Spiritualità orizzontale

Sono atea e rivendico la dimensione della spiritualità come patrimonio dell’essere umano e non delle religioni.


Si fa presto a dire «spiritualità». Ed è un attimo confonderla con «religiosità». Meglio evitare, quindi. Ma Susanna Labirinto, teologa atea, non è d’accordo: possiamo – dobbiamo – riappropriarci di una parola.


La spiritualità non è appannaggio delle religioni. Non si è atei «ma» spirituali: se si ritiene di aver voglia di sottolineare la propria personale attenzione alla dimensione spirituale del proprio personale modo di guardare la vita, si deve poter dire che ci si ritiene «spirituali» senza dover specificare «ma non religiosi». Questo in teoria.

In pratica, come dice Choam Goldberg citando Jerry Coyne: «Nel momento stesso in cui tu dici di essere spirituale, le persone automaticamente cominciano a pensare che tu sei religioso». Chi sono le persone che cominciano a pensare così? Ci viene da dire: «Tutti». Ma sappiamo che non è mai «tutti».

È una questione di Semantica storica.

Ci interessa studiare l’evoluzione storica del significato, cioè dell’oggetto o dell’idea, oppure del significante, ossia della parola? Nel primo caso ci occupiamo di Storia delle idee, che si occupa dell’evoluzione del modo di «chiamare» la stessa «cosa». Nel secondo invece di Semantica diacronica (o storica, in tedesco Historische Semantik, in inglese Historical Semantics), che si concentra sul modo in cui la medesima parola – nel nostro caso «spiritualità» – cambia nel tempo accezioni e sfumature, nella letteratura scientifica così come nella percezione della persona comune.

Se nella percezione diffusa – definiamo così la sensazione che per lo più abbiamo noi tutti, almeno noi che ne stiamo parlando – definirsi spirituali è associato all’essere religiosi – nel caso degli atei, tanto da doversi «scusare» oppure da dover inserire il «ma» tra ateismo e spiritualità –, ciò dipende dal fatto che siamo assuefatti, per così dire, al tandem «spiritualità religiosa».

In linguistica si studiano i rapporti tra le parole in un composto. «Treno merci», «caffè latte», e «cuore infranto» nascono dall’accostamento di parole che da sole hanno un significato, ma insieme ne producono un altro. Non solo: un treno merci è e rimane un treno, con la specificazione di ciò che trasporta, mentre un cuore infranto non è un muscolo rotto ma una metafora per definire un sentimento. Il composto risulta dall’interazione dei costituenti, uno dei quali può avere un’importanza particolare e determinare il significato complessivo fino ad allontanarlo dalla semplice somma dei significati. Ad esempio in «colletto bianco» e in «cuore infranto» l’aggettivo non è una semplice variabile da attribuire al nome.

Questo ragionamento, preso da studi linguistici ormai consolidati, ci autorizza a utilizzare un’espressione, che propongo ma che non è lessicalizzata: «spiritualità orizzontale». È la definizione di qualcosa che non necessariamente è un sottoinsieme della categoria «spiritualità religiosa». L’assenza di fondamento nella trascendenza comporta che i due termini uguali («spiritualità») possono e devono essere decodificati come qualcosa di diverso, proprio come un «cuore infranto» e un «cuore sano» non sono riferibili allo stesso ambito semantico.

Ecco: gioco con le parole per rivendicare un diritto.

La mia spiritualità, che è una parte di me in quanto essere umano, è orizzontale e non verticale: non ho alcun bisogno di un riferimento trascendente. Sono fermamente convinta che non ci sia alcuna divinità, né peraltro ne sento alcun bisogno. Mi piace però parlare di momenti e di spazi della vita delle persone in cui ciò che accade non è magico, non è frutto di una spiegazione non razionale, è semplicemente afferente a una sfera di me che, benché completamente aderente alla mia carne, credo proprio riguardi il mio spirito. Non mi rifaccio a filosofi o a linguisti: nella percezione che io e molte persone abbiamo di questi momenti e di questi luoghi, fisici o metaforici, ci sta benissimo la definizione di spirituale. E non vedo perché ci devo rinunciare per non sembrare religiosa.

Un esempio, per concludere. Quando Suzanne «Occhi Pazzi» Warren, nella quinta stagione di «Orange Is the New Black», crea uno «spazio sacro» per l’amica morta, non spiega a quale orizzonte epistemologico o filosofico si sta ispirando: esclude qualcuna e permette a qualcun’altra di entrare. Chi sta dentro non conferisce alla nozione di sacro lo stesso senso. Noi che stiamo dall’altra parte dello schermo non conosciamo le posizioni di tutti i personaggi in merito alla religione o alla spiritualità, così come non necessariamente sappiamo tutto delle persone con cui ne possiamo parlare nella vita quotidiana. Nella finzione accade questo: la forza che ciascuna delle detenute prende dall’appartenenza a quello spazio sacro viene utilizzata per scopi diversi. C’è chi crede che riuscirà a invocare lo spirito dell’amica, chi avrà il coraggio di fare una battaglia per i diritti civili eccetera. Nella vita reale la «traduzione» di questa immagine è altrettanto interessante: chi ha visto la scena avrà un’interpretazione soggettiva e con esiti inevitabilmente diversi da quelli di altri spettatori. La percezione di quello come un momento di spiritualità è forse l’unico elemento comune.

Infine un sogno: se avessi tanti soldi mi comprerei e gestirei una casa in cui accogliere i viandanti – ché anche il pellegrinaggio, a ben guardare, può essere cosa atea! – che hanno voglia di ragionare sulla vita e sulle relazioni. La chiamerei «Casa della spiritualità orizzontale», assumerei Frank Bass come animatore – dato che io, la mia autenticità, la mia profondità e la mia intelligenza delle cose rischiamo di essere una noia mortale – e organizzerei incontri reali e virtuali per chi vuole vedere. Vedere le cose umane come profonde, con uno spessore insospettato, con una bellezza mozzafiato, con una difficoltà ingiusta e un dolore immedicabile (questo aggettivo non è mio, ma lo amo e ringrazio Giorgio Bassani). Ci aiuteremmo – tutti – a sentirci parte non di un ridicolo disegno divino – basta con queste cazzate! – ma di un mondo che ci sta togliendo e dando. E non sempre andiamo in attivo.

Non sono un animale sociale: sono un animale intelligente e spirituale. Vorrei poter dire «pneumatico», se si potesse seguire l’etimologia, ma ormai mi ci sentirei «asfaltata».

Auguro a tutti di esercitarla, la spiritualità di cui siamo fatti. Orizzontale.

Susanna Labirinto


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2 pensieri su “Spiritualità orizzontale

  1. Non c’è bisogno della nozione della spiritualità per descrivere i momenti di cui si parla nell’articolo: basta e avanza la parola “psiche”

  2. Direi invece che la parola “spirituale” abbia già in sé un vuoto di significato, è già una pretesa di un’esistenza completamente fantasiosa

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