La sfida della teodicea

Per quasi 30 anni ho discusso coi seguaci del Dio abramitico. E ne ho ricavato solo fuffa. Sicché ho rinunciato. Se però qualcuno vuole riprovarci…


Dice: «Sei ottuso». Ottuso? «Sì, ottuso», dice. «E dogmatico». Boh. Può essere. Ma perché? Dice: «Perché rifiuti di parlare coi credenti». Ma io non rifiuto affatto di parlare coi credenti. Con i deisti, per esempio, mi piace un sacco discutere. Sono i seguaci del Dio abramitico che evito come la peste. Dice: «Fa niente. Sei ottuso e dogmatico lo stesso. Dovresti parlare con tutti». Con tutti? «Certo!», dice. «Magari trovi qualcuno che ti convince!». Ah, ho capito. No, non sono ottuso né dogmatico. Sono solo scoglionato.

Io sono diventato ateo a 14 anni. Da allora ho parlato di Dio, di fede, di religione con molte centinaia di credenti. Ho affrontato discussioni e dibattiti, in pubblico e in privato, in contesti formali e informali. Con rabbini. Con preti e suore. Con pastori protestanti. Con teologi di ogni confessione. Con mormoni e geovisti. Con imam e mullah. Mai, in nessun caso che io ricordi, ho ricavato da quel confronto uno straccio di argomento decente a favore dell’esistenza del Dio delle tradizioni abramitiche. Alla fine, messo di fronte alla dimostrazione cogente dell’impossibilità di quel Dio, il mio interlocutore mi ha sempre – sempre sempre sempre – dato la stessa risposta: «Eh, ma io ci credo lo stesso. Io ho fede. Se tu non hai fede, non puoi capire». La formulazione può essere diversa. Per esempio, di recente uno mi ha detto: «Ho le mie aporie e ci convivo benissimo». Nondimeno la sostanza non cambia. E può essere tradotta così: «So che le mie credenze sono cazzate. So che sono incoerenti e irrazionali. Ma ci credo comunque. Rinuncio alla razionalità e perfino al buon senso e credo in Yahweh/Dio/Allah». Che va bene, eh. Ci mancherebbe: ciascuno con la propria intelligenza può fare quel che più gli aggrada. Però a quel punto, se la fede è la credenza cieca e testarda in qualcosa di falso in modo manifesto… be’, diamine, non c’è più spazio per un dialogo proficuo: lui crede perché ha la fede, io la fede non ce l’ho e non credo, perciò manca ogni possibilità di arrivare a una conclusione condivisa e il confronto è sterile. Poiché ormai ho imparato che finisce sempre così, ho rinunciato a discutere: il mio tempo ha un valore e preferisco impiegarlo in maniera più costruttiva.

Loro però non mollano. C’è sempre qualcuno – di solito qualche nuova conoscenza – che ci prova: «Per quale ragione non credi in Dio? Ne vuoi parlare? Vuoi considerare la mia esperienza del cammino nella fede?». E che palle. Se riapro il discorso, finisco dove so. Se non lo riapro, sembro io quello ottuso e dogmatico. Che fare?

Ecco l’idea: una sfida preliminare, solo superata la quale la discussione può proseguire. Altrimenti nisba. Se proprio ci tiene a parlare con me del Dio delle tradizioni abramitiche, il credente provi a confrontarsi in modo razionale con il più solido degli argomenti contro quel Dio. L’argomento definitivo, ossia la vexata quaestio dell’esistenza del Male. Ma anzitutto che cos’è il Male?

Il Male è ogni forma di sofferenza non voluta di un essere dotato di un sistema nervoso sviluppato, ossia ogni condizione di dolore fisico o psicologico o di altro genere dalla quale un essere senziente rifugge se può. Non è definito in rapporto a qualcos’altro suo opposto, come il Bene. Il Male è solo questo: la sofferenza. La Natura, là fuori, se ne stracatafotte del Male e del Bene. I fenomeni naturali si verificano e basta, e un essere senziente che ne è toccato li considera Male o Bene a seconda delle loro conseguenze su di sé. Il giudizio è soggettivo e relativo: per esempio, il Male della gazzella è il Bene del leone. E spesso il Male può essere gratuito: c’è un essere senziente che soffre e non c’è nessun altro che ne ricava un vantaggio.

Il Dio abramitico, che si pretende buono, che si vuole amorevole verso le proprie creature, dovrebbe agire affinché quelle creature non soffrano, ossia non sperimentino il Male. E potrebbe agire così. Infatti, oltre che buono, il Dio abramitico è anche onnisciente e onnipotente: sa tutto e può tutto.

Ecco dunque la sfida della teodicea:

Come può un Dio onnisciente, onnipotente e buono permettere la sofferenza di un innocente provocata da cause naturali?

