Risorto? Ma va’ là! – 2/4

Solo le fonti cristiane parlano con dovizia di particolari della risurrezione di Cristo. Ma sono affidabili?


Abbiamo visto che nelle fonti non cristiane Gesù è citato alcune volte, sebbene ad almeno alcuni decenni di distanza dalla sua morte e solo come fondatore di una nuova setta religiosa. Possiamo quindi concludere che questa figura ha qualche fondamento storico reale. Però l’unica traccia della risurrezione di Cristo, vale a dire l’evento fondante di tutto il cristianesimo, si trova nel «testimonium flavianum», risalente alla fine del I secolo. Nondimeno è una traccia quasi sicuramente apocrifa. Per il resto, niente di niente. Perciò dobbiamo rivolgerci alle fonti cristiane più antiche: gli apocrifi e il Nuovo testamento. Ma subito ci scontriamo con un problema: come dobbiamo leggerli?

Abbiamo due possibilità. La prima: prendiamo le fonti per buone a priori, perché sono «parola di Dio». E Dio non spara cazzate, non racconta frottole, non trae in inganno. Agendo così abbandoniamo però il terreno della razionalità. La seconda: le leggiamo e le studiamo con spirito critico. Ed è proprio quello che faremo.

Il primo fatto che salta subito all’occhio è la quantità di insanabili contraddizioni fra le fonti. Non si capisce se Gesù nacque a Nazareth o a Betlemme. Non è chiara la sua ascendenza. Secondo il Vangelo di Luca ci sono 43 generazioni fra lui e Davide, secondo quello di Matteo soltanto 28. Se ci limitiamo ai soli Vangeli canonici, troviamo versioni differenti e contraddittorie dei grandi eventi della vicenda di Cristo, compreso quello fondamentale: la risurrezione.

Eppure i cristiani considerano questi documenti fonte di verità. E anche di Verità. Una verità storica e una Verità spirituale. Facciamo allora un piccolo esperimento mentale: mettiamoci nei panni di uno storico che non sappia nulla di Cristo e che, per ricostruire i fatti, abbia a disposizione soltanto le fonti cristiane. Ebbene, di fronte a una documentazione così tarda rispetto agli eventi descritti, così faziosa e tendenziosa, così manipolata nei secoli, così incoerente al proprio interno, dovremmo concludere che sì, il personaggio centrale della vicenda ha una radice storica reale in qualche profeta apocalittico palestinese, ma in seguito è stato trasformato in una figura leggendaria della quale ben poco si può dire di sicuro. Soprattutto nulla si può concludere riguardo all’evento fondante della religione costruita intorno a lui: la risurrezione, appunto. Che non solo è assurda sul piano scientifico, ma è del tutto priva di prove e argomenti per qualsiasi storico serio e razionale.

Noi comunque vogliamo occuparci anche delle fonti cristiane. Vogliamo capire da dove arrivano, come si sono formate, che cosa dicono, che valore hanno per giustificare la realtà storica della risurrezione di Cristo. Per non farla troppo lunga, non affronteremo la questione dei testi apocrifi, che peraltro per la maggior parte dei cristiani non sono neppure «parola di Dio», e ci occuperemo soltanto del materiale cosiddetto «canonico». Se poi qualcuno pretenderà di usare qualche testo apocrifo come argomento a favore della risurrezione, la nostra risposta sarà semplice: se è tanto importante, perché quel testo non è diventato canonico?

