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Nemmeno un’ipotesi

Ma di sicuro uno strumento di oppressione.


Perciò, ora, una preghiera la rivolgo all’illustre professore: ci sono tante persone come me, che hanno bisogno di conferme, forse di illusione. Professor Parisi non spenga in loro la speranza. Magari è vero che Dio non esiste, ma non lo dica pubblicamente.
– Gabriella Caruso, da «Avvenire»

Queste frasi sono state pubblicate nella rubrica della corrispondenza dei lettori di «Avvenire» alla quale risponde il direttore Marco Tarquinio. Lo spunto è una dichiarazione che nei giorni scorsi ha fatto il giro dei social, dove è stata applaudita dagli atei e criticata dai credenti: «Dio per me non è neanche un’ipotesi». Chi l’ha detta?

La frase è di Giorgio Parisi, neo-Premio Nobel per la fisica, ed è stata pronunciata in un’intervista a «la Repubblica» di più di 10 anni fa, quasi a richiamare la famosa risposta di Laplace a Napoleone: «Cittadino Primo Console, non ho avuto bisogno di questa ipotesi». Sentitosi chiamato in causa, Parisi ha poi scritto ad «Avvenire» ed è stato intervistato da «Famiglia Cristiana» per fare dei distinguo e precisare la propria opinione sulla separazione fra scienza e fede e bla bla bla. Vabbe’. Non è questo che m’interessa. Se Parisi è davvero ateo, buon per lui. Altrimenti anche ‘sticazzi.

No, a me interessa molto di più la lettera di Gabriella Caruso. Che scrive:

Non tutti hanno una fede incrollabile, a volte essa poggia su basi fragilissime. Un genitore che perde un figlio è quasi obbligato a credere per non cadere nella disperazione, anche se a volte la percezione che nulla esista è un’ipotesi messa in conto e allora lo sconforto annienta.
Il professor Parisi è un premio Nobel e tante persone, soprattutto se con un livello di istruzione basso (sempre per via dei sistemi complessi) potrebbero pensare che un Nobel ha sempre ragione. A questa gente, così, toglie qualunque illusione o, per dirla in parole più crude, dà una mazzata in testa, infatti le persone la cui fede vacilla ma che trovano conforto e speranza sapendo che i propri cari vivono una dimensione forse migliore di questa terrena, tornano nel loro buio. Se lo dice Parisi, sarà così. Io sono una di quelle persone, che crede e non crede, che spera, che cerca la sua àncora di salvezza. Forse sono una che non crede, ma vuole credere. Una che Dio lo cerca, che spera di incontrarlo e ci spera ogni attimo.
– Gabriella Caruso, da «Avvenire»

Sorvolo sulle risposte del direttore, riassumibili in una parola: fuffa. Neanche vale la pena occuparsene. È assai più affascinante il pensiero della lettrice. Che afferma due cose.

Anzitutto lei crede in Dio senza esserne certa. E noi diciamo: grazie al cazzo, chi mai può essere assolutamente certo dell’esistenza di Dio? Semmai, considerata la sua impossibilità di fronte al problema della teodicea, si può essere certi della sua inesistenza. Ma vabbe’. Per Gabriella Caruso proprio la sofferenza più grande, cioè la morte di un figlio, invece di dimostrare che è assurda l’ipotesi di un Dio onnipotente e buono, rende necessario crederci per non cadere nella disperazione. Non è un argomento razionale. Non è nemmeno un argomento «di pancia» e neppure un’esperienza interiore ineffabile. No, è solo la precisa, consapevole autoillusione perché l’alternativa sarebbe peggiore.

Sia chiaro: ciascuno reagisce a modo proprio e nessuno può giudicare le scelte altrui finché sono innocue per altri. Per noi credere in una menzogna essendo consapevoli che è una menzogna è sempre ignobile. Per noi. Tuttavia, se Gabriella, per non subire una sofferenza insopportabile, ha bisogno di raccontarsela, chi siamo noi per giudicare? ‘zzi suoi.

Inaccettabile nel discorso di Gabriella è piuttosto la richiesta agli atei di tacere, specie se quegli atei sono autorevoli. Perché? Perché la fede di molti, soprattutto dei semplici, è fragile e delicata. Se qualcuno la mette in crisi, loro rischiano di precipitare nello sconforto. Meglio, molto meglio lasciarli beati a credere nella favoletta. D’altronde lo diceva anche Gesù.

«Se qualcuno fa perdere la fede a una di queste persone semplici che credono in me, sarebbe meglio per lui essere gettato in mare con una grossa pietra legata al collo.
– Marco 9,42

Ecco, no. Questo no. La fede in Dio potrà fornire sollievo e conforto ai semplici travolti dal dolore, però non è solo questo. La fede in Dio è anche – anzi è soprattutto – uno strumento di oppressione. Non ho bisogno di argomentare o di citare Marx e l’oppio e i popoli eccetera. Basta contemplare la Storia umana per constatare quanto la credulità sia stata sfruttata dal Potere per mantenersi e perpetuarsi. Infatti Dio è buono e amorevole e ti farà ritrovare i tuoi cari defunti, ma è pure un giudice spietato e ti schianterà nelle fiamme eterne se non ti sottometti al padrone o al prete. Lo sapeva bene François-Marie Arouet, al quale si attribuisce la (presumo apocrifa, ché non ho trovato la fonte) frase seguente:

Non esiste alcun Dio, ma non ditelo al mio domestico, o di notte verrà a uccidermi.
– Voltaire

Dunque la fede come instrumentum regni e Dio come spauracchio. Perché Dio questo è: uno spauracchio, non solo il consolatore degli afflitti.

L’ho detto: per noi credere in una menzogna essendo consapevoli che è una menzogna è sempre ignobile. Per noi. Ma, se poi quella menzogna diventa uno strumento di potere, crederci è anche complicità nell’oppressione. Per tutti.

Choam Goldberg

(Foto: Sapienza Università di Roma)

Questo articolo è stato ispirato dalle riflessioni della community del server Discord de L’Eterno Assente, fonte (spero) inesauribile di spunti interessanti. Non ringrazierò mai abbastanza la nostra community.


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