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Un’etica razionale?

Non esiste. Ma anche ‘sticazzi.


Si fa presto a parlare del Bene e del Male. Anche noi, eh. Per esempio parliamo del Male tutte le volte in cui applichiamo l’argomento della teodicea alla demolizione del Dio della tradizione abramitica. Ma che roba è il Male? E il Bene? Eppure dobbiamo definirli, se vogliamo – vogliamo? dobbiamo? – fondare un’etica.

Per i credenti nel Dio abramitico fondare un’etica è facile: il Bene è ciò che Dio vuole, il Male è ciò che Dio non vuole. Basta consultare il Libro sacro per scoprire non soltanto la loro differenza, ma pure la morale, ossia i valori e i comportamenti raccomandati o proibiti da Dio. Ma quale relazione sussiste fra Dio e il Bene? Ovvero: il Bene è Bene perché Dio lo vuole, oppure Dio vuole il Bene perché è Bene? Sembra un gioco di parole, ma la differenza è fondamentale, poiché stabilisce la priorità fra la divinità e l’etica. La stessa domanda, espressa in maniera diversa, la poneva Socrate nell’«Eutifrone»: «il pio è amato dagli dei perché è pio, oppure è pio perché è amato dagli dei?». Le conseguenze delle due alternative sono importanti. Se il Bene è Bene perché Dio lo vuole, allora qualsiasi cosa Dio voglia è Bene. È la teoria del comando divino: si fa così perché Dio dice di fare così, quindi zitti e non rompete i coglioni. Perciò, se Dio comanda di sterminare gli abitanti di una città, comprese le donne e i bambini – e, se ti sembra inverosimile un Dio siffatto, in tutta evidenza non hai mai letto l’Antico testamento –, allora si deve procedere al massacro. Diverso è il caso se il Bene è indipendente da Dio. Allora che me ne faccio di Dio? Perché dovrei aver bisogno di sentirmi imporre da lui comandi e proibizioni? Una volta compreso che cosa è Bene, Dio non mi servirebbe più.

D’altro canto noi sappiamo che Dio non esiste. Non l’ipotesi filosofica del Creatore indifferente, e men che meno la divinità psicopatica e narcisista protagonista dei testi sacri della tradizione abramitica. Nondimanco noi pure dobbiamo munirci di un’etica. Ma aspetta…

…dobbiamo?

Beh, sì: dobbiamo. Di fatto non possiamo farne a meno. Anche «Faccio il cazzo che mi pare senza pormi domande» è un’etica.

Noi, privi di un’etica trascendente, vogliamo un’etica immanente e, se possibile, razionale. Ma – ahinoi – un’etica immanente e pure razionale non c’è. Infatti in Natura non esistono né il Bene né il Male. In Natura esistono solo enti, fatti ed eventi che, a seconda del punto di vista, sono considerati Bene o Male da chi li sperimenta. Il Bene del leone è il Male della gazzella e viceversa, per fare un esempio banale.

Ecco l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani:

Art. 1 – Siamo tutti liberi ed uguali
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
– Dichiarazione universale dei diritti umani

È una legge di Natura? No. Più in generale, i diritti umani esistono in Natura? Manco per niente. Come spiega con chiarezza Yuval Harari, i diritti umani sono una pura e semplice convenzione arbitraria. Va’ un po’ a dire al SARS-CoV-2 che non deve ammazzare nessuno perché, in base all’articolo 3 della «Dichiarazione», «ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona», e vedi che cosa ti risponde.

Pertanto siamo noi umani a definire il Bene e il Male. E in generale lo facciamo mossi da impulsi non razionali.

Un primo impulso è l’empatia. Ogni essere umano cerca di evitare il dolore e di ottenere il piacere. L’empatia ci induce a immedesimarci nell’esperienza della sofferenza altrui e ci spinge ad agire per ridurla: se vedo un bambino che piange, mi sento subito animato dal desiderio di soccorrerlo. L’empatia ha una funzione evolutiva, poiché aumenta le probabilità di sopravvivenza individuali e collettive come specie o comunità o famiglia. Una società in cui gli individui si aiutano l’un l’altro è più sicura e stabile e quindi più solida a fronte dei pericoli naturali. Più in generale, la stessa empatia ci induce a solidarizzare almeno con alcuni animali: si spiega così per quale motivo ci addoloriamo di fronte a un bambino ma anche a un gatto sofferente. L’empatia ci porta a considerare Male qualsiasi fatto o evento procuri dolore a un altro essere senziente.

L’empatia entra in conflitto con il secondo impulso naturale: l’egoismo. L’egoismo ci spinge a minimizzare il nostro dolore e a massimizzare il nostro piacere individuale: mi dispiace per il bambino che piange ma, se sono in ritardo e devo arrivare puntuale a un colloquio dal quale dipenderà il mio nuovo lavoro, me ne sbatto e lo lascio lì a frignare da solo. Peggio ancora: se proprio avessi fretta e fossi molto stronzo, potrei perfino dargli uno spintone per togliermelo dai piedi e guadagnare tempo.

La tensione fra egoismo ed empatia conduce a sviluppare un’etica, dando la priorità all’uno o all’altra, con tutto lo spettro delle possibili sfumature fra «tutto egoismo e zero empatia» e «tutta empatia e zero egoismo». È possibile, in questo spettro, definire un’etica razionale?

