Oh, Cristo!

Ma quale? Certo non quello del Nuovo testamento.


Nessuno studioso serio ha più ragionevoli dubbi sul fatto che Gesù sia esistito veramente: ecco, l’ho detto. E così mi sono giocato la benevolenza di Franco Tommasi, che rileva come questa «excusatio non petita», tanto reiterata nei saggi su Gesù, lasci intuire negli autori una certa – come dire? – insicurezza, va’. A mia giustificazione, se non altro, testimonia il mio ateismo proclamato e rivendicato.

Lo ammetto: non solo non mi piace discutere con i credenti perché sono stufo di sentirmi ribadire sempre le solite cazzate, ma soprattutto non mi piace discutere con i cristiani della loro fede, che è una delle più idiote sulla piazza. Se si parla del loro Dio, preferisco sfoderare subito l’artiglieria pesante e usare l’argomento definitivo: la teodicea. E morta lì. Tuttavia i cristiani hanno la sgradevole abitudine di replicare con il loro prezzemolo sparso ovunque, pertinente o meno che sia: la peculiarità della fede in Cristo, diversa da ogni altra perché fondata su un Dio che si fa uomo per amore delle sue creature, che da quelle creature si fa uccidere per sperimentare e condividere l’estrema sofferenza e che alla fine dimostra la sconfitta della morte risorgendo. Ora, a osservarla anche solo in modo sbrigativo, questa cosa del Dio morto e poi risorto appare subito per la boiata che è: incoerente, contraddittoria, assurda, per nulla risolutiva del problema della sofferenza innocente. C’è però un altro sistema per demolirla: mostrare che non ha alcun fondamento. In breve: non c’è alcuna ragione per credere che il tizio di cui parla il Nuovo testamento sia Dio e sia risorto.

Di solito noi, atei un po’ ignoranti e superficiali, non ci avventuriamo nella critica alle Sacre scritture cristiane poiché supponiamo che in 20 secoli ogni ipotesi sia stata contemplata e studiata e sviscerata prima di noi da persone molto intelligenti e molto colte. Persone molto più intelligenti e molto più colte di quanto potremo mai essere noi. Esistono prestigiosi e antichi istituti dedicati solo alla ricerca biblica, con cattedre universitarie, professori autorevoli, riviste accademiche, congressi internazionali. Quando leggiamo le Sacre scritture, in noi atei sorge subito il sospetto che, fra nefandezze orribili e contraddizioni insanabili, esse siano miti primitivi e leggi barbare prodotti da gente ignorante vissuta in epoche lontane e assai poco razionali. Però non ci azzardiamo, non ci permettiamo: chi siamo noi per sospettare che i più esimi biblisti e i più insigni teologi non abbiano studiato, soppesato, confrontato, scandagliato con il massimo scrupolo e rigore razionale ogni testo, ogni variante, ogni traduzione? Vorremo mica farci prendere pure noi dalla Dunning-Kruger e diventare, come i virologi-fai-da-te, dei biblisti-fai-da-te, giusto? Rischiamo di essere zittiti dalla cultura smisurata di chi quelle Scritture le studia da una vita. Rischiamo di fare una gran figura di merda. Sicché zitti e muti, eh. Sia mai.

Eppure qualcuno si azzarda. Come Franco Tommasi. Lo fa senza preconcetti religiosi, per pura curiosità e guidato soltanto dalla razionalità. Non ha titoli accademici prestigiosi nel settore degli studi biblici – ne ha altrove, ma qui non c’entra – però legge tanto, si documenta tanto, va a compulsare le fonti. Non è un pirlottone Dunning-Kruger qualsiasi: le sue fonti non sono Google o YouTube, bensì i tomi degli autori più importanti. Bultmann. Ehrman. Meier. Brandon. Gente coi cazzi e i controcazzi. Meglio ancora: gente in gran parte di estrazione cristiana, perciò non sospettabile di pregiudizio ateista e laicista. E poi ci racconta che cos’ha scoperto considerando gli argomenti degli uni e degli altri.

