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Io non perdono e tocco

Mi assumo le conseguenze della mia sgradevolezza. (Anche) in nome della libertà.


«Sono d’accordo con quello che dici, ma proprio non mi va giù il modo in cui lo dici»: me lo sono sentito rimproverare tante volte da qualche animo gentile, a proposito de L’Eterno Assente. Ma che cosa non va nel mio modo di esprimermi? «È volgare», mi risponde l’animo gentile. «Volgare e offensivo. Ferisce la sensibilità delle persone. Le stesse cose potrebbero essere dette in maniera più elegante, più rispettosa, meno brutale.» Potrebbero. Ma anche no. E forse nemmeno dovrebbero.

«La tua libertà finisce dove comincia la libertà degli altri» è un sano principio che dovrebbe essere patrimonio etico universale. Fra l’altro, rivolgendo lo sguardo verso l’interno, ha un inevitabile corollario: dentro quel confine tutto è permesso. Ovvero: finché non si fa del male a nessuno, tutto è consentito. Io però voglio guardare all’esterno, verso il confine: dove comincia la libertà degli altri? La risposta sembra ovvia: comincia dove gli altri decidono, beninteso rispettando a propria volta il principio. Se qualcuno considera dannosa un’azione compiuta nei suoi riguardi, quell’azione è proibita dal principio etico.

Attenzione: nell’ultima frase l’aspetto problematico si annida nel verbo «considera». Infatti alcune azioni provocano danni manifesti, verificabili e oggettivi. Se io ti spengo una sigaretta addosso, il dolore e la ferita sono palesi. Certo, se tu fossi masochista, a te potrebbe perfino piacere, ma in quel caso saresti tu stesso/a a voler estendere il confine della mia libertà a scapito della tua, concedendomi il diritto di procurarti un danno fisico. Peraltro in generale quasi tutti/e cercano di evitare le lesioni palesi e facili da riconoscere e le considerano una violazione della propria libertà, quindi le azioni che le provocano sono vietate dal principio etico. Ma che dire dei danni soggettivi?

I danni soggettivi sono quelli che non offrono alcun riscontro intersoggettivo. Non si possono né verificare né misurare. Sono solo enunciati e vanno creduti sulla parola. Se io sostengo che una certa tua dichiarazione mi ha offeso o ha ferito la mia sensibilità, se affermo che mi sento molto addolorato per qualcosa detta da te, tu puoi soltanto credermi. Anzi devi credermi: chi sei tu per sindacare sulla mia sensibilità? Come ti permetti? Lo so io, che cosa mi fa male!

Ormai avrai capito dove voglio andare a parare: la critica della fede, fino alla blasfemia.

Noi atei siamo molto sensibili alla blasfemia. La pratichiamo pure, spesso con grande sollazzo, vuoi perché è liberatoria, vuoi perché godiamo nel far rosicare i bigotti. A volte lo facciamo in maniera un po’ sterile, che alla lunga diventa stucchevole: quanti Gruppi Facebook sono ormai ridotti alla bestemmia gratuita seguita dallo sghignazzo collettivo? Li segui per qualche tempo, poi ti stufi e li lasci perdere. I credenti ci rimproverano affermando che per chi è ateo la bestemmia dovrebbe essere insensata: hanno torto, e un giorno o l’altro scriverò o parlerò anche di questa cosa, ché la blasfemia invece di senso ne ha parecchio soprattutto per chi della fede si è liberato.

La proibizione della blasfemia, attraverso una blanda interdizione sociale – facci caso: dopo lo sdoganamento di ogni altro turpiloquio, oggi la bestemmia è l’ultimo tabù della comunicazione – oppure per mezzo di leggi anti-blasfemia, come accade in 83 Paesi, in 6 dei quali la pena è la morte, non è soltanto una violazione della libertà di espressione. È molto di più. È uno strumento di potere. Soprattutto è un freno a ogni progresso civile, culturale e intellettuale, poiché limita la libertà di critica e lo fa sulla base di una indimostrabile, insindacabile e arbitraria sensibilità individuale.

Nessuno ha il diritto di non essere offeso. Questo diritto non esiste in nessuna dichiarazione che io abbia mai letto. Se ti senti offeso è un tuo problema, e francamente molte cose offendono molte persone.
– Salman Rushdie

La bestemmia contro una divinità è il caso esemplare di azione considerata dannosa esclusivamente in base alla dichiarata ferita interiore di chi crede in quella divinità. Dannosa e perciò proibita, perché «non si deve ferire la sensibilità religiosa delle persone». Sensibilità del tutto soggettiva, dunque presunta e non verificabile. Non solo: anche arbitraria, perché chiunque, sulla base del rispetto della sensibilità, può esigere che alcune idee, da lui/lei dichiarate sacre, siano intoccabili. Questa pretesa di rispetto, attraverso la censura, diventa uno strumento di potere su tutti gli altri.

Se accettiamo di estendere il principio etico fino alla tutela della sensibilità dichiarata, allora svanisce ogni possibilità di critica. Infatti ogni critica, blanda o brutale che sia, è sempre sgradevole. Non può non esserlo, poiché ha lo scopo di demolire in tutto o in parte un’idea. E la demolizione, anzi anche soltanto il tentativo di demolizione sarà sgradevole per chi all’idea aderisce, le è affezionato, la considera sacra. Ogni critica procura un trauma. Ogni critica ferisce una sensibilità. E nessuno può pretendere di non essere mai mai mai ferito nella propria sensibilità.

A me la critica piace un sacco. La critica è il fondamento di ogni progresso intellettuale e civile. Se si rimane inchiodati a venerare idee intoccabili, non si va da nessuna parte. Di fatto tutta la Storia umana è una successione di idee nuove sorte come critica alle idee vecchie, idee nuove poi affermatesi, invecchiate, fossilizzate, criticate e infine demolite da altre idee nuove. Perciò non posso e non voglio farmi limitare dalla suscettibilità altrui che pretende di censurare la mia critica.

«La critica, appunto», dice il solito animo gentile. «Ma il turpiloquio gratuito non è una critica». Certo che no. Difatti il mio turpiloquio non è mai gratuito. Non mi limito a dire «Dio è stronzo» e «le credenze dei monoteismi abramatici sono un cumulo di cazzate». Invece, dopo averlo detto, lo argomento e lo dimostro.

«Va bene», replica l’animo che sarà anche gentile ma a questo punto mi ha frantumato le gonadi. «Ma è proprio necessario essere così brutali? Non potresti formulare le tue critiche in modo più delicato?». Ma sai che c’è? Fottesega. Qualcuno/a si offenderà comunque, dunque essere delicato o brutale, raffinato o volgare cambia solo il numero degli offesi. E a me piacere ai molti non interessa. Non intendo sacrificare l’efficacia espressiva per garbare alle masse o quanto meno non infastidirle.

Lo so, c’è un prezzo da pagare: stare sul cazzo a un sacco di gente. Ma sai che c’è, di nuovo? Fottesega, di nuovo. Mi prendo la responsabilità della mia blasfemia, mi assumo le conseguenze della mia sgradevolezza. Lo faccio perché mi diverto, anzi proprio godo nell’infastidire i credenti beoti.

Non me ne frega niente
se anch’io sono sbagliato
spiacere è il mio piacere
io amo essere odiato; (…)
– Francesco Guccini, Cirano

Ma lo faccio anche perché la bestemmia è un presidio di libertà.

(…) coi furbi e i prepotenti
da sempre mi balocco
e al fin della licenza
io non perdono e tocco.
– Francesco Guccini, Cirano

Choam Goldberg

(Foto: Fonds André Cros, Archives de Toulouse)


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