la vittoria in una partita, la promozione a un esame: in ogni caso il credente chiede a Dio un intervento in suo favore. Ha senso?

No, non ha alcun senso. Non ne ha – come è lampante – per noi atei, convinti che dall’altra parte non ci sia nessuno ad ascoltare. Ma non ha un briciolo di senso nemmeno se consideriamo la preghiera con un fine dal punto di vista di chi in Dio crede. Per tre motivi.

  1. Dio lo sa già.
    Dio è onnisciente. Perciò che il credente ha perso il lavoro o ha un matrimonio infelice Dio lo sa già. Non c’è bisogno di dirglielo o anche solo di ricordarglielo. Lo sa. Lo sa ed è infinitamente buono. Dunque, di fronte a una condizione di sofferenza, di sicuro agirà. Non è necessario sollecitarlo. Se Dio non intervenisse, sarebbe stronzo. Stronzo quanto un padre che, di fronte alla figlia che è caduta dalla bicicletta e si è fatta male, non la soccorresse soltanto perché la bambina non lo ha chiesto in modo esplicito. Giusto? Sicché pregare per ottenere un intervento divino è un’azione idiota.
  2. Ogni evento fa parte del piano di Dio.
    Se Dio non intervenisse, sarebbe stronzo. Però poi di fatto spesso Dio non interviene: è il poderoso, cogente e definitivo – per noi atei, sia chiaro – argomento della teodicea. Vorrà dire che Dio è stronzo? Non sia mai. Oppure che non è onnipotente? Men che meno. E allora come la mettiamo? Secondo noi atei quel Dio lì non esiste, come impone la logica. Invece secondo il credente ci si deve rassegnare al Mistero della fede: noi creature siamo troppo limitate per comprendere le imperscrutabili ragioni del Creatore, al quale bisogna affidarsi con – appunto! – fede, credendo che, benché un Dio onnipotente e buono sia incompatibile con la sofferenza – soprattutto con la sofferenza innocente! –, quel Dio esiste. E chi se ne sbatte della logica. Insomma è una stronzata, ma il credente ci crede lo stesso. D’altronde, sempre secondo il credente, tutto rientra nel progetto di Dio. Progetto che noi non possiamo conoscere ma che esiste. Mmm… d’accordo, ma allora perché pregare Dio? Se il problema del credente fa parte dei piani divini, perché mai la richiesta di risolverlo dovrebbe indurre Dio a rivedere e a modificare il proprio progetto? Dio non sa già che cosa è meglio per il suo fedele, per tutti, per l’intero universo? Perché la richiesta di chi prega dovrebbe smuoverlo? Senza contare che spesso le richieste sono in contraddizione fra loro. I giocatori di entrambe le squadre implorano Dio affinché faccia vincere la loro squadra. Lui chi dovrebbe esaudire? Sicché pregare per ottenere un intervento divino è un’azione idiota.
  3. Tanto non funziona.
    «Come no? Certo che funziona!», sostiene il credente. E via a sciorinare esempi di problemi risolti per un intervento divino, diretto oppure per intercessione della Madonna o di qualche santo, a seguito di una preghiera. Il credente ha ragione: la preghiera funziona per qualcuno, che poi lo racconta in giro, felice di essere stato sollevato dalla propria sofferenza. E peraltro indifferente al fatto che dedurre una volontà e un’ontologia divine dalle proprie vicissitudini personali è una manifestazione, come minimo, di megalomania narcisista. E per tutti gli altri, che pure avevano pregato e non hanno ottenuto un cazzo? Infatti per ogni sopravvissuto ci sono spesso decine, centinaia, migliaia di vittime. Tutte sinceramente credenti. Tutte a chiedere la salvezza al proprio Dio. Tutte però frustrate dall’indifferenza divina. E dunque? Dunque il credente se ne esce con una spiegazione. La solita, non falsificabile perché, sempre usando gli imperscrutabili piani divini, giustifica tutto e il contrario di tutto: se la richiesta viene esaudita, allora così doveva essere nel progetto divino, mentre, se la richiesta non viene esaudita, allora Dio aveva un progetto differente. Tuttavia, se in ogni caso tutto rientra nei piani di Dio, allora sollecitarlo non serve a niente. Sicché pregare per ottenere un intervento divino è un’azione idiota.