Noi, atei un po’ ignoranti e superficiali, leggiamo e trasecoliamo. Anzitutto constatiamo che la nostra impressione iniziale – appunto il sospetto che, fra nefandezze orribili e contraddizioni insanabili, le Scritture siano miti primitivi e leggi barbare prodotti da gente ignorante vissuta in epoche lontane e assai poco razionali – sarà anche stata sbrigativa, però era corretta. Ma poi soprattutto scopriamo che tutta quella tradizione di studi biblici professionali, con cattedre, professori, riviste e congressi, era tutto fuorché scrupolosa e razionale, bensì inquinata dal pregiudizio confessionale. In sintesi: le Scritture sono Parola di Dio e tutto dev’essere letto e interpretato in funzione di questo dogma. Ché se rinunci al dogma viene giù tutta la baracca e si disvela il cumulo di cazzate. Ops.

Quasi tutta l’esegesi biblica cristiana – anche quella accademica, anche quella più prestigiosa e in apparenza autorevole – è bacata alla radice dalla premessa fideista: Gesù era Dio ed è morto ed è risorto. Perciò tutta la lettura e tutta l’interpretazione deve – deve! – essere resa compatibile con la premessa. Questo – è palese – è un atteggiamento scorretto e irrazionale: l’onestà intellettuale esige che, pur partendo da alcune ipotesi di base, l’indagine possa condurre ovunque, anche alla confutazione delle ipotesi. Difatti l’esegesi biblica che non è bacata arriva proprio lì: la narrazione evangelica non è per nulla affidabile sul piano storico, del Gesù storico si può dire poco o niente, la conclusione più verosimile è che, sulla base di una figura reale, sia poi stata edificata un’enorme sovrastruttura mitologica. Altro che Dio morto e risorto.

Tutto questo – va da sé – nemmeno sfiora il gregge. I credenti prendono per buono tutto quanto c’è scritto nel Nuovo testamento. Genuino. Veritiero. Storico proprio. E i preti e i pastori e i pope glielo lasciano credere. È vero: alcune contraddizioni sono clamorose. Però non importa: il sacerdote dirà che sono libri antichi e che in quell’epoca non si stava tanto a guardare alla coerenza. Nulla di cui preoccuparsi. Meglio invece – molto meglio! – pescare dal Nuovo testamento qualche frase edificante o qualche parabola istruttiva, senza troppo questionare non solo sui dettagli, ma proprio sul reale fondamento storico di quel che sta scritto. Davvero Gesù ha detto così? Chissenefrega: ciò che conta è il fatto – un fatto storico! – a fondamento della fede, ossia la risurrezione di Cristo e la sconfitta della morte, «e più non dimandare». Ché far troppe domande è indizio di poca fede e non è azione gradita a Dio.

Ma i preti stessi – quanto meno quelli non sprovveduti – sanno che le cose non stanno affatto così e che dentro le Sacre scritture ci sono magagne enormi. Fino all’illuminismo hanno potuto reprimere ogni dissenso ma, quando la gente ha cominciato a pensare con la propria testa e ci ha preso gusto, era inevitabile che anche le Sacre scritture finissero sotto la lente dell’indagine razionale, senza pregiudizi né dogmi di fede. Indagine dalla quale esce un risultato molto chiaro: della figura storica che ha dato origine al personaggio evangelico Gesù detto Cristo si può dire con ragionevole sicurezza poco, anzi pochissimo, anzi quasi niente. Di certo non si può dire tutto quello che sta scritto nel Nuovo testamento e men che meno quello che le Chiese cristiane hanno detto dopo.

