Che cos’è la religione?

Un meccanismo di autodifesa, comprensibile e fallace.


L’essere umano non solo esiste: si pensa. E nel pensare a sé stesso pensante pensa anche a sé stesso non pensante, potenzialmente non esistente. Di sicuro non esistente, prima o poi. Questo è il punto di partenza di Dario, che torna per spiegarci perché la religione nasce e poi persiste, in una forma o nell’altra.


Scuola Mariuccia, Classe Terza, Sezione C

Tema: che cos’è per te la religione?

La religione è il dispositivo attraverso cui la coscienza tenta di disinnescare sé stessa.

Per quanto ne sappiamo, l’essere umano è l’unico ente capace non soltanto di vivere, ma di trasformare la propria esistenza in un problema. Non si limita a morire: sa di dover morire. Non si limita a percepire il tempo: ne subisce il peso. Non si limita a esistere: è costretto a pensarsi. È in questo scarto che si apre la religione.

La coscienza infatti non è semplicemente un vantaggio evolutivo. È anche il suo prezzo più alto. Offre autodeterminazione, immaginazione, progettualità, astrazione, ma porta con sé un difetto interno, quasi un cortocircuito: rende l’essere umano consapevole della propria caducità. In questo senso la coscienza appare meno come il coronamento dell’evoluzione che, come la sua anomalia più costosa, una forma di emersione biologica che, pur provenendo dalla materia cerebrale, produce contenuti che eccedono la mera sopravvivenza materiale.

La religione nasce precisamente qui: come protesi morale, come impalcatura simbolica, come frangiflutti costruito dalla mente contro il mare aperto della propria fine. Non è la prova del divino, ma la prova del fatto che la coscienza, lasciata sola davanti alla morte, fatica a sopportare sé stessa. Per questo inventa codici, ordine, destino, giudizio, eternità. Non per conoscere davvero l’oltre, ma per rendere abitabile l’insostenibile.

La coscienza è prodotta dal cervello, ma non si esaurisce nella descrizione meccanica dei propri processi. Dalla materia emergono infatti fantasia, creatività, pensiero, proiezione: tutte facoltà che non sono «immateriali» in senso mistico, ma che eccedono la semplice immediatezza biologica da cui sorgono. La religione si innesta in questa eccedenza: trasforma il terrore in racconto, la fine in passaggio, il nulla in tribunale o in ricompensa. Dove il corpo termina, essa costruisce un supplemento narrativo. Dove la vita si spegne, essa inscena una riserva di significato.

Questo processo, che ho già descritto nel mio articolo «Breve storia di Dio», ha attraversato più fasi. In principio il divino è stato incluso nella Natura, quasi a saturare il mondo visibile con una presenza invisibile ma diffusa. In seguito, con il progredire delle civiltà e con l’aumento della complessità simbolica, la religione ha dovuto spostare sempre più in alto il proprio baricentro, trasferendo la salvezza dalla materia a una sfera ultra-ideale. È lì che «Dio» diventa il fine della non-fine: non tanto una risposta, quanto il nome più solenne dato al rifiuto della dissoluzione.

La religione dunque è la codifica inevitabile di una coscienza che tenta di salvarsi da ciò che ha capito. Tutte o quasi tutte le civiltà hanno costruito forme religiose non perché ci fosse del vero nell’irreale, ma perché si è rivelato quasi impossibile sopportare il peso della morte con gli strumenti nudi della sola lucidità. La religione è, in questo senso, una menzogna necessaria: non casuale, non arbitraria, ma funzionale. Come una persona che si racconta ciò che deve raccontarsi per non crollare, la coscienza produce un ordine simbolico che le permetta di continuare a vivere nonostante la propria ferita conoscitiva.

Ecco perché i testi sacri sono così rivelatori non del divino ma dell’uomo. Se gli dei o Dio fossero davvero onnipotenti, sovrannaturali e imperscrutabili, nessun codice umano potrebbe contenerli stabilmente. Anche qualora si manifestassero in modo inequivocabile e dessero istruzioni precise, nulla garantirebbe che quelle istruzioni restino definitive né che una volontà assoluta abbia il minimo dovere di restare intelligibile per noi. Ogni testo sacro allora non dimostra l’eterno: dimostra piuttosto il bisogno umano di immobilizzare l’indeterminabile, di fissare in formule ciò che, per definizione, sfuggirebbe a ogni formula.