No. Non è possibile. Non si può. Ovunque noi fissiamo la nostra scelta nello spettro, non potremo mai dimostrare in modo cogente che essa è «vera». Non «vera», quanto meno, come può esserlo una descrizione scientifica della realtà. Né alcuna descrizione scientifica della realtà ci aiuterà mai nella formulazione di un’etica, come prescrive la Legge di Hume nel «Trattato sulla natura umana»: dall’essere (oggetto di riflessione scientifica) non si può mai ricavare il dover essere (oggetto di riflessione etica). In altre parole: descrizione e prescrizione saranno sempre distinte, separate e indipendenti.

Sto dunque sostenendo che la via dell’egoismo puro, basata sulla sopraffazione senza rimorso dell’individuo su ogni altro essere senziente, è altrettanto degna della via dell’empatia pura, imperniata sull’estremo sacrificio individuale per il benessere altrui? No. Dico semmai che non esiste alcun argomento razionale per privilegiare la seconda rispetto alla prima. Tranne forse uno, ma è razionale per modo di dire.

Se io desidero vivere in una società nella quale sia garantita la sicurezza mia e della mia prole, devo organizzarla in modo che si fondi sul rispetto e sulla solidarietà. Se non aggredisco il mio vicino, se lo aiuto quando sta male, se faccio approvare e rispettare leggi che scoraggino le aggressioni e incoraggino la cooperazione, la vita mia e della mia discendenza sarà più tutelata. Certo, potrei agire per conquistare il potere assoluto, dominare la comunità con la violenza e ottenere la protezione incutendo il terrore, però il prezzo da pagare sarebbe l’incertezza, poiché un rovescio inaspettato potrebbe mutare la situazione e far cadere in disgrazia me e la mia stirpe.

Non mi sento di definire razionale questo argomento in difesa dell’empatia contro l’egoismo. Anche perché, paradossalmente, conduce all’ossimoro di un’empatia interessata, giacché al fondo c’è sempre il tornaconto individuale. Tuttavia non trovo di meglio.

Sicché conviene rassegnarsi e concludere che no, non è proprio possibile costruire un’etica razionale nella stessa maniera in cui è possibile costruire una scienza razionale. Nel capitolo dedicato a Nietzsche della «Storia della filosofia occidentale», Bertrand Russell lo spiega mettendo in scena un dibattito fra il filosofo tedesco e Buddha. E conclude:

«Per conto mio, sono d’accordo con Budda, almeno così come l’ho immaginato. Ma non so come dimostrare la sua ragione con argomenti quali si potrebbero addurre in un problema matematico o scientifico. Non mi piace Nietzsche perché ama la contemplazione del dolore, perché fa un dovere della vanità, perché gli uomini che ammira di più sono dei conquistatori, la cui gloria è basata sulla bravura nel causare la morte degli uomini. Ma credo che l’ultimo argomento contro la sua filosofia, come contro ogni etica spiacevole ma internamente coerente, non risieda in un appello ai fatti, ma ai sentimenti.»
– Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale

L’impossibilità di un’etica immanente razionale viene usata dai credenti come argomento a favore di un’etica trascendente: «Visto? Siccome noi umani non possiamo distinguere con certezza da soli il Bene dal Male, dobbiamo per forza farcelo dire da Dio!». E proseguono: «Senza Dio, siamo in balìa dell’arbitrio soggettivo e della violenza del più forte!». In sintesi: «Senza Dio, tutto è permesso!».

Bella cazzata. Il fondamento trascendente è gratuito e ingiustificato quanto l’appello all’empatia. Perché dovrei seguire il Dio X che invita ad amare gli altri esseri umani e non adorare invece il Dio Y che ordina di sottometterli con la violenza e perfino di sacrificarli a lui stesso? Perché dovrei preferire Gesù Cristo – la sua versione buona, non quella infame che pure c’è nel Nuovo testamento – o Buddha a Odino o Moloch? C’è uno straccio di argomento razionale in favore del Dio buono oppure contro il Dio stronzo? Ma figuriamoci.

Conclusione: anche ammesso il fondamento non razionale di ogni etica immanente, Dio con la sua etica trascendente è un’idea altrettanto irrazionale e per di più pericolosa, poiché un’opportuna scelta del Dio da venerare, con la sua autorità assoluta, favorisce l’oppressione da parte di chi detiene il Potere. Infatti qualcuno potrebbe sostenere: «Di fatto la gente comune ha bisogno di Dio con la sua etica trascendente perché necessita di qualcuno che le imponga regole semplici senza essere costretta a riflettere». Arriviamo sempre lì: la religione è necessaria per il popolo bue, ignorante, ottuso e bisognoso del feticcio da adorare per essere meglio manipolato. Noi però non vogliamo una simile schifezza, quando possiamo costruirci un’etica laica, secolare, immanente, empatica verso ogni essere senziente e priva della divinità e dei suoi rischi.

Questa etica immanente non è razionale? ‘Sticazzi. È quanto di meglio possiamo avere, e l’alternativa è infinitamente – in senso letterale! – peggio.

Choam Goldberg


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