Prova a chiedere al credente quadratico medio qualche informazione sul Nuovo testamento. Avrai una sorpresa: ben pochi lo hanno letto. La maggioranza ne sente leggere qualche brano durante le funzioni religiose, possiede modeste reminiscenze dal catechismo infantile, ricorda qualche massima, ne ha una copia in casa. Ma leggerlo? Leggerlo no, che palle! E proprio a causa di questa crassa ignoranza l’opinione più diffusa è che quel libro lì, anzi quell’insieme di libri lì sia comparso nelle comunità cristiane subito dopo la morte di Gesù. E invece…

Invece, per giungere alla prima versione del canone neotestamentario così come lo conosciamo oggi, dobbiamo arrivare al IV secolo inoltrato. Prima di allora è un casino. Certo, nelle comunità cristiane circolano molti documenti. Ci sono atti, lettere, memorie, apocalissi, protovangeli, commenti, detti di Gesù, martirologi, apologie e anche trattati contro le eresie. Infatti fin da subito i cristiani iniziano a litigare sull’interpretazione del messaggio evangelico. E a maledirsi fra loro, come loro consuetudine da sempre. Ma di fatto all’inizio manca un canone.

Qualcuno ci prova: Marcione, per esempio. Costui lascia Sinope, in Asia Minore, e arriva a Roma nel 140. Fa una donazione generosa alla comunità locale e si impegna nell’insegnamento della dottrina. O meglio della sua personale interpretazione della dottrina. Difatti il pensiero marcionita è dualista e in questo precorre il manicheismo: c’è il Dio degli ebrei, quello geloso e vendicativo, e c’è il Dio di Gesù, quello amorevole e misericordioso. Marcione raccoglie un canone evangelico composto da 10 epistole di Paolo e da una versione del Vangelo di Luca. Risultato: eresia, eresia! Nel 144 scomunica per Marcione, che si ripiglia i soldi, fugge e ripara in Asia Minore, dove fonda una comunità marcionita che arriverà fino al V secolo.

Problema risolto? Niente affatto. Proprio l’eresia marcionita, insieme alla frammentazione della comunità cristiana in gruppuscoli e conventicole, rende palese il problema del testo di riferimento: bisogna mettere ordine in quel bordello di dicerie e documenti e stabilire che cosa va preso sul serio e che cosa no, che cosa può essere letto durante i riti e che cosa no, che cosa può essere usato come fondamento delle riflessioni teologiche e morali e che cosa no. Insomma serve un canone uguale per tutti i cristiani. Tuttavia c’è il solito problema: la comunità è una specie di zoo in cui ogni bestia fa il suo verso. Ne seguono anatemi, scissioni, scomuniche, scazzi memorabili, vaffanculi reciproci, varie ed eventuali. Per arrivare infine ad Atanasio di Alessandria, vescovo, teologo e dottore della Chiesa.

Nel 367 Atanasio invia una lettera pastorale alle Chiese d’Egitto, nella quale stila l’elenco dei libri da considerare Sacre scritture. Perciò sono trascorsi quasi tre secoli e mezzo dalla morte del fondatore della nuova religione. Siamo già ben oltre il Concilio di Nicea, che è tutto dire. Nel V secolo Girolamo traduce l’Antico testamento in latino, che viene aggiunto all’elenco di Atanasio. Per arrivare al presente e al Nuovo testamento così come lo conosciamo oggi: 4 Vangeli canonici, gli Atti degli apostoli, 21 Lettere di autori varî e a chiudere l’Apocalisse di Giovanni. Parola di Dio, nel senso che gli autori erano ispirati da Dio. La dobbiamo prendere sul serio?

La ricerca razionale e critica sul Nuovo testamento comincia a svilupparsi nel XVIII secolo: non a caso il secolo dei Lumi, delle moderne critiche alla religione e dell’emancipazione del pensiero umano dai dogmatismi. Oggi la letteratura è molto vasta e approfondita e gli studi fanno ampio uso di tecniche archeologiche, paleografiche, filologiche, esegetiche. Scoprendo così con certezza che anche i documenti più antichi del canone neotestamentario sono comunque molto lontani nel tempo dagli eventi descritti. Altro che «subito dopo la morte di Gesù».

