Credenti «razionali» e dove trovarli

Alla prova della teodicea, il loro fallimento è totale.


Possiamo suddividere i cristiani in due grandi famiglie, beninteso non separate in modo netto e con uno spettro di posizioni intermedie: i superficiali e i (presunti) razionali.

I primi credono nel Dio cristiano in maniera superficiale, senza troppa riflessione, per inerzia derivante dall’indottrinamento infantile. Fin dalla più tenera età è stato insegnato loro che credere in Dio è normale, che fa parte della cultura e della tradizione, che chi crede in un Dio diverso sarà pure una brava persona ma sbaglia, che il Dio cristiano offre risposte rassicuranti e consolanti di fronte alla paura del dolore e della morte propria e delle persone care, che sulle contraddizioni e le assurdità si può e anzi si deve sorvolare, che anche se non si capisce tutto non fa niente perché un giorno capiranno, che le risposte esistono nella mente di Dio e nei suoi piani imperscrutabili e incomprensibili agli umani. E dai e dai, ripetilo oggi e ribadiscilo domani e dallo per scontato dopodomani, i bambini si assuefanno accettando l’autorità dei genitori, degli insegnanti, dei sacerdoti, poi crescono e, come tutti, vengono distratti da altre necessità e preoccupazioni, e intanto la credenza resta lì, ovvia e indiscussa e alimentata dalla continua propaganda che dà per normale e accettabile perfino l’assurdità. Spesso, alla richiesta di giustificare la propria fede e magari pure l’adesione a una confessione specifica, una volta adulti questi credenti rivelano una discreta ignoranza dei dogmi della fede dichiarata, però precisano subito che non importa, perché tanto loro non prendono per buono tutto tutto quello che dice la loro Chiesa, nondimeno sentono che «esiste qualcosa», e questa esigenza la avvertono come una sorta di esperienza interiore ineffabile, per cui «se non la provi non puoi capire» e d’altronde «non posso accettare di pensare che tutto finisce qui, che siamo fatti solo di materia, che dopo la morte non c’è niente, che la vita non ha un senso».

A questi credenti superficiali non si può dire nulla: se la fede è un’esperienza interiore ineffabile, che cosa vuoi dire? Di fronte all’esperienza inesprimibile non c’è argomento razionale che tenga. Loro quell’esperienza la fanno, tu non la fai. Fine della discussione.

Poi ci sono i credenti che sulla propria fede fanno una riflessione consapevole. Si informano. Si documentano. Si rendono conto di tutte le manifeste assurdità e contraddizioni. Tuttavia provano a cercarne un fondamento razionale. E si illudono pure di averlo trovato. Parliamone, allora. Ma dove trovarli? Semplice: dove si vantano di essere proprio così. Siore e siori, ecco a voi i cristiani cattolici razionali dell’UCCR: chi meglio di loro può dare a noi atei le risposte razionali a tutti i nostri argomenti contro l’esistenza di Dio?

Siccome l’argomento razionale definitivo contro la fede nel Dio abramitico è la teodicea, sono andato a cercare nel sito dell’Unione le loro possibili risposte usando nel motore di ricerca interno «teodicea», «problema del male» e «dolore innocente». Ne è venuto fuori un bel florilegio di articoli, dai quali ho estratto alcune citazioni significative.

«Perché? Perché da esso trae sempre, misteriosamente, un bene maggiore. Ha dimostrato di agire così nell’evento centrale della storia umana: dopo l’immensamente ingiusta passione di Gesù Cristo, Dio ha usato la croce per il bene più grande della resurrezione, della vittoria sulla morte per tutti gli uomini. Dio ha permesso la croce come condizione di un bene superiore.»
Se Dio è buono, perché permette il male? Risponde San Tommaso

«Dio permette il male – sia quando la causa è l’uomo sia quando è la natura –, non perché è indifferente ma perché da esso è capace di trarne un bene maggiore per l’uomo. Il male è una condizione necessaria dell’esistenza umana, Dio stesso si è coinvolto con l’uomo patendo l’incredibile ingiustizia della passione e della morte in croce. E da questo male ne ha tratto un bene più grande: la Resurrezione, ovvero la vittoria definitiva sulla morte che ha dato pieno senso all’esistenza dell’uomo. La croce è un mezzo per un bene maggiore, questo è il metodo di Dio.»
Le calamità naturali e l’esistenza di Dio: la risposta del cristianesimo

