Si può fare

La Chiesa del 2026 è il nuovo buddhismo.


Convertirsi è difficile. Oppure no? Dipende. Dipende da quanta fatica impone. Come nel caso di Django Reinhardt.


Ok, va bene, si può fare: anch’io sono cattolico.

All’inizio non capivo perché ci tenevate così tanto, perché mi avete battezzato senza il mio consenso, perché mi avete mandato a catechismo e mi avete fatto ricevere i sacramenti. Tutte cose che non ho richiesto ma che mi avete venduto come un passaggio ovvio, scontato. Non capivo perché ci tenevate così tanto al mio percorso di fede: dal catechista al capo scout, non capivo perché zittivate le mie domande con frasi del tipo «non possiamo conoscere il progetto di Dio» o «Dio ha un piano su di noi che non riusciamo a vedere nella nostra piccolezza». Però, rileggendo il Vangelo, ho capito la vostra posizione. Come sta scritto in Marco 16,15, Gesù stesso vi ha detto «Andate in tutto il mondo e portate il messaggio del Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; ma chi non crederà sarà condannato». Da qui il vostro zelo, la vostra passione nel far sì che il mondo si conformi alla vostra visione, al vostro impianto valoriale.

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Quale prova per Dio?

Che cosa servirebbe per convertirmi. Però.


Secondo Karl Popper, una teoria è scientifica non quando può essere verificata, ma quando può essere falsificata. Occhio però: non quando è falsa, bensì quando si può immaginare che cosa la renderebbe falsa. In sintesi estrema: un’affermazione scientifica si assume il rischio del fallimento. Più in generale ogni affermazione sulla realtà, per essere razionale, deve essere messa alla prova non per confermarla ma per cercare di demolirla. Se invece per sostenerla vale tutto e il contrario di tutto, allora grazie al cazzo: sono solo parole in libertà, del tutto prive di valore epistemico.

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Colpa, peccato, perdono

Eredità cattoliche. Ci sono persone che ci hanno costruito la sofferenza di una vita.


La religione fa danni: se non ne fossimo convinti non saremmo qui a scrivere e a leggere questo blog. E i danni sono spesso meno evidenti ma più profondi di quanto possiamo immaginare, come ci racconta Susanna Labirinto, teologa atea.


1. Senso di colpa e senso del peccato

I catechisti e i teologi usano questo accostamento per dirti che il senso del peccato va oltre la tua colpa e ti permette di riconciliarti con te stesso/a grazie al fatto che Dio ti ama. Se accetti che la tua non è solo una colpa «umana» ma che la vera ferita l’hai inferta al tuo rapporto col Padre, gioisci! La novità è che Lui ti ama comunque, ti perdona e grazie a questo perdono sei libero/a.

Cazzo.

Cazzo, cazzo, cazzo.

Non mi viene altro: cazzo, che violenza.

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Spiritualità orizzontale

Sono atea e rivendico la dimensione della spiritualità come patrimonio dell’essere umano e non delle religioni.


Si fa presto a dire «spiritualità». Ed è un attimo confonderla con «religiosità». Meglio evitare, quindi. Ma Susanna Labirinto, teologa atea, non è d’accordo: possiamo – dobbiamo – riappropriarci di una parola.


La spiritualità non è appannaggio delle religioni. Non si è atei «ma» spirituali: se si ritiene di aver voglia di sottolineare la propria personale attenzione alla dimensione spirituale del proprio personale modo di guardare la vita, si deve poter dire che ci si ritiene «spirituali» senza dover specificare «ma non religiosi». Questo in teoria.

In pratica, come dice Choam Goldberg citando Jerry Coyne: «Nel momento stesso in cui tu dici di essere spirituale, le persone automaticamente cominciano a pensare che tu sei religioso». Chi sono le persone che cominciano a pensare così? Ci viene da dire: «Tutti». Ma sappiamo che non è mai «tutti».

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«Ma che ti frega di Dio?»

Se esiste, mi riguarda. Se non esiste, la sua credenza va estirpata, perché provoca danni immensi.


Dopo alcuni mesi che ci frequentavamo, prima di andare a convivere e poi di sposarci in Francia, Alessandro mi fece notare quanta importanza io dessi alla religione. In ogni viaggio insieme lo trascinavo a visitare chiese e sinagoghe. Leggevo testi sacri e libri di teologia. E non perdevo occasione per riflettere sulla questione teologica. «E che cazzo!», sbottò a un certo punto. «Ti occupi di Dio più di un prete o di un rabbino! Ma perché lo fai?». Alessandro, che è agnostico, aveva e ha ragione. La sua è una domanda legittima, che mi sono sentito porre spesso: «Se sei ateo, che ti frega di Dio? Perché te ne occupi?». D’altronde non sono l’unico ateo a interessarmi al problema teologico. Ed è risaputo che, in media, gli atei sulle religioni ne sanno assai di più del credente quadratico medio.

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Solo un racconto – Disaffezione: perché?

Autenticità, rispetto, accudimento, relatività: bisogni ai quali la Chiesa non sa rispondere.


Con l’ultima puntata della serie, Susanna Labirinto, teologa atea, va al fondo delle ragioni del proprio allontanamento dal cattolicesimo. Fino all’ateismo.


Dietro la scelta di non stare più dentro la Chiesa ci sono ragioni e bisogni. Una delle interpretazioni (cattoliche) più diffuse del fenomeno dell’ateismo/agnosticismo in Italia è quella legata all’individualismo: non saprei citare la fonte, mi viene da associare l’aggettivo «esasperato». Chi lascia la Chiesa vuole essere al centro della propria vita e non entrare in relazione con la comunità. L’abbandono è legato alle norme – è chi vuole peccare che se ne va – e all’idea stessa che una prospettiva soggettiva (soggettivismo esasperato) fa stare «comodo» il pigro ex-cattolico.

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