In questo saggio non recentissimo – è del 2014, e accidenti a me che l’ho scoperto solo ora e grazie al solito follower Simone che me lo ha consigliato – Franco Tommasi contempla alcuni grossi problemi del Nuovo testamento, fra contraddizioni, incoerenze, carenza di fonti non cristiane, e poi va a vedere come hanno provato a risolverli i più qualificati e rispettati studiosi delle diverse scuole: da quelli che privilegiano il Gesù apocalittico fino agli altri che preferiscono il Gesù sapienziale, dai cristiani moderati che considerano Gesù il Figlio di Dio fino a chi vede Gesù come un ribelle anti-romano, per arrivare fino ai miticisti per i quali il Gesù storico non corrisponde (quasi) ad alcuna persona reale. I soli che Tommasi sbologna in una paginetta stitica perché indegni di ulteriore considerazione sono i fondamentalisti, per i quali il Nuovo testamento va interpretato alla lettera. Non potremmo essere più d’accordo con lui. Di tutti, Tommasi evidenza gli argomenti solidi e le debolezze. Nel suo argomentare, spiegare, citare, documentare, è lucido e consequenziale. Quando azzarda un’ipotesi un po’ traballante, non ha difficoltà nell’ammetterne i limiti.

Alla fine della lettura rimane una ragionevole certezza: sulla base della letteratura cristiana, niente di sicuro si può affermare sul personaggio storico che diede inizio a tutto. Che fosse apocalittico o sapienziale, anti-romano o del tutto inventato, a noi poco importa: di fatto non era quello che i cristiani hanno sempre preteso che fosse, cioè Dio fattosi uomo, morto e risorto. Quindi, se non era Dio, se non è risorto, tutto il cristianesimo è una colossale presa per il culo, la più clamorosa fake news della Storia umana. Non lo diciamo noi, ateacci fetenti, bensì Paolo di Tarso.

Noi dunque predichiamo che Cristo è risuscitato dai morti. Allora come mai alcuni tra voi dicono che non vi è risurrezione dei morti? Ma se non c’è risurrezione dei morti, neppure Cristo è risuscitato! E se Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore. Anzi finiamo per essere falsi testimoni di Dio, perché, contro Dio, abbiamo affermato che egli ha risuscitato Cristo. Ma se è vero che i morti non risuscitano, Dio non lo ha risuscitato affatto. Infatti, se i morti non risuscitano, neppure Cristo è risuscitato. E se Cristo non è risuscitato, la vostra fede è un’illusione, e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche i credenti in Cristo, che sono morti, sono perduti. Ma se abbiamo sperato in Cristo solamente per questa vita, noi siamo i più infelici di tutti gli uomini.
– 1 Corinzi 15,12-19

Se poco si può dire del Gesù storico, molto si può dire invece sulle azioni dei suoi seguaci nei secoli successivi. Che, come Tommasi argomenta in maniera molto convincente, si sono spensieratamente dedicati alla invenzione, alla falsificazione, alla interpolazione, alla traduzione manipolatoria in funzione di tesi pregresse e pregiudizi ideologici e/o religiosi. A ciò si aggiunga la diffusione di una visione magica del mondo e di una propensione alla credulità e all’accettazione acritica del soprannaturale. Ed ecco il prodotto finale: il Nuovo testamento così come i bigotti lo prendono per buono, come se fosse davvero «Parola di Dio».

Il cristianesimo può sopravvivere senza il Gesù storico? Qualcuno direbbe di sì, se si considera il Gesù del Nuovo testamento come una figura mitica ma positiva. Insomma un’invenzione, ma un’invenzione ispiratrice di comportamenti morali. È il Piano B di Marcus Borg, citato da Tommasi. Allora si sarebbe potuta fondare una religione sul Mago Merlino o su Robin Hood, ma le circostanze storiche hanno voluto che fosse fondata su un oscuro predicatore ebreo nella Palestina del I secolo d.C. Io però non considero affatto il Gesù del Nuovo testamento come una figura mitica ma positiva. Anzi. E men che meno i suoi seguaci. Nondimeno magari il Gesù storico era meglio di quello mitico? Magari magari? Eh?