«Noi cristiani rispondiamo così a Veronesi: innanzitutto vedere in una malattia una manifestazione del volere di Dio, come afferma il noto oncologo, significa avere una concezione di Dio un po’ fanciullesca e, soprattutto, credere nel creazionismo. Invece, l’evoluzione biologica ci ha suggerito che anche la natura, come l’uomo, ha una sua forma di “libertà”, e le patologie che colpiscono l’uomo altro non sono che un errore causato dalla libertà della natura. Allo stesso modo, anche ciò che avvenne ad Auschwitz fu un errore della libertà dell’uomo, una libertà usata malissimo.
L’accusa a Dio, allora, non è quella di essere l’autore del male ma, semmai, di non intervenire per impedirlo. Ma l’impedimento della libertà non è anch’essa una forma di intollerabile violenza? Dunque Dio sceglie di non interviene? No, Dio interviene sempre ma lo fa “a modo suo” perché «i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8). E come interviene? Dio trae da ogni male un bene più grande. Come ha spiegato Giovanni Paolo II: «non vi è male da cui Dio non possa trarre un bene più grande, non c’è sofferenza che egli non sappia trasformare in strada che conduce a Lui». Anche Gesù stesso, interrogato su chi avesse colpa nell’essere ciechi, ha risposto: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 1-41). La patologia, il cancro, non sono un volere di Dio ma sono la dimostrazione che la natura è libera di sbagliare, tuttavia Dio lo permette per poter trarre da questo male un bene maggiore («perché si manifestino le opere di Dio», spiega Gesù).»
Caro Veronesi, il cancro dimostra che solo Cristo risponde all’uomo

«La figlia di Coren ha ancora bisogno di un intervento chirurgico, ma la sua prognosi è positiva. Cosa c’è di più sofferente e tragico di una figlia malata? Eppure, come abbiamo visto, l’esistenza del male non è per forza un’obiezione a Dio. Il dolore e il male sono una circostanza, una croce da portare sia per chi li vive in prima persona, sia per chi gli è vicino. E, se vissuti così, possono spalancare il cuore ad una vita migliore, ad una coscienza più matura, ad una fede più certa. Da ogni male Dio ne trae, misteriosamente, un bene maggiore. Oggi Coren può testimoniarlo.»
L’ateo militante convertitosi a causa del dolore innocente

«Oltre al male causato dall’uomo, dipendente dal suo libero arbitrio e non da Dio, esiste un male che non è il risultato dell’azione umana. E’ il caso di molte malattie, della sofferenza innocente e delle grandi ingiustizie della vita umana. Il fulcro dell’attenzione si deve rivolgere alla premessa (2): la pretesa è che esista un male veramente gratuito. Ma è un’affermazione indimostrabile e nessuno può escludere che ciò che appare superficialmente un male potrebbe essere la circostanza per trarre un bene maggiore.
Questa spiegazione è possibile darla soltanto all’interno del cristianesimo, come abbiamo già fatto notare, perché in essa esiste già un precedente significativo: l’ingiusta passione e sofferenza di Cristo, mezzo necessario per la Sua resurrezione. Ecco dunque il male come via per il bene, un esempio palese davanti a noi che ci permette di stare davanti al dolore più tragico senza scandalizzarsi ma confidando che, come per Gesù, anche per tutti noi sia la croce da portare per un bene maggiore. Non è un caso che Francesco d’Assisi chiamava la morte e la sofferenza, addirittura, “sorella”.
(…) La nostra fede in Dio è sfidata, non a caso Papa Francesco ha risposto così: “Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo.”»
Vedere il dolore innocente e credere in Dio

