«Ma che ti frega di Dio?»

Se esiste, mi riguarda. Se non esiste, la sua credenza va estirpata, perché provoca danni immensi.


Dopo alcuni mesi che ci frequentavamo, prima di andare a convivere e poi di sposarci in Francia, Alessandro mi fece notare quanta importanza io dessi alla religione. In ogni viaggio insieme lo trascinavo a visitare chiese e sinagoghe. Leggevo testi sacri e libri di teologia. E non perdevo occasione per riflettere sulla questione teologica. «E che cazzo!», sbottò a un certo punto. «Ti occupi di Dio più di un prete o di un rabbino! Ma perché lo fai?». Alessandro, che è agnostico, aveva e ha ragione. La sua è una domanda legittima, che mi sono sentito porre spesso: «Se sei ateo, che ti frega di Dio? Perché te ne occupi?». D’altronde non sono l’unico ateo a interessarmi al problema teologico. Ed è risaputo che, in media, gli atei sulle religioni ne sanno assai di più del credente quadratico medio.

Dio è anzitutto un affascinante problema filosofico e scientifico. Infatti una divinità potrebbe essere la risposta alla domanda: «Perché esiste qualcosa invece che nulla?». Se il «perché?» è teleologico, la domanda è filosofica. Se il «perché?» è causale, la domanda è scientifica. In entrambi i casi è una domanda importante: un universo giustificato e creato da un’intelligenza creativa trascendente è diverso da un universo determinato solo dalle leggi naturali, cioè dal caso e dalla necessità. Dice: «Chissenefrega. Facciamo che Dio esiste per me e non esiste per te». Bella dimostrazione di superficialità: se Dio esiste, esiste per tutti. Se i nostri interessi vanno oltre la sopravvivenza e la riproduzione, non possiamo ignorare la questione e risolverla con una scrollata di spalle o abbandonarla all’estro soggettivo. Forse non si può trovare una soluzione. Forse la soluzione è perfino al di là delle possibilità intellettuali umane. Però almeno ci si deve riflettere, perché Dio, se esiste, ci riguarda. Eccome se ci riguarda: ci dà un senso, uno scopo, e magari pure un codice morale.

In secondo luogo, Dio è anche un problema sociale e civile. Masse umane enormi credono che un certo Dio esista e agiscono in suo nome. Non solo nelle proprie vite, ossia credendo, adorando, pregando, pellegrinando. Ma pure nelle vite altrui, ossia discriminando, perseguitando, ammazzando chi non crede. Molti fedeli sono pronti a uccidere e a farsi uccidere per la credenza in quel Dio. Inoltre i bigotti la inculcano nei bambini come una verità indiscutibile da accettare con fede ottusa e in questo modo impediscono loro di sviluppare la razionalità e lo spirito critico. Allora vogliamo vedere se quel Dio esiste oppure no? Vogliamo capire che fondamento ha quella credenza? Perché, se quel Dio non esiste, diventa un imperativo morale l’eliminazione della fede in quanto causa di violenze fisiche e di plagi psicologici.

Io so che, occupandomi della questione teologica, mi espongo alla trita battuta dei credenti: «Non lo cercheresti se non lo avessi già trovato». C’è sempre qualche prete che la sfodera con un sorrisetto di superiorità. Arriva da Pascal:

Tu ne me chercherais pas si tu ne m’avais trouvé.
– Blaise Pascal, «Pensées», 553

Ma è una battuta idiota. Io non cerco affatto Dio: io mi interesso a Dio soltanto perché sono curioso. Vedo persone che ci credono, leggo opere che ne parlano e capisco che, se Dio esiste, mi riguarda. Constato che la fede in un certo Dio giustifica soprusi e plagi e capisco che, se quel Dio non esiste, dev’essere estirpata.

Di conseguenza studio e indago. Più studio e più indago, più trovo argomenti contrari: non c’è alcun motivo per pensare che Dio esista. In particolare, il Dio abramitico non può proprio esistere e, se anche esistesse, dovremmo mandarlo ‘affanculo. Perciò ecco: siccome non esiste, Dio non mi riguarda e, soprattutto, la fede nel Dio abramitico è una disgrazia sociale e culturale da combattere senza requie.

Choam Goldberg


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