Non è un caso che, al netto di scismi, riforme e mutazioni dottrinali, le grandi religioni abbiano conservato nuclei strutturali sorprendentemente stabili: il soprannaturale, la trascendenza, la separatezza del divino, la sacralità del testo, la distanza fisica fra umano e dio. Dai Veda alla Bibbia, passando per le altre grandi architetture religiose, il meccanismo di fondo cambia meno di quanto sembri: la coscienza non accetta la propria finitudine e costruisce una grammatica dell’oltre per aggirarla.

Un altro fattore decisivo nell’autopoiesi della religione è la percezione del tempo. L’essere umano non vive soltanto nel tempo: ne è ossessionato. Sa di essere un segmento e sogna l’assenza di segmenti. Sa di occupare uno spazio e fantastica un fuori dallo spazio. Da qui il non-tempo e il non-luogo religiosi: paradisi, inferni, eternità, origini assolute, regni invisibili. Non sono luoghi nel senso ordinario, né durate nel senso umano. Sono camere di compensazione metafisica. Spazi negativi nei quali la coscienza tenta di evacuare l’evidenza insopportabile della propria fine.

Questo è il punto davvero decisivo: la religione è insieme comprensibile e fallace. Comprensibile perché nasce da una necessità profonda della coscienza. Fallace perché trasforma quella necessità in ontologia, il bisogno in verità, la difesa in rivelazione. Il fatto che qualcosa sia esistenzialmente utile non lo rende reale. Il fatto che sia antico non lo rende fondato. Il fatto che sia universale non lo rende vero. La religione non testimonia l’esistenza degli dèi, ma la fatica della coscienza a restare nuda davanti al nulla.

Rimane comunque affascinante il processo con cui la mente umana, prodotto della materia ma eccedente rispetto alla sua semplice funzione biologica, ha costruito strutture tanto complesse per autogiustificarsi. È un fascino freddo, quasi anatomico. Non il fascino del vero, ma quello dell’invenzione necessaria. La religione, in fondo, è questo: il monumento più elaborato eretto dalla coscienza per difendersi da sé stessa.

Dario


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10 pensieri su “Che cos’è la religione?

  1. L’essere umano nasce provando l’angoscia della nascita, poi l’angoscia di separazione, poi l’a. di vivere, ansie nevrotiche, paure di pericoli reali.
    I suoi impulsi libidici e aggressivi premono dall’inconscio in modo attorciliato, disorganizzato, disordinato, improvviso e ha bisogno di un lungo periodo per organizzare ed ordinare tutte le sue istanze psichiche (Es, Super-io, Io)
    Per esempio il senso di colpa dell’infante per aver provato pulsioni aggressive-odio verso i genitori, le religioni lo interpretano come “il senso di colpa onnipresente nell’uomo (il sentimento del peccato) per aver disobbedito ai divieti del Dio all’origine dei tempi!”.
    Ma dando spiegazioni fallaci dei suoi moti interiori il credente è impossibilitato ad auto-curarsi, guarire, maturare, affarncarsi dal bisogno dei rimedi religiosi. Non riesce ad uscirne.
    Altro esempio: Il credente non riconosce il prorpio masochismo e il proprio sadismo come psicopatologici.
    Per il credente è normale autodenigrarsi, autoumiliarsi, svalutarsi, sentirsi inferiore, un nulla, un mendicante psichico di fronte al Dio (sadismo rivolto verso di sè) ed odiare tutti i nemici-miscredenti, su cui viene scaricato i proprio sadismo disconosciuto e proiettato fuori di sè.
    Dispercepiscono tutto: il proprio corpo, la realtà, i sentimenti e le intenzioni degli altri.
    Le religioni sono una droga.
    I religiosi sono dei drogati.
    Hanno un sentire malato dovuto alla repressione istintuale.
    Tutto in loro prende vie malate.

    • Ciao Arianna,

      sono d’accordo con te, calcola solo che la religione nasce molto prima della psicologia ed è stata una sorta di “terapia” amatoriale per affrontare alcune sfide (ignoto, morte, fenomeni non ancora spiegati…). Ovviamente adesso è totalmente anacronistica per le società secolarizzate.