Per esempio, come può un Dio con quelle tre caratteristiche lasciar morire fra atroci sofferenze una bambina di tre anni per un neuroblastoma? Se vuole impedirlo ma non può, non è onnipotente. Se può impedirlo ma non vuole, non è buono. Se vuole e può ma non lo impedisce, allora non ne sa nulla e non è onnisciente.

È un problema antico: già Epicuro se lo poneva. Ed è un problema che non ha mai trovato una soluzione soddisfacente. Fior di filosofi e di teologi si sono lambiccati sulla questione. Le menti più colte e più brillanti dell’umanità se ne sono occupate. Eppure non sono riuscite a escogitare una risposta razionale, logica, sensata. Il problema della teodicea è dunque l’argomento definitivo contro l’esistenza del Dio abramitico.

Proprio per questo io uso la teodicea come sfida per qualunque credente voglia discutere con me sull’esistenza del Dio abramitico: che risponda a quella domanda, che proponga un argomento convincente, e solo allora io ascolterò e parleremo. Altrimenti – già lo so – finirò solo per sprecare il mio prezioso tempo.

Appunto per evitare questo spreco, anticipo che non accetterò le risposte che la filosofia ha già demolito o che sono così manifestamente idiote da non meritare nemmeno un commento. Peraltro di molte di queste risposte io stesso mi sono occupato nei miei articoli e nei miei video, demolendole.

  1. «Il dolore è il prezzo da pagare per avere il libero arbitrio.»
    Sembra funzionare per la sofferenza provocata dal libero arbitrio di qualcuno: la bambina uccisa da un’auto guidata da un ubriaco, per esempio. Sembra soltanto, però, perché un Dio che dà più valore alla libertà dell’assassino di quanta ne dia alla sofferenza della vittima è un mostro. Tuttavia non intendo addentrarmi in una discussione sul libero arbitrio. Del resto milioni di innocenti sono morti, muoiono e moriranno per cause naturali, senza un colpevole: è anzitutto questo ciò che Dio dovrebbe impedire e non impedisce.
    Vedi anche:
    Il Male morale
  2. «Il dolore è causato dalle colpe di chi soffre.»
    Di quali colpe può mai essersi macchiata una bambina di tre anni, colpe così tremende da farle meritare la morte fra sofferenze atroci?
  3. «Noi umani siamo marchiati dal peccato originale.»
    In un remoto passato un antenato si è reso colpevole di un atto che ha conseguenze su tutti i discendenti? Ma siamo impazziti? Se il credente non si rende conto di quale stronzata è, ha un problema molto serio. Peggio ancora: se crede davvero che le colpe dei padri ricadano sui figli, è pericoloso per la collettività.
    Vedi anche:
    L’errore di Ivan/Giovanni
    Dio bugiardo (Video)
    La sofferenza animale (Video)
    La teodicea del peccato originale (Video)
  4. «Il dolore serve a metterci alla prova e a renderci migliori. La sofferenza purifica.»
    Dio è onnipotente. Potrebbe rendere le persone migliori senza farle soffrire. Invece preferisce torturarle. Non solo: in che cosa consisterebbe esattamente la prova per quella bambina che, dopo un’agonia terribile, morirà? Che cosa dovrebbe imparare, di preciso? In che modo dovrebbe purificarsi?
    Vedi anche:
    Credenti «razionali» e dove trovarli
  5. «Per raggiungere l’ordine e la complessità, Dio ha creato la natura con le sue leggi fatte così, e il dolore ne è una conseguenza.»
    Perciò Dio non poteva creare una natura ordinata e complessa con leggi diverse? Ma non era onnipotente?
  6. «Senza il male non potrebbe esistere il bene. Senza il dolore non potremmo apprezzare il piacere.»
    La sofferenza della bambina è gratuita e senza scopo. Il suo esito è la morte. «Sì, ma poi potrà godere della pace in Dio e…». Certo, ma alla fine, da adulta, sarebbe morta come tutti e, se fosse stata buona, avrebbe goduto della pace in Dio. Quindi perché lasciarla crepare male da piccola? Magari per non darle l’occasione di peccare? Dunque morire da piccoli è un privilegio? Che culo!
  7. «Il dolore serve a far emergere il bene attraverso gli esseri umani che cercano di lenirlo.»
    Che pensiero carino. Grazie, ma ne avremmo fatto volentieri a meno. Dio avrebbe potuto trovare un metodo meno terribile per far emergere il bene attraverso gli esseri umani. Oppure no? Ma non era onnipotente?
  8. «Il colpevole della sofferenza innocente è Satana.»
    Satana è stato creato da Dio. Dio, prima di crearlo, sapeva che Satana si sarebbe ribellato, perché Dio è onnisciente. Quindi la responsabilità è ancora di Dio.
  9. «Gesù Cristo, cioè Dio stesso, si è sacrificato per liberarci dal peccato e dal dolore.»
    Quanto a stupidità, questa risposta fa a gara con il peccato originale. Anzitutto va in culo a tutti quelli che sono vissuti e hanno sofferto prima di Cristo: loro non contavano niente? Inoltre il sacrificio non è servito a un cazzo: pure oggi i bambini continuano a morire nel dolore. E poi anche chissenefrega: in che modo la morte di Dio – sempre ammesso che fosse Dio – in croce 2000 anni fa dovrebbe lenire la sofferenza di chi vive nel presente? Infine, perché la condivisione con Dio dovrebbe ridurre quel dolore? Se per sbaglio ti tiri una martellata sulla mano, preferisci che io ti dia un analgesico oppure che, per solidarietà, mi smartelli la mano a mia volta? Comunque vediamo se ho capito: Dio prima crea gli esseri umani e dona loro il libero arbitrio, ma siccome è onnisciente già sa che loro peccheranno, tuttavia li lascia peccare, istigati da un essere malvagio che peraltro lui stesso aveva creato, poi condanna al dolore i due peccatori e tutte le generazioni future, in seguito si incarna in un umano, sacrifica sé stesso a sé stesso e si fa ammazzare con un supplizio terribile, e alla fine tutti continuano a soffrire come prima? È andata così? E questa storia dovrebbe avere un senso?
    Vedi anche:
    Chissenefrega… (Video)
    Le solite fregnacce (Video)
    Credenti «razionali» e dove trovarli
  10. «Dio non vuole: Dio è la Volontà. Dio non può: Dio è la Potenza. Perciò Dio vuole tutto ciò che può e può tutto ciò che vuole.»
    Questa è una furbata teologica: si prende una facoltà assurda, incoerente, illogica di Dio, la si considera un Assoluto astratto, la si trasforma in Dio stesso. Un espediente che funziona se Dio è un concetto astratto: Dio è l’Essere, è la Conoscenza, è la Volontà, è la Potenza, è il Bene. Ed è pure una furbata intellettualmente disonesta, quando viene proposta dai credenti nel Dio abramitico, il Dio della tradizione che da Abramo passa per Mosè e poi anche per Gesù e magari pure per Maometto. Infatti quello è un Dio che fa e disfa, crea e distrugge, ama e odia, ordina e proibisce, premia e punisce, promette e mantiene ma a volte anche no, un Dio che si rivela e si nasconde, un Dio che imbroglia, un Dio che perfino annusa. È il Dio che è Ammmore, il Dio clemente e misericordioso, il Dio che ama gli esseri umani e che può e vuole eliminare il loro dolore. Il Dio che i credenti adorano e pregano, il Dio con il quale parlano, il Dio nel nome del quale svolgono i propri riti. Allora il Male come inteso dagli umani, il Male come sofferenza di un essere senziente e in particolare di un essere umano, condanna questo Dio in modo definitivo: quel Dio lì non esiste.
    Vedi anche:
    Seghe mentali
  11. «Dio sa perché. Noi dobbiamo solo accettare la sua volontà.»
    Traduzione: «Mistero della fede». Ovvero: «Non capisco, ma credo lo stesso». Ehi! Io avevo chiesto una risposta ra-zio-na-le.
    Vedi anche:
    Va’ dove ti porta il Mistero
    Il Mistero e il mistero
  12. Le solite fregnacce (Video)
    Credenti «razionali» e dove trovarli

Queste sono le teodicee che mi sono sentito rifilare in quasi 30 anni di ateismo. Perciò adesso non le posso più sentire. Se un credente vuole propormene una, magari in una versione mista o modificata, si risparmi la fatica: finirebbe dritta nel cesso. E non mi frega un cazzo della sua «esperienza del cammino di fede»: o mi dà una risposta razionale al problema della teodicea, oppure ciao.

A questo punto qualche bigotto potrebbe credersi astuto rimbalzando la domanda: «Ma allora come spieghi tu, ateo, la presenza del Male, se Dio non esiste?». Semplice: non la spiego. Infatti non ho proprio nulla da spiegare. Io constato solo che esistono i fenomeni naturali e che molti di quei fenomeni procurano sofferenza agli esseri senzienti. Me ne dolgo assai. Se è in mio potere, cerco di lenire quella sofferenza. Ma non devo spiegare proprio nulla: non sono io quello che crede in un Dio onnisciente, onnipotente e buono. Non sono io quello che ha problemi di coerenza.

In conclusione, se un seguace del Dio abramitico vuole tentare con qualcosa di diverso, se ha escogitato una teodicea razionale, allora prego, si accomodi: scriva un articolo documentato e argomentato e lo spedisca a choamgoldberg@gmail.com. Ma non provi a sbolognarmi fuffa, discorsi fumosi, arrampicate sugli specchi, concetti mal definiti, sofismi, giochi di parole o stronzate affini. Voglio argomenti chiari e ragionamenti consequenziali. Non ho tempo per le cazzate.

Dopodiché – va da sé – si pensi pure che quello ottuso e dogmatico sono io. Ché tanto…

Choam Goldberg

Articolo aggiornato il 12 aprile 2022.


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