Choam Goldberg


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6 pensieri su “«Pregherò per te»

  1. Freud scopre l’inconscio individuale e Gustav Jung – suo allievo e poi avversario – scopre quello collettivo. Se il primo consiste nel comportamento individuale indotto dal trauma annidato nel sottofondo e apparentemente ignoto alla coscienza , il secondo non è dissimile dal primo, se non che al posto di un solo individuo, si debba parlare di una collettività, di una socialità.
    Immaginiamo che un re, un bel giorno, emani un editto con il quale dichiari gli uomini biondi nemici del popolo e, quindi, degni di essere puniti e anche uccisi, nella contemporaneità di quel re qualcuno avrà prote-stato, ma col passare delle generazioni tutti finiranno per obbedire a quell’editto, perché, buono o cattivo che sia stato, quella malavagità non è più avvertita, non se ne ha più coscienza, e quindi si potrebe perseguitare un uomo biondo, senza più saperne il perché!
    Ora poiché non si è tutti uguali e né simili, ci sarà sempre qualcuno che, sia per le sue doti intellettuali sia per il possesso di una buona cultura, cerchi di fare valere l’irragionevolezza di quell’editto, di certo sarà ucciso, perché il suo dire non è conforme al dire imposto antecedentamente con la violenza o con l’ipo-crita assuefazione a quei principi, dichiarati sollenne-mente giusti e, se ne ricorra il caso, dettatti da un dio, fuori da ogni critica umana, perché sulle menti prive di contenuti culturali e scientifici, è molto facile agire e depositarvi tutto ciò che si vuole, come a dire, che la chiesa – tanto per fare un esempio reale – ha usato le menti degli esseri umani, che ha criminalmente domi-nato, come discarica delle sue paradisiache quindi fa-natiche pretese imposizioni escatologiche.
    Un popolo, una città, un villaggio, un quartiere, hanno tutti insito un modo di pensare, una morale comune, propria, un bagaglio più o meno culturale, di ciò che debba intendersi per bene e di ciò che debba intendersi per male, chi sia l’uomo buono e chi sia il cattivo e così via!
    Orbene, comunque si determino le azioni della gente che vive e quindi abita in quei luoghi, esse sono guidate nell’insieme dall’inconscio individuale e dall’in-conscio sociale: cose, sia l’una sia l’altra, che possono essere la causa di comportamenti, apparentemente inspiegabili, ma che hanno la loro ragione comunque!
    Tutti si nasce ricevendo un cervelo del peso medio di mezzo chilo, come a dire che alla pertenza siamo tutti eguali, ma che col progredire delle nostre cono-scenze e in base al numero di esse che incorporiamo nella nostra mente, le esperienze personali di ognuno segna la differenzazione, c’est-à-dire, che forse il cumulo di esperienze ha pur la sua importanza, ma ciò che le differenzia, alle volte in modo spiccato, è la loro qualità, la corrispondeza al reale e la loro riproponibilità!

  2. Se dio è immutabile, che senso ha la preghiera? Nessuno. Questo bisognerebbe chiedere a chi si offre di pregare per noi.

    • I credenti con un minimo in più di cognizione di causa ti dicono che pregano dio affinché ti faccia accettare quello che ti sta accadendo con più serenità. Senza pensare che anche lì non ha assolutamente senso perché dio già dovrebbe sapere (per il solito discorso dell’onniscienza) se io accetterò o meno con serenità la cosa…

  3. Ok, tutto logico, tutto si incastra come un puzzle di metallo. Tutto molto ghiaccio però. E le emozioni? Perché rifiutare una emissione di energia positiva?

  4. D”accordissimo con te, Choam. A me dà fastidio quell’atteggiamento adorante e di passiva sottomissione verso un dio che si presume onnipotente ed onnisciente che, però, aspetta di essere chiamato in causa. Questo Dio è troppo umano per essere… divino

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