      Un caro saluto,

      Dario

  2. Mi permetto di aggiungere qualche considerazione al ben argomentato discorso di Dario seguito dal lungo e pensoso commento di MrRobot e dai commenti di Alessandro e Arianna, nonché dalle risposte di Dario. Forse sarò ripetitivo.

    Certamente sono false le religioni codificate e il loro scopo è, nella migliore delle ipotesi, consolatorio. Resta però fondamentale la conclusione di Schopenhauer: “è l’uomo che ha creato Dio a sua (dell’uomo) immagine e somiglianza”. E con un Dio iroso, combattivo, malvagio, così umano nel senso peggiore, come è quello biblico, c’è poco da consolarsi!
    Tuttavia, anche con il rifiuto di ogni religione, resta immanente nell’uomo la ricerca di una spiegazione del perché c’è il mondo, perché ci siamo noi umani, perché solo noi umani ci poniamo problemi etici e perché spesso risolviamo questi problemi al modo della Medea di Ovidio: “Video meliora proboque, deteriora sequor.”

    La scienza non è in grado da darci una risposta e ritengo che non potrà mai darcela. Ma in fondo anche questa conclusione, sia pure negativa, non è certezza, e sa di fede.
    Quindi è legittimo inventarsi un credo personale e anche diffonderlo, ma senza pretendere che sia verità. Mi torna in mente la bambina di una puntata della fiction “Che Dio ci aiuti”, la quale dice (cito a memoria): “Che una zucca possa trasformarsi in carrozza è scientificamente impossibile. Ma crederlo è tanto bello!”.
    Ingenuità consolatoria, questo è una fede religiosa eticamente accettabile.

    Per quanto mi riguarda, arrivato alla soglia dei novant’anni (nato nel 1937), continuo a qualificarmi “non credente”, ma non ateo. Non lo so se una causa prima c’è (chiamiamola Dio o Natura o come ci pare), ma -se c’è – è inconoscibile. Se la conoscessimo questa conoscenza sarebbe pensiero fatto da noi, quindi un nostro prodotto, quindi noi saremmo il “creatore”. Circolo vizioso? E sì, proprio un circolo vizioso, una fallacia logica.

    • Caro Agostino,

      apprezzo molto il tuo messaggio a cui cercherò di rispondere.

      Io credo che la religiona sia una risposta olistica alle inquietudini umane che poi si è articolata e declinata nelle diverse società.

      Il fatto che la rende chiaramente artificiosa è proprio il fatto che tutti gli dei (da quelli dell’olimpo a quelli indù) si comportano esattamente come gli essere umani: c’è chi piange, chi ride, chi è geloso, chi è iracondo, chi misericordioso, chi buono, chi cattivo. Lo specchio è talmente palese che mi viene difficile pensare a come un credente possa non accorgersi di ciò ma qui subentra il sottile dualismo fra fiducia e fede che sembrano la stessa cosa ma non lo sono. La fiducia è rivolta verso un agente di solito materiale, esistente anche come concetto (” ho fiducia nella giustizia, nella medicina”) la fede invece si usa come rilancio emotivo verso una speranza (trovo sbagliato dire “fede nellascienza” casomai fiducia nella scienza si può avere fede in qualcosa che non esiste sperando che possa in un’altra dimensione, casomai). Sul fatto di non definirti ateo da una parte sono anche d’accordo ma nel senso che qualora esistesse qualcosa (che per me non esiste, non mi ritengo neanche teista o panteista) non apparterrebbe in ogni caso alla nostra realtà. Pertanto potrei dire che definirsi “atei” è come definirsi “apaperino” ma Paperino non esistendo non ha bisogno dell’alfa privativo.

      Un caro saluto!

      Dario

  3. Ciao Dario!! Quanto tempo che non ti leggo e spero tu stia bene!
    Ho letto con grande attenzione e vero interesse la tua riflessione. Si vede che ci hai messo tanto pensiero e cuore, e ti ringrazio davvero per averla condivisa. Capisco profondamente il fascino di questo ragionamento: la paura della morte, il bisogno di senso e l’angoscia esistenziale sono esperienze così umane e universali che è naturale interrogarsi su di esse.
    Detto questo, vorrei condividere con te alcune perplessità che mi sono nate leggendola. Lo faccio con l’unico desiderio di confrontarci serenamente.

