Teologia quantistica

Nella scienza si annida un Mistero impenetrabile come quello della fede?


Alcuni anni fa un credente mi disse: «Tu affermi che “Mistero della fede” significa “Non capisco, ma credo lo stesso”. Ma anche gran parte della scienza non si capisce ma ci si crede lo stesso! Per esempio, tu capisci qualcosa di meccanica quantistica? No. Perciò devi fidarti di ciò che ti dicono gli scienziati, che hanno le risposte sulla scienza. Ebbene, allo stesso modo io mi fido dei teologi, che hanno le risposte sulla fede». Aveva ragione?

Su un fatto aveva oggettivamente torto: siccome la laurea in fisica non l’ho vinta a un torneo di freccette, qualcosina sulla meccanica quantistica io so. Giusto qualcosina, eh. E giusto per restare nel caso specifico. Che peraltro è interessante proprio perché la meccanica quantistica è una delle teorie più esoteriche del sapere umano, per addentrarsi nella quale sono indispensabili un lungo tirocinio e tanta tanta fatica intellettuale. Posso immaginare che qualcuno privo di formazione scientifica sia costretto a doversi fidare degli scienziati. Questo è forse un atteggiamento fideista come quello di chi crede nel Dio abramitico? Siamo di fronte a un Mistero della scienza?

No. È ovvio che no. Tutti sappiamo che chiunque, con sufficiente tempo, risorse e buona volontà, può diventare a propria volta scienziato e trovare le risposte. Certo, rimangono grandi problemi scientifici aperti. Per restare nell’ambito della fisica, la conciliazione fra la teoria quantistica dei campi e la teoria della relatività generale. Oppure la comprensione della natura della materia e dell’energia oscure. O il valore della costante cosmologica. O l’asimmetria fra materia e antimateria. Nondimeno la Storia ci rende ragionevolmente ottimisti: di problemi difficili ce ne sono stati tanti nel passato, ma sempre la ricerca è riuscita a venirne a capo e a formulare nuove teorie e a realizzare nuovi esperimenti… salvo poi scoprire che nuovi grandi problemi si presentavano, in un’avventura intellettuale costantemente rinnovata. Così funziona la scienza. Per la quale esiste il mistero, inteso come insieme di questioni aperte e per ora irrisolte, ma non il Mistero, inteso come enigma impenetrabile, illogicità insormontabile a prescindere, di fronte alla quale si deve soltanto tacere e accettare per fede.

Del tutto diverso è il caso della teologia. Infatti il Mistero della fede proprio quello è: un’assurdità inviolabile. È e rimane inviolabile da secoli e lo sarà per sempre. Consideriamo il caso più eclatante: il problema del Male, della sofferenza innocente, della teodicea divina. Un Dio onnisciente, onnipotente e buono è inconciliabile con la constatazione empirica della dolore umano, in particolare della sofferenza e della morte dei bambini. I credenti ci si arrovellano da più di due millenni. I teologi hanno formulato spiegazioni una più demenziale dell’altra: dal peccato originale fino al sacrificio del Figlio di Dio, passando per l’astrazione della divinità. Non ce n’è una che funzioni. Il mistero rimane lì: di fronte a un bambino che muore di cancro, quel Dio lì è impossibile. Allora lo trasformano in Mistero della fede: si deve credere che quel Dio esiste anche se è impossibile, anche se è illogico, anche se è assurdo. Anzi, soprattutto se è assurdo. Già lo diceva Tertulliano all’inizio del III secolo d.C.

(…) et mortuus est Dei Filius; prorsus credibile est, quia ineptum est.
– Tertulliano, «De Carne Christi» V, 4

Poi riassunto nella formuletta da Bignami «credo quia absurdum»: ci credo proprio perché è assurdo, perché a credere nelle cose credibili sono capaci tutti, mentre maggior merito si ha agli occhi di Dio se si crede in qualcosa di palesemente incredibile. Insomma il vanto dell’umiliazione dell’intelligenza, della cultura, dello spirito critico. Un’umiliazione sulla quale Kierkegaard ha costruito un’intera filosofia.

Nemmeno i teologi più intelligenti, più colti e più sofisticati sanno risolvere il problema in modo razionale. Un esempio? Vito Mancuso.

Inizio dichiarando, come scrivo da tempo, che nella comprensione del mondo propria della dogmatica cattolica c’è qualcosa che non va, e che la causa è data dall’impossibilità logica di tenere insieme tre assunti, per essa irrinunciabili: 1) il male c’è; 2) Dio non lo vuole; 3) Dio governa.
La dogmatica cattolica tradizionale non può rinunciare a nessuno dei tre assunti, ma non è in grado di comporli logicamente. Le sintesi di un tempo sono tutte andate in frantumi.
– Vito Mancuso, «Disputa su Dio e dintorni» (con Corrado Augias)

Mancuso prova a cavarsela affermando che

(…) il governo divino del mondo si attua mediante un impersonale principio ordinatore immanente all’essere, il cui scopo è la nascita della vita spirituale e quindi della libertà che essa suppone.
– Vito Mancuso, «Disputa su Dio e dintorni» (con Corrado Augias)

Principio dal quale deriverebbe il male affinché il mondo sia libero. Già, ma chi ha creato quel principio ordinatore immanente all’essere? Chi ha preferito donare la libertà al prezzo della sofferenza? E perché la libertà dovrebbe essere pagata con quel prezzo? Non poteva il Dio onnipotente creare un mondo nel quale la libertà sia rispettata dal principio impersonale ma non esistano i tumori infantili? Se non poteva, che razza di onnipotenza è la sua?