No. Da quel poco, pochissimo che se ne può capire, il Gesù storico era pure peggio di così, come spiega Tommasi:

È vero, sentiamo di condividere pienamente i suoi sentimenti per le sofferenze del popolo ebraico e la sua sacrosanta indignazione per la violenta e rapace oppressione romana. Ma egli incarna un’idea di religione lontanissima dalla nostra sensibilità. L’ingenua fede nell’intervento divino, caratteristica del Gesù storico che crediamo più probabile, è intrisa di integralismo, etnocentrismo e fanatismo. Proprio di quei tratti che, al nostro tempo, fanno delle religioni (si noti: di quelle abramitiche in particolare) una delle più serie minacce alla pace mondiale.
Suscita un sorriso amaro il pensiero che molte delle accuse feroci e in gran parte ingiustificate che per secoli i cristiani hanno scagliato sugli ebrei potrebbero esser rivolte – con motivazioni decisamente più solide – proprio al loro Gesù, al Gesù della storia. E, forse, ancor di più, al modo in cui essi stessi ne hanno difeso e utilizzato l’immagine, radicalmente distorta, prodotta dalla loro fede.

Prevengo l’obiezione dei credenti: «Vabbe’, ma, se non si può affermare che il Nuovo testamento prova che Gesù è risorto, non si può nemmeno dimostrare il contrario! Gesù potrebbe essere risorto davvero!». Cioè sempre la solita solfa: «Noi credenti non possiamo dimostrare che Dio esiste, ma nemmeno voi atei potete dimostrare che Dio non esiste!». E alla solita solfa si oppone il solito argomento: il rasoio di Occam. Ovvero: l’onere della prova spetta a chi afferma qualcosa, non a chi la nega. Esistono prove cogenti della risurrezione di Gesù? No? E allora ciaone.

Questo significa forse che dobbiamo buttare il Nuovo testamento nel cesso? Che neanche vale la pena leggerlo? Ovviamente no. Non racconta quasi nulla di storicamente fattuale e il suo personaggio principale non è una brava persona. Se fosse un romanzo o una sceneggiatura fantasy, avrebbe una trama piena di buchi e di contraddizioni e gli servirebbe un editing con mano pesantissima. Tuttavia resta un fatto: in alcuni episodi, estrapolati dal resto, il protagonista è una figura affascinante, molto umana, nella quale è possibile riconoscersi anche accettando, con la classica sospensione dell’incredulità richiesta a chi legge un’opera di finzione, l’ipotesi che sia Dio fattosi uomo. È il caso – giusto per fare un paio di esempi – della sua morte in croce oppure della sua solitudine nell’Orto del Getsemani, quando si fa carico del proprio destino. In generale il Nuovo testamento è la testimonianza di un’epoca, di una cultura, di una sensibilità umane e quindi merita di essere letto. Come meritano di essere letti la Bhagavadgita e il Corano e la Tanakh. «Homo sum, humani nihil a me alienum puto».

Il saggio di Franco Tommasi non è – come qualcuno potrebbe temere – un ponderoso e palloso tomo di esegesi neotestamentaria. Non è una lettura da comodino, però ha uno stile di scrittura scorrevole. Molto apprezzabile il sito di supporto, del quale in particolare ho gradito i link diretti alle citazioni bibliche che, leggendo con un computer o un tablet a portata di mano, portano alle fonti con un clic (peccato che i link arrivino soltanto fino al capitolo 6, mannaggia). Perciò questo libro può senza dubbio essere considerato un inquadramento generale dei problemi e delle correnti, propedeutico alla lettura di altri autori che negli ultimi anni vanno per la maggiore grazie ai loro saggi divulgativi sempre più diffusi fra il grande pubblico, come Ehrman.

Choam Goldberg

F. Tommasi, «Non c’è Cristo che tenga», Manni


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