    Spiegare che la religione nasca da bisogni psicologici profondi come la paura della morte è un’intuizione molto comprensibile e umana. Però, per quanto possa essere illuminante capire perché una persona crede, questo non dimostra automaticamente che quella credenza sia falsa. Lo dico con empatia, perché so quanto sia forte la tentazione di fare questo passaggio.

    Ho percepito anche un falso dilemma: come se dovessimo per forza scegliere tra “Dio esiste davvero” oppure “è solo un meccanismo di difesa contro la morte”. Io sento che queste due dimensioni possano convivere: una fede può avere anche una funzione di conforto senza per questo essere inventata o sbagliata.
    Inoltre, mi ha toccato vedere come si attribuisca quasi tutta l’origine delle religioni alla paura della morte. Capisco che sia un motore potente per molti(ma non per tutti), ma quando penso alla ricchezza incredibile delle tradizioni spirituali ricerca di verità, senso di giustizia, connessione col sacro mi sembra che ridurle principalmente a questo possa essere un po’ limitante.
    C’è poi un passaggio che mi ha fatto riflettere: dal fatto che noi umani facciamo fatica ad accettare la fine, si arriva alla conclusione che la religione sia una “menzogna necessaria”. Anche qui, comprendo benissimo il ragionamento emotivo, ma non mi sembra che questo salto sia logicamente necessario. Che la fede aiuti tante persone a vivere con più serenità non significa che sia falsa.

    A volte sembra che si parta già dall’idea che la religione sia soltanto una costruzione umana, mentre proprio questo è il punto centrale che andrebbe dimostrato.

    Le ragioni del cuore (la paura, il bisogno di consolazione) e la verità di ciò in cui si crede restano due piani diversi. Spiegare le prime non confuta la seconda.
    Nel complesso, trovo la tua analisi molto bella e profonda sul piano psicologico e umano. Aiuta davvero a comprendere una delle funzioni importanti che la religione svolge nelle nostre vite. Però, con sincerità e rispetto, non credo che arrivi a dimostrare sul piano filosofico e metafisico che la religione sia necessariamente falsa o che Dio non possa esistere.

    Un forte abbraccio!!

    • Ciao MrRobot,

      ti ringrazio innanzitutto per la lettura e per i complimenti. Mi fa sempre piacere interagire con gli utenti di questo spazio, soprattutto quando il confronto avviene con questo garbo.

      In questo “saggetto” ho cercato volutamente di essere molto conciso; potrei dire che è quasi un’appendice al più ampio discorso sul “pensiero magico”, ripreso anche da Telmo Pievani, cioè su quella tendenza umana a costruire nessi, significati e finalità là dove l’esistenza, di per sé, non ce li consegna già pronti.

      Chiaramente la religione ha avuto un percorso evolutivo, come lo hanno avuto la società, la cultura e le forme simboliche dell’essere umano in generale. Per questo porta con sé declinazioni escatologiche, teleologiche, confortative, spirituali, morali, comunitarie, identitarie, eccetera eccetera. Non intendo negare questa complessità, né ridurre tutto in modo semplicistico alla sola paura della morte.

      La morte, però, resta secondo me uno dei grandi centri gravitazionali del fenomeno religioso. Salvezza, giudizio, aldilà, redenzione, eternità, ricongiungimento, giustizia finale ruotano tutti, direttamente o indirettamente, attorno al problema della finitudine. Di fatto, uno dei grandi marker religiosi o spirituali dell’essere umano è proprio il rito funebre: forse una delle più grandi simbologie umane dal punto di vista religioso. Non perché ogni rito funebre debba essere necessariamente religioso in senso stretto, ma perché nel trattamento del morto l’uomo mostra in modo chiarissimo di non limitarsi a registrare un fatto biologico. Lo trasforma in passaggio, memoria, continuità, sacralità, separazione, ricongiungimento, destino. Il corpo finisce, ma la coscienza costruisce attorno a quella fine un apparato simbolico enorme, quasi a impedire che la morte resti soltanto morte.