Dunque fra i teologi non ce n’è uno che, posto di fronte all’argomento del Male, messo con le spalle al muro dalla dimostrazione dell’assurdità di ogni tentativo di venirne a capo, non finisca per trincerarsi dietro il Mistero della fede. E tutti concludono: «Ci vuole fede. Taci e credi». Dopo tre millenni sono ancora lì, incapaci di concludere nell’unico modo possibile per la razionalità: il Dio abramitico non esiste.

A questo punto però il credente, che era meno sprovveduto di quanto sembrasse, se ne uscì con una considerazione: «Eh, ma la meccanica quantistica non si capisce. Nessuno la capisce e nessuno può capirla. Anche il grande Feynman diceva che il mondo quantistico è assurdo». Aveva ragione?

Su un fatto aveva oggettivamente ragione: Richard Feynman ha detto che nessuno capisce la meccanica quantistica e nessuno può capirla.

I think I can safely say that nobody understands quantum mechanics.
– Richard P. Feynman, «The Character of Physical Law»

The theory of quantum electrodynamics describes Nature as absurd from the point of view of common sense. And it agrees fully with experiment. So I hope you accept Nature as She is – absurd.
– Richard P. Feynman, «QED: The Strange Theory of Light and Matter»

In effetti nessuno riesce davvero a comprendere come una particella possa essere nel contempo materia e onda. Ma poi onda di che? Onda di probabilità. Eh? Oppure prendi l’entanglement. O la sovrapposizione di stati. O il collasso della funzione d’onda. Niente: non ce la fai. Non riesci a visualizzare questa roba, a modellizzarla con il tuo comune buon senso di animale evolutosi in un ambiente macroscopico. Intere biblioteche dedicate alle interpretazioni della meccanica quantistica stanno lì a documentare più di un secolo di arrovellamenti di fisici e filosofi per capire – capire davvero! – la meccanica quantistica. Così si spiega l’atteggiamento di Feynman, che è quello di tanti fisici stufi di farsi pippe mentali e che si può sintetizzare in una frase: «Zitto e calcola».

Orbene, «Zitto e calcola» assomiglia molto a «Taci e credi». Quindi il credente ha ragione? Anche la meccanica quantistica è questione di fede come la teologia? È questo il Mistero della scienza, oscuro e impenetrabile e assurdo come il problema della teodicea?

No. Per due motivi.

Anzitutto, se sei abbastanza intelligente e se studi abbastanza, puoi prendere sufficiente confidenza con la matematica necessaria e puoi applicare la meccanica quantistica al mondo osservabile. Puoi fare previsioni e verificare che esse coincidono con le osservazioni. Puoi studiare le particelle elementari, gli atomi, le molecole, su su fino alle stelle, alle galassie, all’intero universo. Puoi costruire la tavola periodica degli elementi, spiegare la fotosintesi clorofilliana e prevedere l’evoluzione del Sole. Puoi sviluppare tecnologie sofisticate, come l’imaging a risonanza magnetica, la crittografia quantistica, la fusione nucleare. La meccanica quantistica spiega il mondo, i fenomeni, le osservazioni sperimentali. Dalla biochimica fino all’ingegneria, non c’è disciplina scientifica o tecnologica che non faccia uso diretto o indiretto della meccanica quantistica. Non è conosciuto un solo fatto empirico che contraddica le sue previsioni.

La teologia invece non spiega nulla. La teologia ipotizza l’esistenza di un’entità trascendente della quale, sul piano razionale, non c’è alcun bisogno: non un solo fenomeno conosciuto costringe a congetturare l’esistenza di una divinità qualsivoglia. Men che meno del Dio abramitico, che è incompatibile con quanto si osserva, cioè la sofferenza innocente.

In secondo luogo, la meccanica quantistica, come ogni teoria scientifica, è falsificabile: possiamo immaginare un fatto empirico, anzi molti fatti empirici la cui osservazione la smentirebbe e ci costringerebbe a modificare la teoria o perfino a sostituirla con una nuova. È falsificabile ma (finora) non è falsificata: un simile fatto empirico, per quanto immaginabile, non è mai stato osservato.

La teologia invece considera l’ipotesi dell’esistenza del Dio onnisciente, onnipotente e buono vera per fede, vera perché sta scritta in un Libro sacro, vera perché è stata rivelata dal Dio medesimo o da suo Figlio o dal suo Profeta. Quell’ipotesi è un dogma, perciò non falsificabile per principio. Non solo: è vera sebbene sia falsificata dall’evidenza empirica indiscutibile della sofferenza innocente.

Sicché no, tentativo fallito: fra la meccanica quantistica e la teologia la differenza è abissale. E con la scienza la fede non c’entra un cazzo.

Choam Goldberg


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1 pensiero su “Teologia quantistica

  1. Una differenza simpatica tra la meccanica quantistica e la teologia è che se una persona intraprende degli studi in fisica, matematica, chimica, in materie scientifiche in genere, lo fa per poter riuscire a dare risposte alle domande. Risposte che non saranno delle verità, ma per lo meno spiegazioni più aderenti possibili ai dati empirici di realtà che abbiamo davanti.
    Se invece una persona intraprende studi teologici o va in seminario, studia per arrivare al punto di smettere di farsele le domande, perché tanto la risposta è sempre e solo una. E più è “bravo” negli studi, meno si mette a farsele le domande…

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