Ci sono anzitutto le Lettere di Paolo: siamo fra il 55 e il 65, cioè più di 20 anni dopo la risurrezione. Inoltre teniamo presente che Paolo non ha mai conosciuto Gesù di persona, non era presente ai fatti, si limita a riferire cose raccontate da altri. D’altro canto solo alcune delle Lettere sono davvero sue: la paternità delle altre è controversa e la stessa Chiesa cattolica ammette che alcune sono apocrife. Cominciamo bene…

Ma non c’è solo Paolo: ci sono pure Marco, Matteo e Luca. Ovvero gli autori dei tre Vangeli sinottici. La Chiesa li definisce così perché, pur con parecchie differenze fra loro, seguono la stessa successione degli eventi nella vicenda terrena di Cristo. E spesso usano le stesse, identiche parole, a dimostrazione di una forte dipendenza reciproca. In particolare, è dimostrato che il Vangelo di Marco influenza quelli di Matteo e di Luca. Tuttavia in Matteo e in Luca ci sono elementi comuni assenti in Marco. Per spiegare questo fatto, fin dall’inizio dell’Ottocento gli studiosi hanno suggerito l’esistenza di un’altra fonte, la fonte Q (da Quelle: «fonte» in tedesco), che li avrebbe influenzati tutti e tre ma lasciando in Matteo e in Luca tracce non presenti in Marco. Che fine ha fatto la fonte Q, se mai è esistita? Boh. È scomparsa nel giro di qualche decennio. Tant’è che nessuno la cita mai in modo esplicito. Nondimeno, sulla base della ricostruzione a partire dai Vangeli, si può concludere che nella fonte Q non ci fossero né la nascita di Gesù, né la scelta dei discepoli, né la crocifissione né, soprattutto, la risurrezione.

Comunque c’è poco da star qui a farsi le pippe mentali su una fonte perduta: quel che abbiamo di concreto sono i tre Vangeli sinottici, quello di Giovanni e gli Atti degli apostoli. Lì dentro si raccontano la vita e soprattutto la morte e la risurrezione di Cristo.

Dei tre sinottici, il Vangelo di Marco è il più breve e più antico, poiché viene scritto fra il 65 e il 70. Marco è un ebreo, ma non ha conosciuto Gesù di persona ed è diventato cristiano come seguace dapprima di Paolo e in seguito di Pietro. Nel proprio Vangelo, Marco sottolinea il messianismo di Cristo.

Matteo scrive il Vangelo poco dopo Marco: intorno all’80. Ed è proprio quel Matteo lì, l’apostolo di Gesù, secondo la Chiesa cattolica. Ma non secondo i critici nostri contemporanei, che attribuiscono il Vangelo di Matteo a un cristiano di Antiochia. Come Marco, anche lui racconta per sentito dire, perché non aveva assistito di persona ai fatti. Sul piano dei contenuti, il Vangelo di Matteo si allinea con l’ebraismo dell’epoca.

Di Antiochia è anche Luca, un medico seguace di Paolo. Pure lui scrive poco dopo Marco: fra il 75 e l’80. In più, scrive gli Atti degli apostoli. Nel proprio Vangelo, che è il più lungo, dedica un’attenzione particolare ai problemi sociali, alla condizione femminile, alla povertà.

Poi c’è quel mattacchione di Giovanni, l’apostolo. Che il Vangelo, risalente a non prima del 95, sia proprio suo lo narra la tradizione. Infatti secondo la critica contemporanea dietro questo testo ci sono molte mani della comunità efesina, che attingono a narrazioni accumulatesi nei 60 anni precedenti. Di sicuro si differenzia molto dai tre sinottici, sia per lo stile sia per i contenuti. In particolare, è molto più interessato alle questioni teologiche che a quelle terrene.

Infine ci sono gli Atti degli apostoli, contemporanei del Vangelo di Marco e frutto della stessa mano di chi scrisse il Vangelo di Luca.

Finora abbiamo parlato di questi antichi testi come se ne possedessimo una versione unica, unitaria, chiara, indiscutibile e riconosciuta in modo unanime da studiosi, biblisti, teologi, esegeti e quant’altro. D’altronde questa è la convinzione del credente ingenuo che prende in mano il Nuovo testamento, magari nell’edizione della Conferenza episcopale italiana o in qualche versione concordata con altre confessioni cristiane: quello è il Vangelo, what else? Ah ah.

Purtroppo per il povero bigotto, le cose non stanno affatto così: in verità, in verità vi dico che ci sono quasi 6’000 manoscritti diversi, che vanno dai brevi frammenti fino alle edizioni complete e che coprono l’arco temporale fra il II e il XVI secolo. Di questi testi ci sono arrivate, dopo molti secoli, tante versioni diverse, poi differenziatesi ancora nelle traduzioni dagli originali, poiché ogni parola può essere tradotta in parecchi modi e ciascuna può veicolare una sfumatura semantica diversa. D’altronde gli stessi manoscritti originali sono stati modificati dai copisti, anche con mano pesante. Abbiamo versioni con aggiunte e altre con mancanze. I motivi sono due e sono ovvi: da un lato gli errori di trascrizione non intenzionali e dall’altro le manipolazioni deliberate e determinate dall’intento di confermare con i testi evangelici le posizioni teologiche di chi copiava o faceva copiare i manoscritti. Si riscontrano perciò modifiche eseguite per criticare gli ebrei e i pagani, ma pure per opporsi all’eresia ebionita, a quella docetista, a quella gnostica.

Ora possiamo fare il punto su quanto sappiamo fin qui delle fonti cristiane. Anzitutto sono, appunto, cristiane, ossia scritte dai seguaci di Gesù Cristo. Dunque sono faziose e già solo per questo motivo andrebbero considerate con estrema cautela. Poi sono tarde: nel migliore dei casi, risalgono per lo meno a 20-25 anni dopo gli eventi narrati. In realtà in gran parte sono molto successive. Inoltre i loro autori non furono testimoni dei fatti e non conobbero Gesù. E ancora: sono arrivate a noi in tante diverse versioni, manipolate per almeno 14 secoli per errore o in modo deliberato. Infine c’è il contesto dal quale sono emersi questi testi: una società e una cultura in cui era diffuso il pensiero magico e molti fenomeni naturali venivano interpretati come se fossero di origine divina. Orbene, sulla base di questi documenti ci viene chiesto di considerare come un fatto reale, anzi come il fatto più importante di tutta la Storia umana, la risurrezione di Gesù Cristo dalla morte.

Ma ha senso?

(2/4 – continua)

Choam Goldberg

«Adesso che mi ci fai pensare… Vediamo, Matteo, Luca, Marco e Giovanni sono una banda di buontemponi che si riuniscono da qualche parte e decidono di fare una gara, inventano un personaggio, stabiliscono pochi fatti essenziali e poi via, per il resto ciascuno è libero e poi si vede chi ha fatto meglio. Poi i quattro racconti finiscono in mano agli amici che cominciano a sdottorare, Matteo e abbastanza realista ma insiste troppo con quella faccenda del messia, Marco non è male ma un po’ disordinato, Luca è elegante, bisogna ammetterlo, Giovanni esagera con la filosofia… ma insomma i libri piacciono, girano di mano in mano, quando i quattro si accorgono di quello che sta succedendo è troppo tardi, Paolo ha già incontrato Gesù sulla via di Damasco, Plinio inizia la sua inchiesta per ordine dell’imperatore preoccupato, una legione di apocrifi fanno finta di saperla lunga anche loro… toi, apocryphe lecteur, mon semblable, mon frère… Pietro si monta la testa, si prende sul serio, Giovanni minaccia di dire la verità, Pietro e Paolo lo fanno catturare, lo incatenano nell’isola di Patmos e il poveretto incomincia ad aver le traveggole, vede le cavallette sulla spalliera del letto, fate tacere quelle trombe, da dove viene tutto questo sangue… E gli altri a dire che beve, che è l’arteriosclerosi… E se fosse andata davvero così?»
– Umberto Eco, Il pendolo di Foucault

(Foto: Tetraktys)


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