      La religione non nasce solo dalla paura della morte, quindi, ma difficilmente può essere compresa prescindendo da quella frattura fondamentale: l’essere umano sa di finire e tenta di costruire una forma simbolica capace di rendere sopportabile questa consapevolezza.

      Tuttavia, dire che la religione non sia artificiale, onestamente, mi sembra un controsenso. Non è una legge universale autoindotta o autocreata dalla realtà stessa; è un codice prettamente umano, che nasce dentro comunità umane, parla con linguaggi umani, si organizza in testi umani, miti fondativi, riti, dogmi, formule, prescrizioni, immagini e istituzioni.

      Qui secondo me va fatta una distinzione importante: la religione è reale come fenomeno umano, storico, culturale e simbolico. Sono reali i testi, i riti, le liturgie, le comunità, le emozioni, le preghiere, le istituzioni e le esperienze soggettive dei credenti. Nessuno nega l’esistenza del fenomeno religioso.

      Ma il fatto che la simbologia sia reale non implica che siano reali anche i contenuti soprannaturali che essa veicola.

      Anche le fiabe, i miti e le leggende sono reali come prodotti dell’immaginazione umana. Sono reali come narrazioni, come dispositivi educativi, come strumenti di trasmissione culturale, come modi per ordinare il caos e dare forma all’esperienza. In molti casi sono stati creduti sinceramente, tramandati per generazioni, integrati nella vita morale e sociale delle comunità. Ma il fatto che siano stati creduti, amati, tramandati o vissuti con intensità non ci obbliga a considerare reali draghi, ninfe, spiriti, maledizioni, divinità olimpiche o mondi ultraterreni.

      Naturalmente non sto dicendo che religione, fiaba, mito e leggenda siano la stessa cosa sul piano storico o teologico. Sarebbe una semplificazione. Sto dicendo però che condividono un problema logico: l’esistenza reale di una narrazione simbolica non dimostra la realtà ontologica del suo contenuto.

      Il punto, quindi, non è dire banalmente: “siccome qualcosa consola, allora è falso”. Il punto è un altro: se una struttura simbolica nasce dentro la storia umana, parla con linguaggio umano, si organizza in testi umani, risponde a paure umane e promette proprio ciò che l’uomo più desidera — non morire, non dissolversi, essere salvato, essere giudicato, essere ricompensato, ritrovare un ordine nel dolore — allora diventa difficile separare nettamente quella costruzione dal contenuto che pretende di rivelare.

      Certo, si potrebbe dire che, anche se le religioni sono costruzioni umane, una qualche entità metafisica potrebbe comunque esistere. Ma a quel punto di quale Dio stiamo parlando? Non più del Dio concreto delle religioni storiche, dei testi sacri, dei comandamenti, della preghiera, del giudizio, dell’anima immortale, del paradiso e dell’inferno. Resterebbe semmai una possibilità metafisica astratta, indefinita, quasi vuota. Ma quella non è più propriamente la religione; è una ipotesi filosofica sul trascendente.

      Per questo, secondo me, religione e Dio religioso vanno molto più insieme di quanto sembri. Se mostro che la religione è una costruzione umana, non sto semplicemente spiegando un accessorio esterno della fede: sto mettendo in discussione il dispositivo stesso attraverso cui quel Dio viene pensato, nominato, raccontato e reso credibile.

      Inoltre, se ci pensi, la religione, e in particolare una sua applicazione concreta come la preghiera o la salmodia, rappresenta quasi un’inversione del lògos classico, perché sovverte il rapporto soggetto-oggetto, o meglio parlante-interlocutore. La preghiera, normalmente, è un auto-parlarsi aspettando una risposta esterna. Non è un dialogo nel senso ordinario, non è un botta e risposta verificabile sul piano intersoggettivo. È un circuito chiuso che si svolge dentro un perimetro sigillato, nel quale però ci si aspetta che da fuori venga aperta una finestra.

      Questo non significa che la preghiera sia “falsa” nel senso banale o volgare del termine. È reale come gesto, come esperienza, come pratica, come bisogno, come produzione interiore. Ma resta un atto umano rivolto verso un interlocutore presupposto, non dimostrato. Ed è proprio qui che, per me, si vede la natura artificiale del religioso: parole umane, attese umane, immagini umane, paure umane, proiettate verso un assoluto che viene costruito attraverso quelle stesse categorie.