«Solo nel cristianesimo Dio non ha vergogna, attraverso Gesù Cristo, di immergersi nel dolore umano, di farsi compagno dell’uomo e di soffrire ingiustamente un dolore straziante ed innocente. Eppure da questo male ne è emerso un bene più grande: solo potendo morire Cristo ha potuto risorgere, dimostrare all’uomo che la morte (il male più ingiusto di tutti!) può essere vinta. Alla luce della Resurrezione il dolore innocente subìto da Cristo acquista un significato, non scandalizza più. La croce è un mezzo per un bene più grande, così come è stato per Cristo. Egli non ha tolto il male dal mondo, non ha guarito tutti i malati che ha incontrato, ma ha dato all’uomo la possibilità di stare di fronte al dolore da uomo. (…) La rivelazione cristiana ha dato un senso vero alla vita e dunque anche alla morte e al dolore, molto più decisivo e importante che aver tolto il male dal mondo: si può essere sani fisicamente ed essere disperati (senza speranza) e si può essere malati e sofferenti nel corpo ma essere lieti nel cuore, affidati a Dio.»
Vivere in sofferenza e amare Dio: il cristiano può farlo

«Se, infatti, l’agnosticismo amplifica ed esaspera l’ingiustizia del dolore innocente, perché lo priva automaticamente di un significato ultimo, il cristianesimo è l’unica posizione umana che offre la forza di starvi di fronte senza scandalo. Gesù Cristo non ha dato la soluzione definitiva al male e alla sofferenza, ma innanzitutto l’ha condivisa con l’uomo facendosi mettere in croce e poi ha offerto se stesso come risposta. Risorgendo ha detto all’uomo: anche la sofferenza più grande, come quella che ho patito io, è una condizione per una pienezza maggiore: «chi vuol venire con me, prenda la sua croce e mi segua». Si può vivere nel dolore ed arrivare ad amarlo, ad essere lieti e grati nel cuore, se è possibile a tanti cristiani allora lo scandalo per il male non è l’ultima parola.»
Caro Veronesi, senza Dio non puoi credere nemmeno nell’uomo

«Il dolore che arriva dall’uomo è a causa della sua libertà, essere liberi comporta una responsabilità. Ma al male innocente, nessuno può stare di fronte. Lo si cerca di ignorare nichilisticamente come fa il buddhismo o lo si nega del tutto come fece Spinoza o Leibniz dicendo che il nostro è il miglior mondo possibile. Solo il cristianesimo offre una risposta valida: Gesù risponde al male trasformandolo da scandalo a mistero accettabile. Solo il Dio cristiano non può essere coinvolto dalla bestemmia dell’uomo per la marea di dolore che lo sovrasta, Egli propone uno scandalo maggiore: è Lui stesso che patisce il martirio per primo.
La sofferenza ha un significato, misterioso e che sfugge, ma che può indurci ad accoglierla perché fa parte di un disegno divino alle cui regole Dio stesso si è sottomesso, questo è abbastanza perché ne comprendiamo il valore. Solo Gesù ci fa passare dalla rivolta all’accettazione della sofferenza, la risposta al male non sono parole, non è una filosofia, ma è una Persona a cui guardare, sempre che si sia disposti a guardarLa. Di fronte all’esistenza del male, tutte le religioni crollano -ateismo compreso-, solo il cristianesimo riesce a starvi di fronte, (…)»
Di fronte al male innocente, solo il cristianesimo può resistere

In sostanza, le spiegazioni «razionali» della sofferenza offerte dall’UCCR sono due. Riassumiamole, studiamole e di entrambe mostriamo l’assurdità.

1. Dal Male discende un Bene maggiore: la sofferenza rende le persone migliori.

Questo argomento si demolisce in due modi.

1a. Dio è onnipotente. Per ottenere il proprio scopo potrebbe seguire qualsiasi procedimento. Potrebbe istruire, formare, educare, arricchire, in generale migliorare le persone senza farle soffrire. Invece no: pur potendo agire in maniera differente, Dio decide di infliggere loro il dolore. Dunque Dio non è buono. Oppure per ottenere quel risultato non ha altro modo che il dolore? Allora non è onnipotente. Niente: non se ne viene fuori.

1b. Ci sono forme di dolore dalle quali non è nemmeno concepibile far derivare qualcosa di buono. Un bambino muore di cancro: come dovrebbe, quell’esperienza, renderlo migliore? E non si tirino in ballo i genitori, resi migliori dalla sofferenza del figlio. Chissenefrega dei genitori. Non mi interessano i genitori. Non sto parlando di loro. Sto parlando del bambino. Che muore senza neppure avere il tempo di imparare nulla, altro che diventare migliore.

