Come un innamoramento?

I credenti affermano di «sentire» l’esistenza di Dio. E vabbe’: diamogliela per buona. Se però è un Dio ben preciso, «sentire» non basta.


Che cos’è la fede? La dico in modo semplice: la fede consiste nell’atto di credere che qualcosa sia vero anche senza averne le prove. Infatti, se ci fossero le prove, non sarebbe fede bensì conoscenza. Per esempio, io non ho fede nel fatto che la Terra ruota intorno al Sole e non viceversa: io so che è così. Lo so perché conosco tutti gli argomenti a favore del modello eliocentrico. Non c’è niente da credere.

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«Rifiuto l’etichetta»

Dall’ingegneria fino al Gesù storico. Senza preconcetti religiosi, ma con la curiosità intellettuale guidata dalla razionalità.


«Ehrman. Devi leggere Ehrman»: noi atei lo diciamo spesso. A chi ci chiede qualche buon testo per cominciare a informarsi sul Gesù storico, di solito suggeriamo la vasta scelta offerta dai libri di Bart Ehrman. Dei classici: razionali, lucidi, documentati. Imperdibili. Però Ehrman è solo una campana fra molte. Autorevole, eh. Ci mancherebbe. Tuttavia anche lui ha la propria tesi: il Gesù storico fu un profeta apocalittico. La difende con ottimi argomenti, ma non è l’unica tesi possibile. Perciò, per avere un quadro più generale, a chi vuole avvicinarsi al Gesù storico io suggerisco altro: «Tommasi. Devi leggere Tommasi».

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«…cose che non sapete spiegare»

Aveva ragione Schiller.


Dice: «Però io non sono d’accordo». E ti pareva. C’è sempre qualcuno che non è d’accordo. E invece di dirmelo quando dovrebbe, quando per il pubblico arriva il momento delle domande, decide di placcarmi dopo, alla fine di questa conferenza sull’astrologia, quand’è tardi e io sono stanco e ho solo voglia di andare a casa. Son quasi le 11 e ho pure saltato la cena.

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Spiritualità orizzontale

Sono atea e rivendico la dimensione della spiritualità come patrimonio dell’essere umano e non delle religioni.


Si fa presto a dire «spiritualità». Ed è un attimo confonderla con «religiosità». Meglio evitare, quindi. Ma Susanna Labirinto, teologa atea, non è d’accordo: possiamo – dobbiamo – riappropriarci di una parola.


La spiritualità non è appannaggio delle religioni. Non si è atei «ma» spirituali: se si ritiene di aver voglia di sottolineare la propria personale attenzione alla dimensione spirituale del proprio personale modo di guardare la vita, si deve poter dire che ci si ritiene «spirituali» senza dover specificare «ma non religiosi». Questo in teoria.

In pratica, come dice Choam Goldberg citando Jerry Coyne: «Nel momento stesso in cui tu dici di essere spirituale, le persone automaticamente cominciano a pensare che tu sei religioso». Chi sono le persone che cominciano a pensare così? Ci viene da dire: «Tutti». Ma sappiamo che non è mai «tutti».

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«Ma che ti frega di Dio?»

Se esiste, mi riguarda. Se non esiste, la sua credenza va estirpata, perché provoca danni immensi.


Dopo alcuni mesi che ci frequentavamo, prima di andare a convivere e poi di sposarci in Francia, Alessandro mi fece notare quanta importanza io dessi alla religione. In ogni viaggio insieme lo trascinavo a visitare chiese e sinagoghe. Leggevo testi sacri e libri di teologia. E non perdevo occasione per riflettere sulla questione teologica. «E che cazzo!», sbottò a un certo punto. «Ti occupi di Dio più di un prete o di un rabbino! Ma perché lo fai?». Alessandro, che è agnostico, aveva e ha ragione. La sua è una domanda legittima, che mi sono sentito porre spesso: «Se sei ateo, che ti frega di Dio? Perché te ne occupi?». D’altronde non sono l’unico ateo a interessarmi al problema teologico. Ed è risaputo che, in media, gli atei sulle religioni ne sanno assai di più del credente quadratico medio.

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Solo un racconto – Disaffezione: perché?

Autenticità, rispetto, accudimento, relatività: bisogni ai quali la Chiesa non sa rispondere.


Con l’ultima puntata della serie, Susanna Labirinto, teologa atea, va al fondo delle ragioni del proprio allontanamento dal cattolicesimo. Fino all’ateismo.


Dietro la scelta di non stare più dentro la Chiesa ci sono ragioni e bisogni. Una delle interpretazioni (cattoliche) più diffuse del fenomeno dell’ateismo/agnosticismo in Italia è quella legata all’individualismo: non saprei citare la fonte, mi viene da associare l’aggettivo «esasperato». Chi lascia la Chiesa vuole essere al centro della propria vita e non entrare in relazione con la comunità. L’abbandono è legato alle norme – è chi vuole peccare che se ne va – e all’idea stessa che una prospettiva soggettiva (soggettivismo esasperato) fa stare «comodo» il pigro ex-cattolico.

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«Divertire chi già non crede»

Ma anche provare a far riflettere chi crede o crede di credere, senza porsi il problema. Per non farli morire dopo aver vissuto da atei inconsapevoli. E se poi ci vuole una bestemmia…


«Il comico che bestemmia»: e ti sembra di aver detto tutto. Ché lui quello è: il comico che bestemmia. Lui, Daniele Fabbri, di certo non fa nulla per negare questa etichetta. Che però è riduttiva. Riduttiva dello spirito degli spettacoli di Daniele, che non si riducono alla bestemmia e anzi nei quali la bestemmia non è nemmeno l’aspetto predominante. E riduttiva dell’attività di Daniele, che è stand-up comedian dal 2007, dopo il diploma come attore e regista presso la Scuola Internazionale di Teatro di Roma, ma è pure autore, sceneggiatore per radio, teatro e fumetti. Inoltre è tra i protagonisti del Festival «Ceci n’est pas un blashpème», per la libertà di espressione e contro le leggi antiblasfemia: mostre d’arte, collettive, live performance, talk, proiezioni, stand-up comedy, sul tema della blasfemia e della censura per motivi religiosi. Daniele è il curatore della rassegna di stand-up e ha lanciato un bando di selezione per giovani comici, che scade il 31 maggio 2021. Con Stefano Antonucci, Daniele è coautore di «Gesù. La trilogia» (2015), «V for Vangelo» (2015), «Il piccolo Führer» (2017), «Il timido Anticristo» (2018), «La fattoria dell’animale» (2020). Ovviamente Daniele presidia i social: Facebook, Twitter, Instagram, YouTube.

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