      Dunque, quando parlo di “menzogna necessaria”, non intendo semplicemente una truffa consapevole o un inganno dispregiativo. Intendo una costruzione artificiale nata da una necessità reale della coscienza, che poi viene elevata a verità ontologica. Non è falso il fenomeno religioso in sé, che esiste eccome; è problematica la pretesa che i suoi contenuti soprannaturali corrispondano realmente a ciò che esiste fuori dall’uomo.

      In sintesi: la simbologia religiosa è reale; ciò che non segue è che siano reali i contenuti che essa racconta. La religione dice moltissimo sull’uomo, sulle sue paure, sul suo bisogno di senso, sulla sua immaginazione e sulla sua difficoltà ad accettare la finitudine. Dice invece molto meno, o forse nulla, su Dio.

      Un abbraccio e grazie ancora per il confronto.

  4. Nulla di più vero…..e quindi arriviamo ad una domanda…la religione serve ancora? Dobbiamo credere per non implodere come specie? Per dirla alla matrix…la gente sarebbe pronta ad essere staccata dalla spina?

    • Ciao Alessandro,

      la religione è un concetto ampiamente superato dal punto di vista storico; non credo ancora dal punto di vista intimistico, in quanto molte persone hanno bisogno di un conforto, di una speranza, di una prospettiva in senso generale che vadano oltre la miserabile caducità delle nostre esistenze. Io non mi tiro indietro: vorrei vivere per sempre. Ma vorrei vivere questa vita non un’altra. Molti invece si accontentano di poter sperare di ritrovarsi o di ritrovare o di ricercare o di ricercarsi in altre dimensioni ultraterrene, cosmiche, eteree…quindi per risponderti le religioni sono in calo rispetto a qualche secolo fa però la loro origine umana è molto difficile da debellare. Tutto questo perchè Matrix era comunque una “spina” messa dall’esterno…la religione ce la siamo infilata da soli…

  5. Sono perfettamente d’accordo con Dario.
    La religione è una costruzione difensiva, è un insieme strutturato di difese assunta, adottata da chi si trova caratterialmente in una posizione difensiva che protegge un sentire ancora infantile, arcaico, malato, gente in preda all’angoscia.
    Le religioni sono dei Deliri, non delle Concezioni del mondo.
    Infatti nelle occasioni di confronto dialogico il credente inasprisce le sue difese nevrotiche o peggio psicotiche: 1) fuga; 2) chiusura; 3) scatta l’aggressività; 3) proietta tutto il male, il negativo nell’altro ecc.
    I religiosi non vogliono sapere prima verità su se stessi e poi sul mondo e sulla realtà.
    Non vogliono rendere coscienti contenuti inconsci. Vogliono evitare la nascita della coscienza, dell’Io cosciente con le sue funzioni.
    Vogliono rimanere (sono) dentro un sogno pur da svegli.
    Le religioni sono monumenti eretti dalla psiche per difendersi, per resistere alla nascita della coscienza e rimanere nell’incoscienza, nei processi primari, nell’indifferenziato, nel disordine pulsionale pre-edipico.
    La prima cosa che non accettano è finitudine umana.

    • Cara Arianna,

      grazie per il tuo intervento che mi trova ovviamente in accordo.

      Ti porto la mia esperienza personale: io soffro e non accetto di dover morire principalmente perchè sono ossessionato dal futuro. Per quanto mi riguarda è insopportabile il peso di non poter vedere cosa succederà fra 10.000 anni. Quando ci penso ho le vertigini e mi sento soffocare. Ho imparato da piccolo a convivere con questa angoscia ma capisco chi invece di accettare l’ospite scomodo ha scelto di buttarsi su una sorta di palliativo psicologico, un analgesico del subconscio per sfuggire al dolore, a qualsiasi dolore. Poi che questo abbia conseguenze nefaste è chiaro a tutti: quando tu non assumi solo la droga ma diventi la droga stessa, i risultati non possono che essere disastrosi.

      Un caro saluto,

      Dario

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