2. Dio ha condiviso la sofferenza con gli esseri umani attraverso il sacrificio e la resurrezione di Cristo, dimostrando che la morte può essere sconfitta.

Questa è perfino più stupida della precedente e perciò più facile da demolire.

2a. Ci sono prove razionali della resurrezione di Cristo come evento storico reale? No. Neanche una piccina piccina.

2b. Ammettiamo che la resurrezione di Cristo sia un evento storico reale.
Ma sai che c’è? Chissenefrega. Se io sto male, non cerco qualcuno che condivida il mio dolore. Cerco semmai qualcuno che lo lenisca, che lo annulli. Invece Dio vuole soffrire come me. Ma vaffanculo.
E ancora: dopo la resurrezione di Cristo gli umani hanno forse smesso di soffrire? Certo che no. La gente soffre e muore come ha sempre sofferto ed è sempre morta. Anzi, molte sofferenze e molte morti sono state inflitte proprio dai seguaci di Cristo. E quindi?
E ancora: perché Dio ha deciso di condividere la sofferenza umana proprio in quel momento lì? Insomma, come la mettiamo con chi è vissuto prima di Cristo? Tutti spacciati solo per la sfiga di essere nati nel momento sbagliato?
E ancora: come si giustifica il dolore degli animali? Loro non possiedono il libero arbitrio, non hanno commesso alcun peccato originale, non hanno un Cristo che si è sacrificato ed è risorto per loro e ha condiviso il loro dolore. Eppure da sempre soffrono pene infinite. Infatti il dolore è un’esperienza condivisa da ogni essere senziente. Come lo spieghiamo? Ce ne sbattiamo i coglioni e basta?
Riassumendo: Dio prima crea gli esseri umani e dona loro il libero arbitrio, ma siccome è onnisciente già sa che loro peccheranno, tuttavia li lascia peccare, istigati da un essere malvagio che peraltro lui stesso aveva creato, poi condanna al dolore i due peccatori e tutte le generazioni future, in seguito si incarna in un umano, sacrifica sé stesso a sé stesso e si fa ammazzare con un supplizio terribile, e alla fine tutti continuano a soffrire come prima. E questa storia dovrebbe avere un senso?

Che cosa c’è di «razionale» in tutto questo? Nulla. Nessuna delle due giustificazioni proposte dai sedicenti «cristiani cattolici razionali» ha un briciolo di razionalità.

Loro un po’ lo sanno. Mica per niente qua e là accennano al disegno divino misterioso che sfugge alla comprensione e alla necessità di dare fiducia a Dio anche senza capire. Alla fine sempre lì sono costretti ad arrivare: per quanto si spaccino per «razionali», in fondo vanno a trincerarsi dietro il Mistero della fede.

L’ho già detto più e più volte: «Mistero della fede» è una sintesi di «Non capisco ma credo» o, in forma meno elegante, «Vedo da solo/a che è una stronzata, ma credo comunque che sia vera». Giustappunto il fallimento di ogni pretesa di razionalità.

Choam Goldberg


Qui sotto trovi la possibilità di commentare quest’articolo. Per farlo, devi
1. confermare che sei ateo/a,
2. essere consapevole che, se menti, stai commettendo il gravissimo peccato di apostasia,
3. aspettare che il commento sia approvato dall’admin.
L’approvazione dei commenti dipende dall’insindacabile e inappellabile giudizio dell’admin. Se vuoi saperne di più a proposito dei commenti, puoi consultare le FAQ.
Inoltre puoi commentare gli articoli e i post nel Gruppo Facebook de L’Eterno Assente, se ti iscrivi al Gruppo dopo aver risposto a una semplice domanda.


Potrebbero interessarti anche gli articoli di questi Percorsi:
(A)teologia
Cattolicesimo
Coerenza
Cristianesimo
Fede
Teodicea


Potrebbero interessarti anche i video di questi Percorsi:
(A)teologia
Cattolicesimo
Coerenza
Cristianesimo
Fede
Teodicea

PDFPrint

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *