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Quale Dio?

L’unico vero: basta nascere nel luogo e nel tempo giusti.


Lo prevedevo: l’articolo di due settimane fa sui miei argomenti preferiti contro l’esistenza di Dio ha sollevato qualche critica. Del resto lo avevo scritto: quei tre sono solo i miei preferiti. È legittimo pensare che altri siano migliori e pure che qualcuno di quei tre sia scadente. In particolare qualche perplessità è nata intorno al terzo argomento: a ogni credente si può far osservare che per lui è stata una bella fortuna nascere proprio dove si adora l’unico vero Dio. Ma che culo, eh?

Nella mia community su Discord mi ha colpito la riflessione di @itacom.

La terza argomentazione la malsopporto, anche perché spesso la ripropongono a me in altri contesti.
Si basa su un ragionamento induttivista: «Se tutte le altre fedi sono puttanate, allora anche quest’altra deve esserlo se è simile alle altre, infatti come le altre dice di essere quella giusta», ma sappiamo che l’induttivismo non ha carattere di necessità, ergo se non mi parli delle idee di quella specifica fede allora stiamo discutendo del nulla.
Noi sappiamo che il cristianesimo è un cumulo di puttanate perché siamo andati nel merito delle varie questioni e le abbiamo affrontate; che non accade con questo tipo di obiezioni, che non vanno nel merito della questione. E se vai nel merito, allora non hai bisogno di quest’obiezione induttivista.
Mi si potrebbe fare un discorso probabilistico: «Se ho incontrato così tante idee e fedi simili a quest’altra, non vuoi mica che pure questa sia una cazzata?». Può essere, ma da sola rimane un’obiezione debole meramente ipotetica, e accompagnata da altre non mi sembra aggiunga chissà cosa.
Io non l’avrei per niente messa tra le 3 argomentazioni più forti contro Dio, ma neanche tra le 30 argomentazioni più forti.
– @itacom

@itacom ha ragione: l’argomento non è affatto cogente. Il credente potrebbe rispondere: «Non è fortuna. Il mio Dio mi ama così tanto da avermi fatto nascere proprio nel luogo giusto». Possiamo smentirlo/a? Possiamo demolire la sua pretesa con la razionalità? Certo che no.

Io continuo però a ritenerlo un argomento interessante e meritevole di considerazione. Infatti ha il pregio di relativizzare la fede: un’azione che i credenti non compiono mai. Ciascuno di loro pensa alla propria credenza come a un’esperienza interiore, una certezza indiscutibile, un dato assodato: Dio è quello lì e basta. Non ho mai sentito i cristiani riflettere in modo spontaneo sul fatto che se fossero nati a Teheran sarebbero stati serenamente musulmani, con la stessa certezza interiore. Ci pensano se qualcuno li costringe a farlo. Dunque non percepiscono la propria adesione a quella precisa religione come un fatto culturale, che sarebbe stato differente se fossero vissuti in una società differente. Acquisire consapevolezza di questa relatività non li convincerà, nondimeno se non altro farà nascere in loro qualche dubbio. D’altronde, se è l’argomento preferito da @Dio in persona, qualcosa vorrà dire, no?

@rust aggiunge una riflessione: la relatività temporale.

Non dimentichiamoci che, per il dio dei cristiani, se non credi in lui finisci all’ inferno, ineluttabilmente. Quindi, se è infinitamente buono, avrebbe condannato tutta l’umanità pre-cristianesimo all’inferno. Così, senza motivo… come se tu oggi possedessi una cura per il neuroblastoma e decidessi di tenerla segreta ancora per qualche anno, senza motivo. Poi un giorno ti svegli e la tiri fuori a caso. Parlare di questo argomento ti offre un’ottima possibilità di tirarne in ballo altri molto più schiaccianti.
– @rust

Verissimo: come la mettiamo con chi non ha potuto accedere alla Rivelazione? Come @rust, penso a chi è vissuto prima di Cristo, ma penso pure a chi è vissuto dopo ma non ha conosciuto il suo messaggio. Tutti fregati? I teologi più aperti e inclusivi diranno che no, che Dio è buono e misericordioso, perciò avrà senza dubbio deciso di salvare anche alcuni pagani, se sono vissuti in modo retto, se sono stati brave persone. Ma che significa? Devono aver rispettato la morale cristiana, seppure in maniera inconsapevole? Ma perché avrebbero dovuto? Forse la morale cristiana è innata? Se è innata, per quale ragione è stato necessario che Dio la rivelasse? Se invece non è innata, possiamo considerare meritevole dell’inferno chi ha seguito una morale differente? I sacerdoti aztechi che, prima dell’arrivo dei conquistadores, in totale buona fede e con la coscienza serena strappavano il cuore ai prigionieri di guerra saranno finiti fra le fiamme eterne per la loro immoralità agli occhi del Dio cristiano? Boh. Resta un fatto: il nostro credente contemporaneo è ha avuto una botta di culo per essere nato non solo nel luogo giusto, ma anche nel tempo giusto.

La relatività delle credenze religiose, con le loro migliaia di dei diversi, incompatibili e spesso gelosi, si riallaccia alla scommessa di Pascal: credere in Dio richiede qualche piccola rinuncia ma assicura la beatitudine eterna, non credere in Dio permette una vita di bagordi ma garantisce la sofferenza eterna, pertanto, soppesando vantaggi e rischi, conviene scommettere sulla fede. Di tutti gli argomenti, è uno dei più stupidi. Anzitutto è un calcolo meschino: se io fossi Dio, a un credente la cui fede ha questo fondamento farei fare il giro della galassia a calci nel culo. Ma soprattutto non è così semplice: non si tratta di scegliere fra Dio sì e Dio no, bensì fra migliaia di dei e l’ateismo. Le opzioni sono innumerevoli, tuttavia soltanto una è quella giusta, se un Dio davvero esiste. Quindi non è fifty-fifty, come Pascal vorrebbe farci credere.

Infine la relatività delle credenze religiose permette di rispondere alla seccante domanda che ci sentiamo porre: «Eh, tu fai in fretta a dirti ateo, ma come la metti se, dopo la morte, incontri Dio e scopri di aver avuto torto e lui ti manda all’inferno perché non hai creduto?». Si crede astuto, il credente, con la sua convinzione di avere la verità, anzi la Verità in tasca, in quanto seguace dell’unico vero Dio. E certo tu, ateo, non puoi essere sicuro che Dio non esista. Ma nemmeno il credente può essere sicuro che Dio sia proprio come lui se lo immagina. Sicché la replica è semplice: «Eh, tu fai in fretta a dirti cristiano, ma come la metti se, dopo la morte, incontri Allah e scopri di aver avuto torto e lui ti manda all’inferno perché non ti sei convertito all’islam, come avresti dovuto fare secondo la sua volontà?». (Com’è ovvio, se l’interlocutore non è cristiano si riadatta la risposta in funzione del suo Dio.)

Choam Goldberg


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